Paolo Isotta.

LA VIRT DELL'ELEFANTE.

Parte 1.

La musica, i libri, gli amici e San Gennaro.

2014 Marsilio Editori, Venezia.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Paolo Isotta  famoso pur non andando in televisione.  storico della musica e fa il critico musicale al Corriere della Sera ma  scrittore completo. Con questo libro fa una summa della sua esperienza umana, prima, artistica, poi.
La virt dell'elefante (che  quella di avere una mente robusta per sopportare una mole di sapienza) non  un'autobiografia perch non racconta la vita di Paolo Isotta secondo una sequenza cronologica: la sua vita discende dalla favola di Napoli e dei grandi personaggi, certo non solamente della musica, che egli ha incontrati. Senza aver letto questo libro  impossibile capire che cosa sia Napoli, citt che si offre con aspetto lusinghiero e ingannevole, ingannevole nelle prospettive di gioia come nella querimonia perpetua.
Qui un napoletano rivela che cosa si nasconda dietro la maschera.
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Paolo Isotta vive da quasi sessant'anni in simbiosi con la musica. Nessuno pu oggi vantare un'esperienza umana e artistica pari alla sua. Cos le sue memorie investono una lunghissima serie di colossi, della musica e della vita; ne sono glorificati molti, e richiamati alla mente di un'et atta all'oblio; alcuni falsi miti vengono sfatati. Anche tanti geniali, o non geniali, poveri cristi, di quelli che ogni giorno si arrampicano sugli specchi per sopravvivere; e alcuni esseri furbissimi e cattivi: raccontano le memorie. E le memorie toccano tanto musica e compositori quanto interpreti e interpretazioni. Isotta ricorda decine d'interpretazioni della stessa opera, dello stesso brano; e le richiama davanti al lettore; e quando descrive un'opera musicale, grazie alle sue parole  come se davanti al lettore venisse eseguita.
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Ma le sue esperienze non sono solamente musicali. In uno stile classico e fluido a un tempo, Isotta dice dei suoi poeti, scrittori, pittori: di Virgilio e Manzoni, di Flaubert e Pirandello, di Pascoli e Gottfried Benn, di Giotto, Raffaello, Bronzino, Reni, Tiepolo. Propone di risistemare il Settecento musicale; parla di Alessandro Scarlatti, di Haydn, di Beethoven, di Verdi, di Wagner e del teatro comico napoletano. E dei suoi Santi: Gennaro, Patrizia, Antonio, Padre Pio e Ipazia, pagana. Ognuno in questo libro trover il suo.
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L'Autore.
PAOLO ISOTTA  nato a Napoli nel 1950 e non ha mai abbandonato la sua citt: vive in una casa che guarda il mare e Capri gli entra dalle finestre. Ha studiato Composizione, Lettere classiche e Giurisprudenza: i suoi maestri sono stati Antonio Guarino per il Diritto romano, Vincenzo Vitale per il pianoforte, Renato Parodi e Renato Dionisi per la Composizione. Storico della musica, dalla fondazione, nel 1974, fu il critico musicale de Il Giornale; dal 1980  responsabile della cultura musicale sul Corriere della Sera e dal 1994 ne  anche il critico. Ha insegnato in Conservatorio per trentatr anni ed  stato bocciato ai concorsi universitari ai quali ha partecipato. L'anno scorso la Scala lo ha dichiarato persona non grata. Ha pubblicato I diamanti della corona. Grammatica del Rossini napoletano; Il ventriloquo di Dio: Thomas Mann e la musica nell'opera letteraria; Le ali di Wieland; Dixit Dominus Domino meo: struttura e semantica in Hndel e Vivaldi; Protagonisti della musica; Victor De Sabata: un compositore; Gino Marinuzzi: un compositore; Renata Tebaldi. Erano molti anni che non scriveva un libro importante e con questo considera si sia aperta una nuova fase della sua attivit.
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Ai miei zii Buby e Mariantonia Jacoangeli.
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Sequimur te, sancte deorum, quisquis es, imperioque iterum paremus ovantes. Adsis o placidusque iuves et sidera caelo dextra feras.
Traduzione: Ti seguiamo, o dio santo, chiunque tu sia, e obbediamo di nuovo all'ordine esultanti. Assistici, e placido aiutaci, e guida nel cielo favorevoli stelle.
Virgilio. Eneide.
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Amor omnibus idem.
Traduzione: Egual per tutti  Amore. Dionigi Strocchi traduce: Amor comune iddio.
Virgilio. Le Georgiche.
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In silvam non ligna feras insanius.
Traduzione: Non essere cos insensato da portar legna in una foresta.
Orazio, Satire.
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E' ci che questo libro fa. Per esso ha una cosa importante, ch' stato scritto nel 2013 e 2014, ossia il bimillenario di Augusto.
Il suo pi bel ritratto si trova nel libro Ottavo dell'Eneide:
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In medio  classis aeratas, Actia bella,
cernere erat totumque instructo Marte videres,
fervere Leucaten auroque effulgere fluctus.
Hinc Augustus agens Italos in proelia Caesar,
cum patribus populoque, penatibus et magnis dis,
stans celsa in puppi; geminas cui tempora flammas,
laeta vomunt patriumque aperitur vertice sidus.
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Traduzione:
In mezzo si potevano vedere le flotte armate di bronzo,
la battaglia d'Azio, e per Marte schierato scorgevi,
ribollire tutto il Leucate, e d'oro rifulgere i flutti.
Di qui Cesare Augusto che guida in battaglia gli Italici, coi padri e il popolo, i Penati e i grandi dei,
ritto sull'alta poppa; a lui le tempie emettono,
due floride fiamme, sul capo si mostra la stella del padre.
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Or Augusto  la trasposizione mitica di Enea: onde nel libro Decimo questi cos appare:
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Ardet apex capiti cristisque a vertice flamma,
funditur et vastos umbo vomit aureus ignis.
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Traduzione:
Arde l'elmo sul capo d'Enea, e dal vertice del cimiero,
s'irradia una fiamma, e lo scudo d'oro sprigiona, vasti bagliori.
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Il pi grande dei Romani sul letto di morte disse: Plaudite, amici, comoedia finita est! - Applaudite, amici, la recita  finita! che in Suetonio  Acta est fabula, plaudite!
Le traduzioni dell'Eneide sono di Luca Canali.
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Nec non Threicius longa cum veste sacerdos,
Obloquitur numeris septem discrimina vocum,
iamque eadem digitis, iam pectine pulsat eburno.
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Traduzione:
Inoltre il sacerdote trace dalla lunga veste (Orfeo) suona con ritmo le sette corde dei suoni e le tocca ora con le dita ora col plettro d'avorio.
Virgilio. Eneide.
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Sacer interpresque deorum ... Orpheus.
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Traduzione: Orfeo, sacerdote e nunzio degli Dei.
Orazio, Ars poetica.
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Io la Musica son, ch'ai dolci accenti,
So far tranquillo ogni turbato core.
Et hor di nobil ira et hor d'amore,
Poss'infiammar le pi gelate menti.
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Alessandro Striggio, Prologo de L'Orfeo per Claudio Monteverdi.
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To Carthage then I came.
Burning burning burning burning.
O Lord Thou pluckest me out.
O Lord Thou pluckest burning.
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Traduzione.
Poi a Cartagine venni.
Ardere ardere ardere ardere.
O Signore Tu mi cogli.
O Signore Tu mi cogli, bruciando.
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Thomas Stearns Eliot: The Waste Land. La terra desolata. Buddha e Sant'Agostino insieme.
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Avvertenza.
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L'opera, costituita dalle mie memorie, a mano a mano che la andavo scrivendo  diventata, senza che dapprima l'avessi previsto o progettato, e poi componendola me ne rendessi conto, la summa d'un'esperienza che forse  pi vasta di me stesso. E voglio dire com' nata. Negli ultimi trent'anni ho scritto libri parziali: di alcuni sono fierissimo, come quello su Renata Tebaldi, quello su Victor De Sabata compositore e quello su Gino Marinuzzi compositore: ma non un grande libro. Sono stato per trent'anni bloccato, con progetti che regolarmente abbandonavo perch non me ne sentivo all'altezza pur dopo averli minutamente pianificati. La mia paura si compendiava in una frase di Borges: Una foglia postula l'universo, e ogni volta sentivo le mie forze impari. Or con queste memorie  come se mi fossi improvvisamente sciolto, imparando anche ad accettarmi con tutti i miei limiti; e mi esprimo nella misura nella quale ci mi  dato.
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Perci La virt dell'elefante rappresenta per me medesimo un miracolo personale; e certo non chiedo al lettore che lo senta tale lui, ma che mi faccia l'altro miracolo di tollerarmi per quel che sono. Ho avuto var titoli al libro; il primo era I Mammasantissima, intendendo con esso i colossi, della musica e della vita, ai quali ho avuto il privilegio d'accostarmi; ma Cesare De Michelis mi ha fatto osservare che verrebbe interpretato come un'attribuzione di mafiosit da me fatta ai miei (pochi) nemici; il secondo, Sulle ali dei giganti, si spiega col fatto che, ripeto, durante la mia vita ho conosciuto persone assolutamente uniche: dei veri giganti, appunto.
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Nasce alla stregua del grande Bernardo di Chartres, vissuto nel dodicesimo secolo: ci si tramanda con Giovanni di Salisbury, suo discepolo, nel Metalogicon:
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Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes ut possumus plura eis et remotiora videre non utique proprii visus acumine aut eminentia corporis sed quia in altum subvehimur et extollimur magnitudine gigantea.
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Cio: che noi siamo come nani sulle spalle dei giganti, che sono gli Antichi, sicch possiamo pi e pi lontano vedere che loro non possano, e non per maggior chiarezza di veduta o eminenza corporale, ma perch siamo portati in alto e innalzati a grandezza di giganti.
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Ci tengo a precisare che questa seconda parte non si attaglia a me: nano sulle spalle dei giganti, io ne sono aiutato a vedere, non a vedere meglio che loro non possano.
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Io nano lo sono esattamente: un nano che sulle loro ali riesce persino a volare; e a narrare di questi Giganti il libro  inteso. Ma La virt dell'elefante scaturisce da ci: un giorno che come al solito mi dedicavo al flner, nel centro di Roma, ho trascritto quel ch' inciso alla base del meraviglioso elefante del Bernini che fronteggia la basilica di Santa Maria sopra Minerva. L'elefante regge un obelisco egizio sul quale sono incisi geroglifici: e anche l'iscrizione  meravigliosa.
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SAPIENTIS AEGYPTI. INSCULPTAS OBELISCO FIGURAS. AB ELEPHANTO. BELLVARUM FORTISSIMA. GESTARI QUISQUIS HIC VIDES. DOCUMENTUM INTELLIGE. ROBUSTAE MENTIS ESSE. SOLIDAM SAPIENTIAM SUSTINERE.
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Traduzione di Davide Tortorella: Vedi qui l'elefante, fortissimo tra gli animali, reggere i simboli dell'egizia sapienza scolpiti sull'obelisco; e quindi impara che occorre una virt robusta per reggere una mole di sapere.
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Quindi la lezione  per tutti, a principiare da me. Sempre sulla base, sul lato opposto:
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VETEREM OBELISCUM. PALLADIS AEGYPTIAE. MONUMENTUM E TELLURE ERUTUM ET IN MINERVAE OLIM NUNC DEIPARAE GENITRICIS FORO ERECTUM DIVINAE SAPIENTIAE.
ALEXANDER VII DEDICAVIT. ANNO SAL. MDCLVII.
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Traduzione: L'antico obelisco, monumento alla Pallade egizia, tratto dalla terra e gi eretto nel foro ch'era di Minerva e ora  della Madre di Dio, Alessandro Settimo dedic alla Divina Sapienza nell'anno della salvezza 1657.
Senonch sono davvero protetto dall'elefante, che noi napoletani, e non solo noi, consideriamo potentissimo apportatore di buon augurio. Dopo aver scelto il nuovo titolo mi  occorso alla memoria il caso di Cesena: il signore della quale, Domenico Malatesta, aveva per divisa: ELEPHAS INDUS CULICES NON TIMET. Ossia: L'elefante indiano non teme le zanzare.
E un elefante, sotto il quale  il motto,  scolpito sul timpano del portale di una delle pi belle biblioteche del mondo, quella che Domenico fece edificare nella nobilissima citt romagnola.
Ma c' un terzo elefante che mi protegge, e sin dall'infanzia:  Babar, l'elefantino creato da Jean de Brunhoff coi suoi meravigliosi disegni e la sua storia. Babar  stato anche messo in musica, per una delle sue cinque avventure, da uno dei miei compositori preferiti, Francis Poulenc: la proboscide di Babar m'irrora e le sue orecchie, oltre a migliorare la capacit delle mie e della mia mente d'ascoltare, sono ali che portano anche me.
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Onde alle mie divinit debbo aggiungere, come mi consigli di fare il mio cugino prediletto Fabrizio Jacoangeli che conosce l'Oriente, Ganesha, il Dio induista dal corpo d'uomo e dalla testa di elefante. Per i Veda le virt dell'elefante sono la temperanza, la pazienza e l'intelligenza. Ganesha vuol dire il Signore della moltitudine e tra i suoi attributi ha quello d'essere il Signore del Buon Auspicio.  interessantissimo che le immagini tradizionali lo vedano calcare coi piedi un topo, e gli indiani spiegano il simbolo nel senso che egli incarna il potere dell'intelletto e della discriminazione sopra l'ego, la mente e le sue bramosie: che sono il topo.
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CAPITOLO 1.
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Incomincio a insegnare. La mia Maestra elementare. La Fatina dei numeri. La mia famiglia. Quello che mi fece leggere Mamm. Il reduce di Sebastopoli. Monsignor Schioppa. I presep. Anacapri. La casa. Le pi belle case del mondo. I vasci. I taxisti napoletani. 'E contronomme. I pozzolani. Giovanni 23esimo.
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Mi sono reso conto di avere avuto gi a sessantatr anni, un'et che non mi consente di chiamarmi un vecchio, una vita straordinariamente felice ma anche piena: piena soprattutto di incontri con una serie di persone eccezionali, alcune delle quali mi hanno dato il privilegio della loro amicizia intima.
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Molti, e non sempre si tratta di grandi del mondo musicale, mi hanno insegnato a vivere.

Voglio ricordarne subito uno. 1971: pochi giorni prima di compiere ventun anni avevo vinto il posto di bibliotecario e insegnante di storia della musica al Conservatorio di Reggio Calabria intitolato a Francesco Cilea del quale Maestro, piccolo presuntuoso com'ero, non avevo ancora compreso la grandezza. Ho poi saputo dal mio Maestro Vincenzo Vitale anche particolari toccanti su di un sommo artista ch'era un angelo pi che un uomo e che sacrific la creazione alle responsabilit di direttore del Conservatorio di Napoli, successore di Martucci! Insediato nel mio ufficio, busso il campanello per farmi venire un caff, primo elemento del mio nuovo simbolo di stato. Non viene nessuno. Busso furiosamente per mezz'ora. Niente. Finalmente mi alzo e vado dai bidelli. Nessuno viene! Sto bussando da mezz'ora!. Il capo-bidello era un uomo dignitoso e laconico; si chiamava Battaglia Antonino: mi guard e mi disse: Maestro, noi ci (le) diamo pure 'u cori (il cuore) ma Lei ce lo deve sapere chiedere!. Allora, questi ricordi incomincino con la memoria di Battaglia da Reggio, al quale debbo una delle fondamentali lezioni di vita.

Reggio e la Calabria in genere mi hanno insegnato tanto. Non amo i calabresi: di solito sono antipatici e hanno un fondo di rancore, odium humani generis e fastidio all'idea che altrui faccia, onde, nulla facendo, dedicano le loro energie a impedirlo. Ma quando il calabrese  signore lo  in modo straordinario; quando  amico lo  in modo straordinario. Gran signori e grandi amici come il barone Alfredo Mazz, come il bravissimo e compiantissimo medico Brunello Calogero, come Giacomo Di Bernardo, il direttore amministrativo del Cilea, non li ho incontrati che di rado, e li ho incontrati perch sono molto fortunato. Come Elio Fontanelli, socio tra i benemeriti del mio Circolo, i Canottieri Italia (dal 1946 si chiama Circolo Italia del Remo e della Vela: secondo mio padre la decadenza del Circolo incominci quando dovemmo fonderci con le meze-cazette [mezze-calze] del Circolo della Vela), che milit nella Repubblica Sociale Italiana nelle file della Decima Mas. Come Raffaella Cosentino, la farmacista della milanese Farmacia dell'Orso, che pass nottate al mio capezzale milanese quando stavo male. E come Graziella Mazzitelli, divenuta moglie di Luigino Spagnol, che dirige meravigliosamente le case editrici discendenti dalla Longanesi. E debbo aggiungere come Pietro Fiumara, l'autista e tuttofare della Chicago Symphony Orchestra che ho conosciuto ai primi di ottobre 2013: simpaticissimo, intelligentissimo, spiritoso e musicalissimo.

Ma da Reggio ricevetti una lezione che ricordo ancora con profonda vergogna. Estate del 1972; avevo da poco tempo la mia prima Cinquecento. Guidatore inesperto, e la Cinquecento aveva una meccanica di marce assai complicata, tozzo (urto) un'altra macchina. Da piccolo stronzo cerco di filarmela. Una donna, al volante della macchina danneggiata, aveva diritto a che io mi denunciassi all'assicurazione per ottenere il ristoro dei danni. Vedendomi fuggire mi blocca e, leggendo la targa Napoli, mi dice: Che ci fai qui a Reggio?. Insegno in Conservatorio. Il giorno dopo la signora si presenta al Cilea e mi fa chiamare: non osa nemmeno entrare, resta sull'ultimo gradino della scala.  una Maestra elementare, categoria meravigliosa soprattutto per quanto attiene alla di lei generazione formata dal fascismo. Con profondissima umilt mi chiede scusa se viene a disturbarmi. Per lei il Conservatorio  un luogo sacro: io sono qualcuno. I ragazzi sono superficiali: io non mi ero reso conto che per la Maestra pagare il carrozziere era una spesa che non poteva permettersi, quindi piena di vergogna veniva a disturbare il maestro Isotta perch si abbassasse a scrivere la lettera all'assicurazione. Mi auguro che questa gran signora sia ancora fra noi; se non lo  puoi giurare che sta in Paradiso: nemmeno un secondo di Purgatorio deve aver fatto.

Un'altra lezione ricevetti e me ne vergogno quasi come per questa. Era fine inverno del 1974 a Roma: capita una di quelle domeniche nelle quali le macchine non potevano circolare. L'una pomeridiana a Villa Borghese; dovevo andare a colazione dagli amici Campione, una coppia la quale (si veda pi avanti) era da generazioni amica della mia famiglia: lui era Alberto; lei Maddalena, nata Starace, me la ricordo per il meraviglioso sguardo e l'intelligenza profonda e tutta napoletana. C'era una piccola fila per prendere il taxi: io scavalco una signora d'et che mi precedeva. Questa mi rivolge la parola: Lo prenda pure; prima c'era un signore e Lei non ha osato; lo fa adesso con me!. Sono stato male per giorni e il ricordo continua a dolermi.

Veniamo dunque alle Maestre elementari. La mia prima fortuna  stata proprio questa. La mia Maestra si chiamava Anita Monda: era signorina, e io ero allievo della scuola Teresa Ravaschieri a via Bausan: femminile, poche sezioni maschili. In quegli anni era di una pulizia meticolosa insieme e grandiosa: al centro del corridoio v'era ancora un cippo sul quale era scritto I bimbi d'Italia son tutti Balilla. Le bidelle ci mangiavano sopra il loro pane e friarielli (si tratta della pi squisita qualit di broccoli, esistente solo in Campania e soprattutto nel Napoletano; poich un tempo si coltivavano in ispecie sulla collina del Vomero venivano toscaneggiando chiamati broccoli del Vomero1). La signorina Monda era di una abnegazione eccezionale. Veniva a fare lezione anche con trentotto di febbre. Abitava al Vomero in un appartamento molto decoroso, modestissimo, con una nipote che forse era sua figlia. Sapeva tutto: la preparazione di grammatica e sintassi italiana che mi diede fu tale che, dopo, studiare il latino fu per me una facile gioia. Sono sicuro che la formazione generale che io possedevo dopo la quinta elementare era pi profonda e solida di quella di un attuale laureato in lettere; oggi tutte queste insegnanti che camminano fumando e tenendo in mano la Repubblica come una bandiera non hanno nemmeno idea di quello che potevamo sapere noi allievi di Anita Monda.

Dopo Anita Monda debbo ricordare La Fatina dei numeri. Al ginnasio, bovarista com'ero, ero distratto da infinite cose; la lettura e la cultura le adoperavo come strumento di volont di potenza nei confronti dei compagni di scuola. Ma c'era il greco e c'era la matematica: alla quale fui sempre riottoso. I miei genitori anche in questa occasione furono meravigliosi. Mio padre avrebbe potuto e dovuto uccidermi di mazzate se si pensa ai sacrific che faceva per me: invece mi prese delle lezioni private che seguii per il tempo del ginnasio e del liceo. Andavo dalla signora Maria Voena nata Mercogliano; in seconda e terza liceale dalla sorella Lucia. Quando andai da Maria portavo ancora i calzoni corti all'inglese coi due bottoncini al ginocchio: in classe eravamo in due vestiti cos. Maria e Lucia, ambedue laureate in Matematica, non erano di quelle insegnanti che in oscuri tinelli danno lezione privata a ragazzini brufolosi e masturbatori; provenivano da famiglia borghese ed erano entrambe bridgiste di vaglia. Ma altro che al bridge la povera Maria aveva da pensare: aveva il marito ammalato di una grave forma di arteriosclerosi e sempre a letto. Ella faceva lezione con l'orecchio teso, pronta ad accorrere ai lamenti del pover'uomo, ch'era stato un ingegnere e una bravissima persona. Non pu credersi la serenit di questa signora nei confronti di noi ragazzi: ce la infondeva e ci dava una preparazione meravigliosa sempre col sorriso sulle labbra; alcuni di noi, coll'egoismo degli adolescenti, preferivano ignorare quanta sofferenza dovesse costarle tutto ci. Era anche la mia, e non solo mia, confidente: e ascoltava le nostre stupidaggini sempre trepida e affettuosa quasi fossero state cose importanti. Se non  questo un esempio di virt eroica quale lo sar mai?

Io vengo da una famiglia splendida. Debbo tutto ai miei genitori: la salute e una grande educazione. V'erano forti tradizioni culturali in casa: mia madre Giulia era laureata in archeologia con una tesi sui gioielli ercolanensi; sapeva il latino e il greco a menadito ma leggeva molta letteratura contemporanea, inglese e francese in originale, russa e sudamericana in traduzione. La delicatezza del tratto, la dolcezza dei sentimenti e del comportamento, la radiosit del sorriso, fecero s che fosse unanimemente rimpianta quando prematuramente scomparve. Le era stato diagnosticato un tumore alla spina dorsale: atrocissimo morbo; venne graziata col morire in una settimana non per la malattia, per la cura. Fino all'ultimo istante i suoi occhi dicevano amore.

A Mamm debbo tantissime letture: basti dire che a diciott'anni m'impose di conoscere i Sonetti di Shakespeare, uno dei capolavori della poesia. Per tent invano di farmi leggere la Recherche di Proust della quale ho delibato solo singoli romanzi ma non la totalit: ne riconosco la grandezza ma non ne sono del tutto attratto; mentre mio fratello Riccardo la conosceva, si pu dire, come lei e nonna Laura, a memoria. Forse la cosa letteraria pi bella che a mia Madre debbo non sono Le bostoniane e Piazza Washington di Henry James, i Dubliners, meravigliosi, e l'Ulisse (il quale dopo un tentativo adolescenziale non ho pi ripreso) di James Joyce, Il grande dio Pan e i Racconti di Arthur Machen, Dalle parti dell'India di Edward Morgan Forster, L'insopportabile Bassington e altri racconti di Saki, Il cardinal Pirelli di Ronald Firbank, Gli indifferenti, Agostino e La ciociara di Alberto Moravia, L'isola di Arturo di Elsa Morante, Il visconte dimezzato di Calvino, Il tamburo di latta di Gnther Grass, Fratelli e sorelle e Servo e serva di Ivy Compton-Burnett, Il tempo degli angeli e Un uomo accidentale di Iris Murdoch, Il filo del rasoio, Schiavo d'amore e Il velo dipinto di William Somerset Maugham, Una manciata di polvere, Ritorno a Brideshead e Il caro estinto di Evelyn Waugh, Perelandra e Lontano dal pianeta silenzioso di C.S. Lewis, Il colpo di grazia di Marguerite Yourcenar (romanzo breve che mi sembra il capolavoro della scrittrice ossessionata dall'omosessualit maschile e costretta dalla natura a praticare solo quella la femminile), Il grande Sertao di Joo Guimares Rosa, Adan Buenosayres di Leopoldo Marechal, var di Julio Cortazar, Caucci di Vicky Baum, L'ora di tutti di Maria Corti, Lettere da Capri, A cena col commendatore e L'incendio di Mario Soldati (uno dei pi grandi scrittori italiani del Novecento, uomo affascinante che conobbi), Il male oscuro di Giuseppe Berto, Il prete bello di Goffredo Parise, Il deserto dei tartari e Un amore di Dino Buzzati, La donna della domenica di Fruttero e Lucentini, e tanto Mishima; infine il delizioso Piero Chiara, che solo gli sciocchi possono considerare un bozzettista minore; ma Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, uno dei pi grandi romanzi che siano mai stati scritti, che mi attrae immensamente per l'infinitamente bella, silente maniera nella quale  narrata la tragedia di un grande scrittore perseguitato, per la poesia onde  descritto il Salvatore e anche perch Ponzio Pilato, come scrivo molti capitoli pi avanti,  un personaggio su di me esercitante il continuo impulso a meditare, e perch nessuno come Bulgakov maneggia il grottesco fantastico e il grottesco realistico; e perch questo poeta comprende che anche il Diavolo verr salvato.

Mamm era figlia di Gino Jacoangeli, gioielliere in via Calabritto: nonno Gino era un vero artista, orafo e incisore, come suo padre Gaetano. Le pagine 605-607 di Artisti napoletani viventi di Enrico Giannelli (1916) sono a nonno Gaetano dedicate: era nato a Roma nel 1860 e a Napoli fu allievo di Gioacchino Torna, di Filippo Palizzi e di Domenico Morelli. Il Giannelli cita il Tesorone: Ascrivo anzi a non ultimo merito del nostro bulinatore l'aver vaticinato a se medesimo il prossimo trionfo di questa arte quando essa, per il modo volgare onde qui veniva trattata, parea a tutti caduta in duraturo abbandono.

La famiglia Jacoangeli, patrizia, proveniva da Genzano di Roma: il nostro antenato Giuseppe (in ricordo del quale zio Buby si chiama Giuseppe) era fuggito a Napoli nel 1865 perch patriota e aderente nel 1849 alla Repubblica Romana di Mazzini e Garibaldi: il che l'aveva fatto perseguitare e ridurre in miseria. Mamm aveva, oltre a Buby del quale parlo al capitolo XVII, un fratello minore, Bruno. Costui era un disturbato psichico: omosessuale, si vestiva da donna e faceva parte di tutto un corrottissmo milieu, ma soprattutto era bugiardo, ladro, emettitore di assegni a vuoto e altre prodezze siffatte. Sarebbe stato la spina nel cuore di mia madre per tutta la vita: ella era d'animo cos eletto che lo amava profondamente e per lui fece enormi sacrific, ottenendogli anche assunzioni in posti che regolarmente perdeva per aver rubato.

L'immagine di Mamm  per me strettamente legata al profumo delle fresie: adesso adoro questo fiore giacch ella non appena esso usciva ne riempiva la casa annunciando la primavera.

Il coltissimo Alessandro Giuli, vice-direttore del Foglio, mi ha spiegato che Genzano, costeggiante il lago di Nemi, ha come etimologia Cynthius, ossia fanum Cynthiae perch sacro a Diana. Cynthia giacch Latona si rifugi sull'isola di Kynthia per partorirla nel parto gemino onde nacque con Diana Apollo. Il tempio sorgeva sulla riva del lago; in fondo al lago erano due gigantesche navi, palazzi galleggianti di Caligola che dopo la sua morte il Senato fece affondare.

Tra i compagni di bridge dei miei erano i coniugi Guarino. Marina era figlia del grande romanista Vincenzo Arangio-Ruiz; Antonio era a sua volta un grande romanista. Quindicenne li vedevo ai bagni capresi della Fontelina e mi offrivano la merenda. Antonio, nato nella longobardissima Cerreto Sannita, ha insegnato per una vita Istituzioni di Diritto romano alla Federico II; gi quando frequentavo la quinta ginnasiale andavo a seguire le sue lezioni piene di dottrina e di fascino, e lui  stato quello che mi ha introdotto nel mondo romano, onde debbo a questo mammasantissima alcuni tra i fondamenti della mia formazione (Bildung) spirituale. Guarino  un vivace polemista anche sul mondo contemporaneo; la sua grande sensibilit per i temi sociali e quelli della Giustizia ha fatto s che per una legislatura, dalla quale  sortito con disgusto, fosse parlamentare del PCI; inoltre non  solo un giurista ma anche un grande storico: fondamentale il suo libro su Spartaco. Oggi Marina non c' pi ma lui ha compiuto i cento anni a maggio del 2014: ambedue mi hanno voluto un gran bene e lui mi ha anche intellettualmente protetto.

L'amica del cuore di Mamm, colla quale ogni mattina alle 9 si telefonavano chiamandosi reciprocamente Bella mia, era Teresa Perrone Capano detta Susa, sposata Cappabianca. La prima persona di origine pugliese del ricco mazzo pugliese della mia vita: i Perrone Capano sono originar di Corato. Susa era una dama d'un'eleganza, d'un affetto, d'una simpatia senza pari. Mi voleva un bene dell'anima. Mor per fortuna al tavolo del bridge. Ha lasciato due figli a loro volta miei amici del cuore, Paolo e Roberto. Paolo Cappabianca, elegantissimo,  un grande neurochirurgo il quale il luned  a Citt del Capo, il marted a Ottawa, il mercoled a Pechino, il gioved a Ischia, il venerd a Londra, il sabato a Napoli, la domenica non va a Corato perch delle loro propriet si occupa il cugino Roberto Perrone Capano, figlio del carissimo e simpaticissimo Pino. Ogni anno il giorno di Santa Teresa d'Avila ci sentiamo con immensa tenerezza. La nonna napoletana dei Cappabianca era una Colosimo, della nobile famiglia fondatrice dell'Istituto di educazione per ciechi. Era donna di un polso incredibile la quale al Duce non chiedeva, dal Duce esigeva.

Parlando, molto pi innanzi, dei funerali di Tot citer Fabrizio Perrone Capano. Cugino di Susa era il padre Francesco: questi era proprietario d'uno dei pi bei palazzi napoletani che aveva fatto restaurare con grandissimo dispendio per amore della sua bellezza, quello dei principi di Baranello, altrimenti detto Ruffo di Bagnara, dove abitava e faceva lezione il marchese Basilio Puoti, il famoso purista professore di lingua italiana, a Piazza Dante (gi Foro Carolino: una piazza meravigliosa dovuta al sommo Vanvitelli che accoglie coi suoi bracci il passante; al di sopra sono collocate statue raffiguranti le Virt, quattro delle quali del Sammartino; la moderna statua di Dante  qui affatto incongrua); era un notevolissimo esperto d'arte e possedeva la pi importante collezione privata di Mattia Preti esistente: era cos vasta, la sua raccolta d'arte, che la teneva in banca e ogni tanti mesi rinnovava i pezzi da esporre in casa.

Un'altra amica del cuore di Mamm voglio ricordare, Amelia Damiani, sposata Di Pace. Era una donna di enorme bellezza, bionda con occhi profondi come il mare (abusata metafora! ma vera in questo caso). Da gran dama seppe affrontare l'avversa fortuna, quando giunse, lei ch'era stata ricca. E poi mor eroicamente avendo un tumore al cervello.

Il francese e il tedesco li imparai a casa: me li insegn nonna Laura. Veniva dalla antica famiglia napoletana Schioppa, ultima di sette sorelle (con una morta bimba, otto): dopo sarebbe arrivato zio Eugenio, il maschio al quale la mia bisnonna Jenny, ch'era di Saint-Germain-en-Laye, avrebbe, spogliando le figlie, fatto ereditare l'immensa ricchezza. Zio Eugenio poi non ha lasciato niente a mio padre e ai suoi fratelli, ch'erano i nipoti napoletani, ma ai figli della cameriera Luisa, da lui adottati. Anche questa  stata una fortuna per me: se avessi quei soldi e quelle propriet terriere passerei il mio tempo ad amministrarli, male, di certo, e non avrei tempo per fare un lavoro che mi piace da morire e per leggere, la lettura essendo il mio vero vizio. Anzi, sarebbe ancora peggio: quando il Re vuole regalare a Bertoldo mille scudi d'oro, questi gli dice: E che? Vuoi togliermi il sonno?. So che adesso questi ricchissimi si sono mangiati tutto, a riprova che i subiti guadagni che arrivano alla gente nova sono un guasto per lei. Zio Eugenio, ingegnere, era un super-raffinato dalle frequentazioni sceltissime: era amico di re Umberto da principe, di Paolo Sersale, di Marcello Orilia, della principessa di Fondi e di Peggy Guggenheim.

In casa nonna Jenny s'era portata sua madre, che le nipoti chiamavano Bonne Maman. Costei aveva la strettezza mentale della provincia francese: era abbonata a Le Petit Journal e i fatti esistevano solo in quanto l pubblicati. Ci fu un'eruzione del Vesuvio e alla notizia ella disse: Je le lirai dans mon Petit Journal! (Lo legger sul Petit Journal!). La mia bisnonna non conosceva la piet. Ecco il suo massimo sforzo nei riguardi di questo sentimento. Una volta una cameriera perdette il marito: ed ella di fronte al suo pianto osserv che Ils ont eux aussi leurs petits sentiments (Hanno anche loro i loro piccoli sentimenti).

Nonna Laura cantava anche meravigliose canzoni francesi e tedesche (Malbrouck, Der Tannenbaum); una delle prime cose che mi fece imparare fu Giunto sul passo estremo dal Mefistofele di Boito; e m'insegn i rudimenti musicali.

Da parte di lei avevo molti parenti ma sopra ogni altra parentela ve n'era una eccezionale. Si tratta di monsignor Lorenzo Schioppa, Arcivescovo titolare di Giustinianopoli di Mocissus (latino: in italiano Mocesso) in Cappadocia. Egli era uno dei poulains di Benedetto XV, il Papa oggi dimenticato (ma non a Istanbul, dove gli hanno eretto una statua) che secondo me  stato il pi grande del Novecento. Egli profuse ogni ricchezza del Vaticano e sua personale (di suo don ottantamila lire-oro!) per alleviare le sofferenze dei prigionieri durante la pi terribile guerra della storia, la Prima guerra mondiale. Sappiamo che le sue iniziative crescenti e angosciose a pro della pace lo resero inviso equanimemente a tutte le potenze belligeranti: tutti conoscono il suo messaggio sull'inutile strage. Subito dopo la guerra monsignor Schioppa era Nunzio Apostolico a Budapest; sappiamo che il suo confessionale era assediato dalle dame dell'alta societ: era un bellissimo uomo; ho due foto che lo ritraggono, una in uniforme diplomatica.

Egli era stato officiato dal Santo Padre di portare all'imperatore Carlo, l'ultimo Asburgo in trono, l'Apostolica Benedizione. Carlo aveva tentato un'iniziativa per recuperare almeno il trono d'Ungheria ma non aveva avuto successo per l'opposizione due volte fattagli dal dittatore ammiraglio Horthy salito al potere dopo la efferata tirannia comunista di Bla Kun. Si imbarcava perci da Budapest su di una corazzata inglese per il luogo dell'esilio, Madera. Sarebbe morto di l a poco. Quando monsignore scese dalla nave rilasci una dichiarazione nella quale parlava di Carlo come di una personalit di grandezza biblica. Tutte le Cancellerie mondiali convennero nella protesta.

Zio Lorenzo durante la guerra era stato mandato alla Nunziatura di Monaco di Baviera: non era ancora titolare ma gi esistono suoi importanti documenti quale facente funzione. Il Nunzio era Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII. A Monaco serviva Pacelli suor Pascalina Lehnert che l'avrebbe seguito a Berlino e poi a Roma ove sarebbe divenuta cos importante che persino cardinali prefetti di Congregazione ricorrevano a lei per farsi raccomandare presso il Santo Padre. Come a tutte le persone potentissime a un certo punto venne la Nemesi: dopo la morte di Pio XII dovette fuggire di notte dal Vaticano, altrimenti le avrebbero fatto la pelle. Le memorie di suor Pascalina, intitolate Ich durfte Ihm dienen: Erinnerungen an Papst Pius XII, 1982, e in traduzione italiana 1984, Pio XII. Il privilegio di servirlo, recano al I capitolo (marzo 1918) questa frase: All'inizio non fu certo facile aiutare l'Uditore, monsignor Schoppa (sic). (...) La vecchia e grande casa, in cui, prima di noi, avevano servito purtroppo (cos si esprimeva monsignor Schoppa) due domestiche... (etc.). Monsignore evidentemente era stato meglio abituato. Negli anni Settanta Alberto Ronchey avrebbe battezzato Suor Pasqualino Antonio Tat, l'onnipotente addetto stampa di Berlinguer, il segretario del PCI, un profilo tra il centurione e il barbiere di lusso, come scrive Giampaolo Pansa.

Dopo zio Lorenzo sarebbe stato Nunzio in Lituania e quindi in Olanda ove sarebbe morto nel 1935.

La famiglia Isotta non  di origine napoletana: viene da un piccolissimo paese sopra Omegna chiamato Agrano. Si chiamano tutti Isotta l: lo appresi quando mi ci accompagn il mio grande amico Maurizio Corgnati del quale ero ospite a Maglione. Sul posto Maurizio mi fece da interprete; nessuno parlava italiano: la sola lingua era un dialetto strettissimo. Anche gli Isotta erano di una ricchezza molto cospicua. Si poteva ancora, nel Piemonte feudale di allora, mandare un colono in propria vece a combattere: cos fece un mio antenato alla guerra di Crimea. Il contadino torn decorato e, da uomo onesto, ritenne che la cifra ricevuta fosse comprensiva anche della decorazione che perci consegn all'Isotta. Un detto sommo  che una bugia a lungo sostenuta diviene un ricordo: onde il mio antenato da vecchio partecipava alle riunioni dei reduci in uniforme e decorazioni e rievocava con gli altri le cariche dei Bersaglieri a Sebastopoli.

L'aver io citato questo detto m'induce, in via parentetica, ad esporne un altro che certamente non ho inventato io ma che in questo momento mi suona adespota, come se a pensar tale concetto fossi stato proprio io. Ed  il seguente: l'essere umano, ma soprattutto il vecchio, soffre pi che per la perdita d'un affetto o d'un amico per quella d'un vecchio nemico. Un vecchio privato d'un nemico d'una vita si sente perduto; anche perch l'essere umano essendo com', l'odio mantiene in vita assai pi dell'amore.

La famiglia Isotta possedeva una villa a Omegna con darsena che adesso  la sede della USL e infinite altre propriet che certo non perse dopo il trasferimento a Napoli del quale parlo subito innanzi. Ma le cose andarono cos: uno zio, Giulio, litig coi nipoti (nonno Domenico sopravvisse unico ai suoi fratelli che morirono di tisi; nonna Laura m'ha raccontato che and dal sommo clinico Cardarelli per dirgli che si sposava e questi: Ma tu, invec' e penz a mmur, pienz' a tt' nzur!: Ma tu, invece di pensare a morire, pensi a sposarti!) e torn ad Agrano ultraottantenne. L una donna intraprendente riusc a farlo fesso inducendolo a credere d'essere rimasta incinta di lui. Nacque una Maria Isotta ch'eredit tutto; ma ancora la cosa non era perduta giacch Maria non ebbe figli. Il marito era il ragionier Giuseppe Cappia: Maria gli premor e zio Giuseppe, suo erede, lasci tutto al Comune. Onde ad Agrano c' il corso Garibaldi e finitima la via Umberto Isotta; via Vittorio Emanuele e finitima la via Giulio Isotta; la via Mazzini e via Giuseppe Cappia; etc. Quando andai l con Maurizio Corgnati qualcuno mi decant le qualit di Cappia (generoso anche perch durante la guerra s'era compromesso coi tedeschi) e m'indic col dito monti e boschi della mia famiglia ora passati al bene pubblico. Altra grazia di San Gennaro per me: solo l'idea di dover passare del tempo ad Agrano e Omegna mi fa accapponare la pelle.

Gli Isotta, per quanto piemontesi, non erano sciocchi. A un certo momento si dissero: che rimaniamo a fare sul lago d'Orta quando possiamo permetterci di vivere nel pi bel luogo del mondo, Napoli? E cos a Napoli si trasferirono. Possedevano un palazzo a via Medina e affittavano ville al Vomero e a Posillipo per la villeggiatura: anche se la pi bella villa di Posillipo era di un cugino di pap, Gennaro Malatesta, appunto la Villa Malatesta che si affaccia su Marechiaro. Ricordo quella vomerese dove mio nonno abitava con i figli, la splendida Villa Haas ch'era stata del Cardinale Ruffo e che aveva un cunicolo segreto sbucante al porto: quale opera d'ingegneria! Allora il Vomero era piena campagna; pap aveva anche il capanno di caccia col colono e i cani. Per dare un'idea della dimensione agreste di quel vivere ricorder un episodio raccontatomi da Stefano Musella, un grande clinico che fa il chirurgo, figlio del grande clinico Mario e di zia Letizia Isotta, il mio cugino amatissimo al quale sono legato da tutta la vita anche per il suo esser stato cresciuto da pap: zio Mario essendo troppo occupato colla Scienza per ricordarsi anche solo il nome dei figli. Nonno Domenico stava sbarbandosi al primo piano e dalla finestra vide una zoccola, parola napoletana che designa non il sorcio ma il topo grande, quello pericoloso, che stava mangiando nella bacinella di stagno il pastone delle galline. Aveva la pistola sul lavabo: la centr al primo colpo.

La mia bisnonna paterna, la madre di nonno Domenico, era anch'essa settentrionale: si chiamava Luigia Bruschettini e mor, come la madre di Benedetto Croce, nel terremoto di Casamicciola, sulla costa settentrionale dell'isola d'Ischia avvenuto il 28 luglio 1883. Il destino  curioso: il piccolo cippo cemeteriale che la ricorda  esattamente contiguo alla Cappella Schioppa e venne eretto quando un'alleanza tra le due famiglie non era nemmeno in mente Dei.

Zia Letizia da bimba contrasse la paralisi infantile. Tutta la vita della famiglia s'incentr sulla malattia e la cura. Nonna Laura andava ogni settimana a Bologna, all'Istituto Rizzoli. Fecero l'impossibile. Ma zia Letizia crebbe e divenne una donna affascinante: la luminosit del suo volto e la grazia del suo sorriso sono incomparabili. Essendo lei minorata il nonno, ch'era severissimo, pens che sarebbe rimasta signorina e volle che cos fosse. Zio Mario Musella, ch'era stato anche in Congo Belga per specializzarsi in medicina tropicale e sarebbe stato commissario in Alta Slesia per conto della Societ delle Nazioni, s'innamor perdutamente di lei e innamorato rest fino all'ultimo giorno di vita di zia Letizia. Mia nonna, che a differenza di sua madre era tutto tranne che una entremetteuse, organizz un incontro fra i due a via Chiaja a Palazzo Schioppa da sua sorella Bianca. Nonno Domenico lo venne a sapere e la schiaffeggi, per l'unica volta nella vita.

Zio Mario, che a Parigi aveva visitato Proust, guar a Napoli Stravinskij da una grave polmonite. Tale fiducia aveva in lui il grande compositore da obbligarlo a seguirlo a Venezia per tutto il periodo della preparazione della prima esecuzione assoluta del Rake's Progress (1951), in italiano chiamato La carriera di un libertino, e delle recite avvenute sotto la nominale direzione dell'autore. Bisogna sapere che dopo la guerra Stravinskij aveva fatto delle seconde versioni di suoi capolavori antecedenti alla Prima guerra mondiale poich il diritto d'autore negli Stati Uniti aveva un decorso pi breve che in Europa e il Maestro, che sentiva molto gli argomenti dello sterco del Diavolo, aveva modificato le opere di quel tanto che gli consentisse di percepire i diritti. Zio Mario mi raccont di una Sagra della primavera diretta dal Maestro al San Carlo. Questi s'era portato dietro la vecchia partitura ignorando che sui leggii sancarliani vi fossero invece le parti ricavate dalla nuova. A un certo punto percep che qualcosa non andava ma il suo orecchio non era in grado di cogliere perfettamente il fatto ed egli non riconosceva la stessa sua musica. Mais qu'est ce que vous faites? domand all'orchestra.

Nonno Domenico entr entusiasticamente nella famiglia Schioppa, ossia nel rapporto con i cognati e le cognate. E ne vide di tutti i colori. Il cognato Federico Malatesta aveva un fratello minorato mentale. All'uscita da una manifestazione del Circolo Artistico, in Piazza San Ferdinando, Malatesta era appena salito sulla carrozza con nonno Domenico e Alfredo Campione quando il fratello apr lo sportello e lo accoltell. Nonno Domenico ne raccolse le budella nel cappello e lo accompagn nell'inutile corsa verso l'ospedale.

Io di questi cognati del nonno ho conosciuto bene solo Max Coen, il marito di zia Clotilde. Veniva da una famiglia dell'aristocrazia ebraica di Livorno; i suoi erano stati Ministri delle Finanze del Granduca. Basso e atticciato, era un uomo di un fascino enorme: una vera personalit; mi voleva molto bene e mi ha lasciato una splendida Comdie humaine di Balzac. Conservo ancora il volumetto della Skira dedicato a Fra Angelico: A Paolo nel giorno della sua Prima Comunione zio Max e zia Clotilde, 29 giugno 1959. Non posso mai dimenticare che avevo cinque anni ed ero malato d'influenza nella mia casa natale di via Torna: vedo aprirsi la soglia e prima avanzarsi la faccia di zio Max poi lui entrare con una pistola per me, cos bella che mai pi nella vita ne ho visto una altrettanto bella. Aveva due figlie, Cecilia e Annamaria, la prima delle quali era una famosissima professoressa di italiano e, praticamente, la rettrice dell'Universit privata Suor Orsola Benincasa. Annamaria si fidanz con un ragazzo di Cagliari e Cecilia and con lei in Sardegna per conoscerlo. L'aereo al ritorno esplose sulla pista. Pap venne incaricato di portare la notizia a zio Max. Non so come ci  riuscito.

Ci pensavo sempre senza sapere che a me sarebbe toccato l'identico officio. Mi telefonarono da Londra per dirmi che il mio fratellino Riccardo, che viveva l, era appena morto di un morbo che non perdona. Pap era gi vedovo. Io pensai che se glielo avessi detto a Napoli lui avrebbe preteso di venire a Londra e in viaggio sarebbe morto per l'emozione. Cos gli dissi che andavo a Milano. Una volta a Londra dovevo telefonargli. Fui preso da un'angoscia indicibile; ma San Gennaro mi diede la forza. Dopo che l'ebbi fatto mi sentivo leggero, quasi ilare. Nulla nella vita mi fa paura dopo aver superato un momento siffatto; qualunque cosa mi pare una sciocchezza. Quando arrivai a Napoli con l'urna contenente le ceneri pap all'aeroporto mi abbracci e mi disse, lui un padre che aveva perso un figlio di trent'anni: Povero Paolo, quanto hai dovuto penare!.

Paolo Mieli divenne direttore nel 1992: io non lo conoscevo e gli feci una telefonata di cortesia qualche settimana dopo il suo insediamento. Mi rispose: Uno dei vantaggi dell'essere direttore del Corriere  il poter avere a che fare con persone come te!. Lo andai a trovare a Milano e la prima cosa che mi disse quando ci sedemmo a tavola fu: Cosa posso fare per te?. Poi la visita che gli resi in aprile del 1993  strettamente connessa alla morte di pap. Io avevo qualche ruggine con lui per stupidaggini attinenti alla gestione domestica e partii per Milano senza salutarlo: allora si andava sempre in aereo, non c'erano ancora i meravigliosi treni superveloci nei quali io adesso vivo. Ma giunto all'albergo, ch'era l'allora ottimo Bonaparte, provavo un magone e cos lo chiamai per dirgli: Scusa se sono partito senza salutarti. Sai, pap, mi manchi!. Mieli mi chiese, semplicemente, se fossi disposto a fare anche il recensore musicale sul Corriere: e il mio debutto poi avvenne il 7 dicembre di quell'anno sotto il segno della Vestale del mio Spontini. Tornai a Napoli il venerd ed ebbi con pap una bellissima cena che lo confort assai per le notizie recate da via Solferino. Il giorno dopo lui non si sentiva bene e venne a visitarlo il suo cardiologo Oreste de Divitiis, straordinario clinico e amico il quale con la sua assistenza aveva fatto trascorrere a pap, infartuato da giovane, gli ultimi dieci anni di vita assai meglio dei precedenti. Gli fece un elettrocardiogramma e, come sempre avviene in queste circostanze, disse: Avvoc, Voi non tenete niente di nuovo!. Infatti l'elettrocardiogramma certifica l'infarto solo quando  in atto. La sera andai alla festa di laurea di Lucia, la sorella di Paola Giordano che sarebbe divenuta la moglie del Geometra, Sergio Prozzillo: ma mi sentivo addosso una strana inquietudine sine causa, smaniavo, onde verso mezzanotte mi ritirai. Pap era seduto in mezzo al letto e non riusciva a respirare. Io chiamai de Divitiis che giunse subito: percorse correndo il corridoio e giunse in camera di pap che proprio nell'istante spirava tra le mie braccia. Da tutto questo si vede quale potente protezione mi diano i miei Santi: se non avessi telefonato a pap dall'albergo e soprattutto se non fossi rientrato il venerd cenando con lui, per esempio per fare un week-end (per fortuna non  mio costume), sarei rimasto per tutta la vita con un rimorso e un rimpianto terribili: lui sarebbe morto senza che io l'avessi visto.

Zio Max aveva due figli maschi. Carlo, il primo, era un ingegnere e architetto che ha fatto i lavori a Palazzo Farnese,  stato fra i costruttori dello splendido rione napoletano di Fuorigrotta e ha progettato e costruito lo scalone dell'Institut de Grenoble a Napoli, una meraviglia. Egli era sposato con Sylvia, una gran dama irlandese cattolica. Costei era piena di sensibilit e piet verso gli umili, onde il suo dialogo con persone di servizio e poveri in genere era profondissimo. Risultato ne fu che non impar mai l'italiano: col marito parlava inglese, con gli altri si esprimeva in napoletano con un forte accento irlandese.

Secondo Carlino avevamo avuto un altro Nunzio Apostolico fra i nostri antecedenti, laico per, della nobile famiglia dei Castiglia. Costui, se ben ricordo, sarebbe stato Nunzio in Ispagna; non ho trovato nessuna notizia a riguardo; pare che la moglie lo cornificasse. Secondo monsignor Schioppa avrebbe dovuto, eroicamente, dar memoria scritta delle corna: disse a Carlino che sarebbe stata un contributo alla storia della Santa Chiesa. Ah, questi Santi sono dotati di crudele ironia!

Nell'ultima malattia (mor il giorno nel quale s'inaugur l'orrendo Auditorium romano e io dovetti lasciare la cerimonia per accorrere a Napoli) Carlino era stato assistito da un infermiere di fiducia di Stefano Musella. Si chiamava Enzo Schettino: per rappresentare le incredibili risorse alle quali il popolo napoletano ricorre, dir di lui. Era infermiere al Policlinico: come tutti i suoi colleghi (l'umanit e la bravura dell'infermiere napoletano sono proverbiali) faceva le nottate dai pazienti privati. Per era anche tombarolo (a Capua aveva scavato ogni ben di Dio) e apparatore di presep: mestiere a Napoli ancora esistente, nel senso che i proprietar di presep d'un certo pregio ricorrono a un esperto per allestirli in bella forma; oppure nel senso che i presep li costruiscono loro direttamente. Schettino venne operato e sub l'asportazione di un polmone: dopo riprese a fumare pazzamente e mor in poco tempo.

Il pi bel presepe del mondo si trova al museo di San Martino; tale museo, che ha sede nell'antica Certosa,  dedicato alle cose della storia di Napoli: vi sono persino le carrozze regie. Il pi importante presepe di San Martino  quello proveniente dalla donazione Cuciniello ed  una somma opera d'arte. , baroccamente, un gran teatro del mondo: comprende infatti il cielo e ogni minuto particolare della vita terrena, coi mestieri, le taverne, la plebe agricola, le greggi, il lavatoio, gli animali uccisi dai cacciatori e portati in dono alla Grotta... Se dal delizioso colore locale trascorriamo a pi alta meditazione, comprendiamo che nella minuta narrazione presepiale  contemplato lo scandalo dell'Incarnazione: Dio fatto uomo accetta tutto della nostra natura, anche lo stupido (da stupor) pastore della meraviglia, pietrificato a bocca aperta dalla Cometa.

Interessante che a Napoli esistano raccolte presepiali private che sono degne di stare a paragone con presep conservati nei musei: da quello Catello a quello Aschettino. San Martino  situato presso il forte di Castel Sant'Elmo. La Certosa venne costruita per la prima volta nel 1025 ma la sua forma attuale risale all'epoca barocca e di architettura barocca napoletana  un esempio cospicuo. La chiesa e il chiostro sono meravigliosi: si debbono ai grandi architetti Dosio, Conforto e soprattutto Cosimo Fanzago ch' veramente il dio del Barocco napoletano e s' spinto fino all'altare di Sant'Agata di Gallipoli. Diciamo che questa chiesa rappresenta un trionfo del Barocco che si ferma un metro prima di diventare delirio; e in quanto tale si pu appaiare alla basilica dei Santi Apostoli di Roma.

Corrado Coen aveva invece disturbi psichici ed era affetto da una forma di accidia della quale credo in tutta la storia dell'umanit non si sia mai visto l'eguale. Abitava a Venezia e quando veniva a Napoli si infilava nella casa di qualcuno dichiarando di voler restare per pochi giorni e poi vi rimaneva, quando andava bene, per pochi mesi. Si piazz anche a casa della cameriera Giovannina, che viveva con la sorella Anna: malatissime ambedue, tanto che facevano sei mesi l'anno ciascuna di ricovero al Policlinico, alternandosi. Scomparso zio Max Corrado eredit la villa di Frascati: non la voleva ma non la vendette mai; dovette venire da Boston la sorella Laurina per occuparsi dell'alienazione. Dopo la morte di Carlo Corrado si colloc nella casa di quest'ultimo che era di mia propriet e che non potevo affittare finch Corrado fosse rimasto l: la svuotammo, la casa, e chiudemmo la fornitura di acqua e di luce, togliemmo persino il materasso; ma Corrado, al buio n lavandosi, dormiva sulle molle metalliche e non se ne andava. Alla fine San Gennaro fece il miracolo di farlo partire ma noi per mesi non ne avemmo notizie. Finch non venimmo a sapere che, rientrato in una delle sue case di Venezia in un inverno rigidissimo, s'era messo vestito sul letto senza accendere il riscaldamento. Gli era preso un colpo subito dopo ed era rimasto in quella posizione: grazie al freddo s'era auto-mummificato, per lo che non mandava cattivo odore e nessuno s'era accorto di niente.

Tra i miei pi intensi ricordi d'infanzia vi sono i gridi dei venditori ambulanti. Riempivano lo spazio cittadino e, lo dico per i pi giovani che non ne hanno idea, erano cantati. Cantati sopra formule pentafoniche alle quali si aggiungevano spesso cadenze melismatiche di sapore orientale. Le formule avevano, com' ovvio, affinit col Canto Gregoriano: il maestro Vitale lo aveva fatto osservare al musicologo Tebaldini il quale, fanatico com'era del Gregoriano, aveva non senza fondamento chiamato gregoriana la melodia di Ch'ella mi creda libero e lontano della Fanciulla del West di Puccini. Federico Ricci, uno dei due fratelli autori di Crispino e la Comare, ci ha lasciato delle romanze, i Canti dei venditori ambulanti di Napoli e i Canti dei venditori di cozze; ma oltre questo una delle opere pi belle di Luciano Berio  Cries of London a sei voci, ispirato alle grida dei venditori ambulanti di Londra. Quando c'erano. Mentre il nostro Jacopo Napoli, che fu compositore di alta qualit e purtroppo non potette veder rappresentata l'opera alla quale teneva di pi, il Palinuro, ci ha lasciato Grida di venditori napoletani, 1968.

Pap mi ha raccontato che prima della guerra a Napoli si poteva ancora distinguere dall'accento il rione di provenienza di ciascuno. La gente del popolo tendeva a non varcare i confini del proprio quartiere; onde moltissimi morivano senza aver mai visto il mare. Pietro Diliberto dall'accento sa dire il paese di chiunque sulla sua isola Trinacria.

La mia nonna materna era una Guerra di Solopaca, presso Benevento: cos che porto anche sangue sannita; e la madre era una Giustiniani di Genova. Nonna Ada aveva una vastissima parentela: mi piace ricordare una sua cugina, la baronessa Clairette Coppola, giacch fu la prima donna a conseguire in Italia la patente di guida.

Quando ero piccolino andavo sempre a trattenermi con Nannina, la lavandaia. Veniva a casa una volta alla settimana e parlava un napoletano vero, antico. Quando Mamm entrava in cucina Nannina non si voltava nemmeno dal suo officio e diceva: Sign, e qquant' s bella stammatina, pari 'na stella!. 'A lavannara aveva diritto al pranzo e lo criticava se non le piaceva. Nannina aveva muscoli delle braccia come quelli di un lottatore di sumo; avr gi avuto una sessantina d'anni; viveva a Soccavo con una sorella che praticava la stessa arte. Portava i bianchi capelli acconciati a treccia legata dietro la nuca; come la sorella era signorina. Quann' moro m'hann' a purt c' 'o carro janco! (Quando muoio mi debbono portare via col carro bianco!), vantando la sua verginit.

Da bimbo villeggiavo a Capri. A quell'epoca si andava ancora alla Villa Jovis, a Capri, una delle ville di Tiberio, a dorso di ciuccio: mi ci port pap che avr avuto quattro anni. Noi stavamo ad Anacapri, il paese di quelli che nel dialetto dell'isola si chiamavano 'e ciammurri. In realt in collina si parlava un dialetto del tutto diverso che a valle. La meravigliosa seggiovia, oggi ancora esistente, ci portava sul Monte Solaro. I tempi erano talmente belli che i pescatori salivano ad Anacapri a portare il pesce appena pescato che vendevano a vilissimo prezzo. Affittavamo per tutta la stagione la Villa Arcucci, di fronte alla Casa Rossa. La famiglia Arcucci era composta di due rami, facenti capo ai fratelli Oreste, pian terreno, e Eduardo, primo piano. La vecchia mamma viveva con Oreste e famiglia: ovviamente i due nuclei si odiavano; attizzava il fuoco la terribile moglie di Oreste, Palmira, ch'era forestiera, ossia di Capri, non di Anacapri. Il gioved tutte le attivit si bloccavano: si trasmetteva per televisione Lascia o raddoppia? presentato da Mike Bongiorno; il programma veniva proiettato al cinema di Anacapri gestito da Ercole, il proprietario dei bagni del Faro, ove c' la migliore acqua di Capri. La vecchia mamma dei due fratelli era un'appassionata del presentatore e diceva: Aggia guard chill' ca straccia 'e bbuste! (Debbo guardare quello che straccia le buste!), perch questo era l'appellativo da lei dato a Mike.

Nel 1954 partecipai alla prima vendemmia della mia vita. Si svolgeva ad Anacapri nella meravigliosa Villa Gaito, una famiglia di orefici napoletani. La vecchia Gaito, suocera di Brunello Calogero, era intima amica di Mamm. La moglie di Brunello, Giuliana,  una delle persone alle quali ho voluto pi bene. Il fratello Leonardo ha una bellissima gioielleria a via Roma, che oggi si chiama nuovamente via Toledo, ma io preferisco Roma.  famoso per la sua flemma: una volta venne sequestrato da rapinatori che lo minacciarono di morte affinch aprisse la cassaforte ed egli, essendovi l'apertura a tempo, pazient tutta la notte in attesa. Stanc cos i banditi.

Ho adesso una casa molto bella. Dopo la morte di pap, essendo gi stato reso benestante da quella di Riccardo, ho cercato per due anni un appartamento storico nel quale collocare anche la mia biblioteca. Non ci sono riuscito e disperavo quando il Dottore delle Orecchie mi disse: Comprati il piano di sopra!. Mica era in vendita, per andai dal proprietario e gli dissi: Sentiteme bbuono, Vuje tenite doje figlie 'a 'nzur (Sentitemi bene, Voi tenete due figlie da sposare), io ho bisogno del Vostro appartamento. Ditemi quello che volete. Costui spar una cifra pazzesca, almeno il doppio della pi alta valutazione di mercato ma io per un pelo ci potevo arrivare e gliela diedi. Il Dottore delle Orecchie, Bruno Piantedosi, un clinico che fa l'otorinolaringoiatra, mi ha fra l'altro disegnato la meravigliosa scala metallica che porta al primo piano: non  la solita scala a carac (a chiocciola) ma  un tronco di ellissi. Si perde una stanza intera col fare una simile scala ma la si perde pulchritudinis causa, a fine di bellezza. L'architetto che mi esegu i lavori  un carissimo amico ma non un amico del cuore; del cuore di architetti ne ho due e proprio per questo non ho voluto implicarli nel progetto e nei lavori della casa perch con l'architetto  facile litigare e ci tenevo all'amicizia pi che alla casa stessa: si tratta di Alberto Sifola e Sergio Prozzillo, l'uno pi bravo e pi affascinante dell'altro. Per con Antonio Formicola, grazie non solo alla sua bravura ma anche al suo bellissimo carattere, non avvenne alcun litigio.

Dai miei balconi Capri e la Penisola sorrentina mi entrano in casa. Il mare di Napoli  meraviglioso: ma ancor pi nelle giornate di tempesta: diviene or cinereo or plumbeo e il contemplarlo  una delle pi grandi gioie che mi siano date. Anche meravigliosa , nelle notti serene, la contemplazione, nell'alto silenzio, delle luci della Penisola e di Capri; e il silenzio  rotto d'estate alle quattro mattutine dal cinguettio degli uccelli del giardino che salutano il giorno.

Alberto fu protagonista di una bella interpretazione.  coltissimo e in storia  difficile trovare qualcuno che lo superi ma, essendo nobile,  soprattutto un esperto di araldica. Una volta l'avevo portato al San Carlo per un concerto dell'Orchestra di Leningrado diretta da Gennadij Rodestvenskij che sostituiva Jurij Temirkanov a seguito di una delle sue tante defezioni. L'ultimo pezzo era la Patetica di Cajkovskij. Eravamo alle battute finali, quelle che seguono a un ideale consummatum est, ed eravamo, tutta la sala, dico, in uno stato di sospensione e d'angoscia. Il Maestro d con la destra impugnante la bacchetta l'attacco al pizzicato dei contrabbassi, appunto a destra del podio collocati, e gira tutta la mano. Alberto esce dall'angoscia per gridare: Porta la chevalire a destra!.

Sergio Prozzillo  detto da decenn il Geometra e questo perch una volta mi ritiro e la mia cameriera Rita 'a bionda mi dice:  passato il geometra Prozzillo che Vi lascia quest'imbasciata (in napoletano le imbasciate sono i messaggi). Io le rispondo: Nunn  ggeometra,  architetto!, e lei: Me dispiace, puveriello, ggeometra  'e cchi! (Mi dispiace, poveretto, geometra  di pi!). Un'interpretazione del Geometra fu questa. Una ventina d'anni fa si vide un manifesto raffigurante Cicciolina che faceva un bocchino a un cavallo. Che schifo! dico io. E lui: Sempe meno che ffa' nu bbucchine a n'ommo! (Sempre meno che fare un bocchino a un uomo!). Adotto la lezione bucchine in omaggio a una correzione amabilmente fattami da Giuseppe Galasso, ancorch il D'Ascoli - vedi infra - riporti il lemma bucchino.

Debbo raccontare qualcosa che mostra come a Napoli ci siano anche persone infami: ossia un medico che dichiar non esser avvenuto un intervento e si fece pagare un altro intervento da lui mai effettuato. La figlia di Rita, Tiziana,  sempre stata assai libera: circa trent'anni fa ebbe un'affezione al suo organo femminile. Stefano Musella la visit e diagnostic trattarsi di una ghiandola di Bartolino; oper quindi gratuitamente questa Tiziana facendosi solo rimborsare il prezzo della camera operatoria; e raccomand che per un mese la paziente non avesse rapporti sessuali. Ma dopo una settimana costei stette di nuovo male: evidentemente aveva contravvenuto all'ordine; Rita la port da un medico di Casoria, dove allora abitava, il quale diagnostic la stessa cosa alligando che questa Tiziana non fosse stata operata affatto. Rita ovviamente ci credette; a dimostrazione del fatto che non bisogna mai aiutare nessuno giacch te ne vengono solo guai. Tiziana ebbe accompagnatori che venivano pure in Mercedes; poi si spos e un giorno di San Pietro e Paolo di non mi ricordo quale anno il marito and a casa della suocera e la scomm 'e sangue: ossia la battette a sangue. Io poi feci la sciocchezza di trovare un appartamento a pochi passi da casa mia per metterci Rita: costei doveva fare circa due ore di viaggio per arrivare da me. Da quel momento incominci a odiarmi ferocemente. Mi ricordo che quando lei e la figlia lasciarono il quartierino di Casoria ove erano in fitto distrussero a colpi di martello l'impianto igienico per sfregio alla proprietaria.

Ma la casa di via Torna continuo a sognarla: la mia vera casa era quella,  chiaro. Era immensa, molto pi grande di quella mia attuale. Si entrava da un'anticamera col busto del Duca di Reichstadt, l'unico figlio di Napoleone, che dava sull'appartamento di zio Vittorio, un salone seguito da una camera da letto e un bagno e dalla stanza degli armad sovrastata da un soppalco sul quale si tenevano le cose vecchie, compresi un San Giuseppe del Fracanzano e un busto di Donizetti del Bartolini che adesso campeggiano da me. Poi un corridoio dava su un'infilata di salotti e la stanza da pranzo, talmente grande da avere un tavolo di quercia che si poteva aprire fino a quaranta posti! L'ultimo salotto era il salottino tondo di nonna Laura. Lungo il corridoio c'era la cabina col telefono a muro. Le stanze da letto incominciavano con quella di nonna Laura, una piazza d'armi colla sua veranda e il suo bagno, poi le nostre. C'era la caldaia: veniva un omino chiamato Luigi a spaccare la legna e farla funzionare. Poi anche uno spogliatoio che dava su di una grandissima stanza da bagno. Nello spogliatoio pap mi riceveva sulle ginocchia e mi raccontava fiabe che creava apposta per me: quando nacque Fabrizio Jacoangeli incominciarono le avventure nella giungla africana di Fabrizietto e Bil-bol-bul.

Quella casa aveva un portiere, Marcello, che ricorder sempre con infinita tenerezza. La sua festa era quando noi ricevevamo e poteva indossare il doppiopetto blu; la regalia per lo straordinario dei guardaporte si chiamava ancora 'a campagna. La sua abitazione era sotterranea: pap la chiamava 'a tomba 'e Radams. I proprietar dello stabile sono di origine abbruzzese: si chiamano Donnabella. Tenevano in casa per carit un vecchio zio sacerdote che mor. Pap and a fare la visita di condoglianza e disse: Quanti anni aveva?. Settantotto, gli venne risposto. Pap disse: Era un sant'uomo! E poteva campare un altro poco!. L'ingegnere gli disse: Avvocato, sant'uomo, era un sant'uomo! Per s'era fatto 'o ssuo! (Il suo se l'era fatto, basta cos!).

Quando lasciammo via Torna avevo appena sei anni. Pap acquist la casa al corso Vittorio Emanuele da un'impresa che aveva costruito un avveniristico palazzo il quale  isolato dalla strada perch occorre salire per trenta metri con un ascensore scavato nella roccia; esso sbuca su di una galleria che d su di un giardino pensile e il rumore del traffico non so che cosa sia. L'architetta Enrica Filo Speziale fece il progetto: l'edificio venne costruito su di un terreno di campagna appartenente alla Villa Corradini. Era questa una famiglia svizzera amica di quella Schioppa che possedeva una fonderia a San Giovanniello agli Ottocalli, nella zona di piazza Carlo III: bimbo vi aveva lavorato Enrico Caruso.

Visto che parliamo della Casa voglio parlare delle case. Ho avuto il privilegio di vedere alcune delle pi belle case del mondo. Nel 1973 entrai per la prima volta in quella di Mario Praz, La casa della vita, il museo neoclassico splendidissimo, superiore persino al Muse Marmottan. Nel 1974, quando venni assunto al Giornale, andai in quella di Gianni Granzotto a Piazza Margana, all'Ara Coeli. Granzotto, memorialista insigne e delizioso romanziere, mi tratt sempre come un padre e a lui debbo anche se ho ottenuto l'esenzione dal servizio militare; l'ottimismo di pap gli faceva dire: Non ti prenderanno mai perch devi ancora fare il servizio militare!. Poi quella di Piovene, a Piazza Belgiojoso nel Palazzo Belgiojoso. Piovene aveva una moglie ricca ed ebrea divenuta cattolicissima, Mimy Pavia, molto truccata ma dama assai colta dal sentire squisito che mi voleva un gran bene. Poi la casa di Alberto Sifola a Monte di Dio, pubblicata, peraltro. Ancor pi, la casa ultramoderna (atomica) che Alberto ha fatto a Milano a Enrico e Matilde Giliberti, che secondo il mio amico Gianni Iudica  la pi bella casa del mondo. Poi cito la casa di Luca Rivelli a Posillipo, la Villa Colobrano, della quale la sala da pranzo estiva  un loggiato che sembra preso da un quadro di Lawrence Alma-Tadema, aperto direttamente sul mare.

La pi bella casa del mondo  invece quella di Diana de Feo, che conosco da alcuni anni ma della quale sono diventato amico strettissimo solo da quando m'invit a trascorrere il Capodanno 2012 da lei a Napoli. Amico strettissimo perch  una donna di enorme cultura e intelligenza ma, da vera napoletana, ancor pi di sentimento. Preciso a Napoli perch ha anche una casa a Capri, che non conosco, e una dimora a Roma, a Salita Sant'Onofrio, ov' morto Torquato Tasso. Gli viene dal padre, Italo, un grande giornalista e uomo politico che fu vice-presidente della RAI sotto il regime democristiano.  a pi piani, ha un arredamento preziosissimo e una pinacoteca ancor pi preziosa. Ma la casa di Napoli  addirittura unica. Per i non napoletani, racconto che Ferdinando IV, poi I, aveva un'amante, Lucia Migliaccio, principessa di Partanna (e Palazzo Partanna a Napoli, in quella che oggi si chiama Piazza dei Martiri e che era Riviera di Chiaia,  uno degli edific neoclassici pi belli, superato in questo solo dall'opposto Palazzo Calabritto), che dopo la morte di Maria Carolina spos morganaticamente dandole il titolo di Duchessa di Floridia. Le fece una villa al Vomero di bellezza incomparabile. La Floridiana  neoclassica, tutta bianca, nemmeno tanto ostentata nella sua severit; si deve al sommo Niccolini, del quale si parla nel capitolo VII: oggi  sede di un meraviglioso museo di ceramiche, per chi sappia capirle, ch  sempre deserto, intitolato al Duca di Martina. La villa  circondata da uno splendido piccolo parco, un po' all'inglese un po' all'italiana, nel quale venivo portato da bimbo coll'istitutrice o, quando nacque mio fratello, con la sua balia, che, come la mia, veniva rigorosamente dalla Ciociaria, per la precisione da Veroli. All'interno della Floridiana il Re fece costruire un Padiglione Pompeiano dal quale si ha una veduta del golfo che non ha pari. Arredato con enorme gusto neoclassico (che cos' la sala da pranzo al livello inferiore!), degno, pi che di un'Ambasciata, di un palazzo reale, e dovuto anch'esso al Niccolini,  la casa napoletana di Diana de Feo. Gl'invitati a quel 31 dicembre spero abbiano capito che un anno iniziatosi l non poteva che essere segnato dal buon augurio, dal faustum omen!

Italo de Feo  stato, come ho detto, un grande scrittore. Sono riuscito a farmi dare da Diana il suo libro su Manzoni, del 1962.  di una straordinaria profondit e sarebbe bellissimo se, scritto inoltre in un italiano elegante e perspicuo, la Mondadori lo ripubblicasse. Di recente  venuto alla luce un amplissimo epistolario di Italo de Feo col Cardinale Colombo vertente su Manzoni.

Forse solo una casa pu essere paragonata a quella di Diana.  la Villa La Mortella di Forio d'Ischia. Era del grande compositore William Walton. Benjamin Britten non  il pi grande compositore inglese del Novecento (il pi grande inglese in assoluto  Purcell); il pi grande del Novecento  Frederick Delius; Walton e Vaughan Williams stanno alla pari con Benjamin. Walton ha scritto un'operetta pornografica per l'esecuzione in concerto intitolata Faade su versi di Edith Sitwell e capolavori di musica strumentale, fra i quali metto un Concerto per violino, uno per violoncello e uno per viola e due meravigliose Sinfonie e un grandioso Oratorio su testo di Osbert Sitwell, Belshazzar's Feast, ossia Il festino di Baldassarre. Era pazzo per Napoli e aveva una collezione di Pulcinella meravigliosa; la sua villa si trova sopra una sorgente naturale che, com' ovvio sull'isola d'Ischia,  di natura vulcanica. Grazie alla sorgente egli, con l'aiuto della moglie argentina Susana, vi fece il pi bel giardino privato esistente, disegnato dall'architetto di giardini Russell Page, il Capability Brown (vedi i Saggi di Mario Praz) del nostro tempo. Grazie alla specialissima conformazione del giardino, alla qualit del terreno e delle acque, al clima di Ischia, nel giardino albergano le pi rare e pi incompatibili tra loro essenze. Io ho avuto l'onore di conoscere il Maestro e di frequentare, dopo la sua morte, la signora Susana; il tramite era un carissimo amico ischitano, Franco Jacono, gi uomo politico vicino a Bettino Craxi. Craxi  un uomo e un politico pel quale ho sempre nutrito profondissima ammirazione.

Su nessuno dei tre Maestri inglesi esiste una voce autonoma nell'Enciclopedia musicale Utet. Il grottesco  che per una presunta terziet di giudizio ai musicisti viventi non  fatto luogo in attesa che la Storia non si pronunci. Ma Delius era morto da trent'anni.

Forse per le pi belle case sono i napoletani vasci. 'O vascio (il basso)  ci che in italiano si denomina terraneo, vale a dire quei piccoli antri a livello stradale costituiti da un sol ambiente che ha per ingresso e unica luce l'apertura sulla strada.  incredibile la pulizia nella quale 'e vasci vengono tenuti dal popolo napoletano: a qualunque ora tu passi davanti a una di queste scatolette (rigorosamente contrassegnata da un cartello municipale: Terraneo non destinabile ad abitazione) tu vedi una donna con la mazza in mano e il detersivo che lava a terra. Un tempo in ogni vascio v'era un cassettone sul quale, sotto una campana di vetro, poggiava una Madonna: Addolorata o Bambina o di Pompei, non ha importanza. E, di solito, un Sant'Antonio. Oggi spesso non pi: a dimostrazione di ci. La religiosit popolare italiana, ma segnatamente napoletana e siciliana, era venata d'un forte paganesimo. La Chiesa post-conciliare ha considerato quale suo compito precipuo di estirpare tale paganesimo: col risultato di estirpare la religione affatto. Oggi la plebe della 167 o di San Giovanni a Teduccio o di Piscinola crede nei Testimoni di Geova, negli Evangelici o negli astrologi e nelle fattucchiere televisivi; o non crede affatto.

Su questa religiosit debbo citare un documento straordinario, la poesia di Ernesto Murolo 'O Miercur d' 'a Madonna 'o Carmene (Il mercoled della Madonna del Carmine). Guai se questo capolavoro venisse inteso quale brano coloristico: si tratta d'un documento antropologico ove rinvieni la disperazione della nostra plebe umiliata e offesa e il suo appigliarsi alla figura materna con una confidenza giungente fino all'insulto, a disvelare il fondo arcano ed eterno della religio (da religare, connettere) e delle genti.

I vasci originariamente non avevano, non si dice i serviz igienici, l'acqua corrente.  incredibile come la pulizia del nostro popolino sia riuscita a ricavare al loro interno dei vani doccia: e non v' persona al mondo pi pulita di un ragazzo abitante nei vasci. Questo tema merita di essere approfondito e consiglio quindi il bel libro, molto ben scritto, di Concetta Celotto, con fotografie eloquenti di Sergio Siano, 'O vascio. Breve storia dei bassi napoletani, edizioni Intra Moenia, Napoli 2012; ma naturalmente il testo fondamentale  'O funneco verde di Salvatore Di Giacomo. Un ricordo gentile d'una consuetudine vivissima nel passato e ancora presente in certi rioni come 'O Buvero, ossia il Borgo Sant'Antonio Abate: i vasci non possedevano ovviamente riscaldamento onde le donne di due o tre vasci si riunivano durante i giorni freddi in un terreno neutro al di fuori di quelli contigui, ponevano al centro na vrasera, un braciere all'interno del quale bruciava della cravonella, della carbonella, e si riscaldavano tenendo viva la fiamma con l'aria di un rammaglietto, un ventaglio. Durante queste lunghe sedute le vasciaiole (termine che qui  usato senza il disprezzo onde  poi stato circondato, a significare donne screanzate) 'nciuciavano, spettegolavano sui fatti del vicolo e dell'intero rione o novellavano raccontandosi le antiche favole e le rinnovellavano giusta la nostra consuetudine popolare: la mamma, l'indimenticabile Concetta, e la nonna di Peppe Barra non gli hanno mai raccontato due volte la stessa favola allo stesso modo. Durante l'estate sedevano allo stesso modo fuor dei vasci e il rammaglietto serviva loro per pigli 'o fresculillo, prendere un po' di fresco.

Molti taxisti napoletani sono nati nei vasci. E su questa categoria voglio spendere una parola. Io vivo in taxi; ho rinunciato all'automobile da parecchi anni e, dopo l'incidente con la Vespa che racconto nel capitolo dedicato a San Gennaro, anche al motociclo. Sono abbonato a una compagnia napoletana, la mitica Cinquesettanta, che ha i suoi corrispondenti anche a Roma e Milano, onde pago con bigliettini (pizzini, per usare il gergo mafioso) che stacco da blocchetti periodicamente rifornitimi non avendo cos mai il problema del resto (che di solito non hanno: specie a Roma); e posso permettermi di dare mance anche se mi mancano gli spiccioli. Non pu credersi quanto i taxisti napoletani, categoria diffamatissima, siano educati, civili e simpatici. Quelli della mia compagnia li conosco quasi tutti e alcuni sono veri e propr amici. Gli speakers che prendono le chiamate li identifico uno per uno e non ho bisogno di dire chi io sia: la mia voce  inconfondibile ed essi ricordano perfettamente dove io debba andare; debbo solo dire: Al Circolo!, o Dal barbiere!, o In banca!. Addirittura: Signora Rita, corso Garibaldi 52!, e lei: Spero che non abbiate sofferto oggi dal dentista!. V' uno speaker della compagnia noto in tutta Napoli: Mario, un vero personaggio. A qualunque ora  sempre fresco e tonico; la sua sillabazione dei nomi delle strade e dei clienti  impareggiabile.  stato egli stesso taxista e nessuno conosce Napoli come lui:  una guida per i colleghi e addirittura l'angelo custode per i novellini giacch dalla Centrale li porta per mano nei pi remoti anfratti.

Il 13 febbraio chiamo un Cinquesettanta e mi viene a prendere un ragazzo. Durante la corsa si mette a cantare e io lo lodo per la voce bella e intonata. Lui mi risponde che ha l'abitudine di cantare con moglie e figli. Quanti figli hai?. Tre, mi risponde. 'O primm'  nivuro (Il primo  negro). Abitava in un vascio dei vicoli di Toledo (i famosi Quartieri): una negra fece un bimbo e, abbandonatolo, scomparve. Questo ragazzo lo ha adottato: ora 'O nirone, cos lo chiamano i compagni di scuola, ha tredici anni. Il taxista ha gi il posto prenotato in Paradiso, nessuno potr toglierglielo.

Il mio aver rinunciato all'automobile, che risponde a una mia profonda necessit, nacque da un episodio che dimostra ancora una volta quanto San Gennaro mi protegga. Io avevo a disposizione una vettura aziendale del Corriere della Sera: che tenevo quasi sempre in garage perch a Napoli in centro non c' alcuna possibilit di parcheggio. Avevo per un autista, mio personale: costui aveva anche l'incarico di fare la guardiania in casa durante le mie frequenti assenze. Da un verbale dei Carabinieri che miracolosamente avevano inviato a lui invece che al Corriere e che lui teneva nascosto nel suo armadietto nella stanza da me messagli a disposizione (il deficiente si chiama Iaccarino Antonio: credendo di farmi fesso aveva scritto sulla busta contenente il verbale Iaccarino Ciro e di questo m'insospettii), io venni a sapere che costui sulla vettura aziendale scorrazzava i suoi sodali ed era stato beccato alle tre di notte a Piazza Vittoria, allora ritrovo di nottambuli e alternativi, a tirare cocaina. Io avrei potuto perdere il posto!

Voglio ricordare un'altra consuetudine a volta a volta pittoresca o gentile ancora esistente a Napoli ma un tempo ancora pi diffusa. Il popolo non usa pubblicare i necrolog sul giornale: si affiggono ai muri delle case e alle cantonate, a volte anche negli spaz dedicati alle affissioni comunali a pagamento (in materia a Napoli vige il caos totale: il Comune si preoccupa solo di coprire i manifesti di Casapound), manifesti delle dimensioni, circa, di cm. 40 per 50, a cura delle imprese di pompe funebri, contenenti l'annuncio e le generalit del defunto. Or essi sono rivolti alla gente del rione e a coloro che l'hanno conosciuto; onde per aiutare l'identificazione i manifesti contengono il contronomme, ossia il nomignolo col quale il defunto era inteso. Si va da 'o bellillo a cap' 'e vacca a cap' 'e purpo (testa di polipo) a Pascazziello a Ciccio 'o barbiere; a Nannarella, Assuntina, 'a figlia d'a 'gravunara (la figlia della venditrice di carbone) a 'a cinese a 'a sanguettara (ottocentesco: la venditrice di sanguette, ossia sanguisughe, ma oggi i salassi non esistono pi). E cos via: fino a uno del gennaio 2014, Fraulella 'a Patanara.  un vezzeggiativo: il primo termine significa Fragolina, il secondo pu interpretarsi alla lettera siccome Venditrice di patate ma vuol forse dire piccolina.

Invece di tutt'un'altra razza sono i pozzolani (napoletano per dire i puteolani) che non arretrano di fronte a niente. Un mio carissimo amico, Renato Rocco, autore di straordinar libri di calembours (Colmo di fulmine, Motto che parla), mi ha raccontato questo. Prima della guerra c'era un sacerdote di Pozzuoli, traseticcio assai, ossia atto a intrufolarsi dappertutto. Costui si dilettava di archeologia ed era riuscito a farsi dare da Galeazzo Ciano una scorta di guardie armate per effettuare scavi in Cina di tombe appena scoperte. Arriva nel deserto e si affaccia in una tomba. Dall'interno di essa vede emergere due individui (Dalla cintola in su tutt'i vedrai) che dicono: Padre Ccarmelo, simme cumparielle d' 'e vuoste! (Padre Carmelo, siamo Vostri comparielli!). Erano due pozzolani arrivati l prima di lui che lo conoscevano, padre Carmelo.

Renato Rocco era preside di una scuola. Una volta si present da lui un genitore, un giovinotto tutto azzimato: Renato gli diede la risposta standard: Vostro figlio  intelligente ma non si applica!. Prufess, l'avite pittato! (Professore, lo avete dipinto!). Costui poi disse: Prufess, a ddisposizione! Qualunque cosa!: e lo ripetette a ogni visita. Alla terza Renato gli domand: Ma Voi che mestiere fate? e quello: Sono tecnico all'obitorio!.

Dopo Stefano e Fabrizio Jacoangeli, il pi amato dei miei cugini  Antonio Padoa Schioppa, figlio di Fabio, a sua volta figlio di Tante Hlne, zia Elena, una delle sorelle di nonna Laura, sposata a Milano. Antonio  un umanista cristiano (dice cristiano a modo suo perch non aderisce a tutte le proposizioni del Symbolum Nicenum) che vive in umilt e letizia pur essendo un Mammasantissima tra gli storici del Diritto; inoltre  tra i benemeriti della Patria nostra per esser egli il promotore della Biblioteca Europea che a Milano raccoglier l'intero scibile accessibile anche attraverso computer. La moglie Pini, una donna deliziosa, di mente e di cuore, che attraverso lo sguardo mi comunicava il suo amore,  scomparsa da pochi mesi all'improvviso mentre con Antonio si trovava a Besanon. Egli aveva un fratello grande economista, stato anche ministro, Tommaso; e ha due sorelle meravigliose, una delle quali monaca marcellina nel monastero milanese, Suor Giovanna, dalla fisionomia prettamente Schioppa, simillima a sua nonna e alla mia: la quale fa meravigliosi racconti sulla nostra famiglia e mi ha edotto sulla morte edificante di Tante Hlne, stata scettica per tutta l'esistenza. E poi c' una cuginetta adorata, Laura Frova, figlia di Clotilde Padoa, una donna di squisita sensibilit e amante dei bassotti ai quali dedica disegni e poesie.

Stefano Musella ha tre figli, il terzo dei quali, Andrea, ha tagliato la testa al mio pap, espressione napoletana per significare che gli assomiglia moltissimo: di tutta la famiglia  quello che gli assomiglia di pi. Ragazzo di straordinaria sensibilit, che coltiva la lettura,  figlio di Maria, la seconda moglie del professore, e ha una sorella, Antonella detta Toinette, alla quale mi lega un rapporto d'indicibile tenerezza. Stefano attualmente sta di nuovo con la prima moglie: dopo la morte di Maria ci si  rimesso insieme. Giacch Pina, la quale era molto legata a pap,  stata straordinaria: ha ricevuto Andrea di soli tre anni e lo ha cresciuto come se fosse stato un altro suo figlio.

A Napoli e in Sicilia si ha il concetto non della famiglia allargata, cosa moderna e non sempre augurabile, ma da sempre della gens allargata: vale a dire che per noi esistono molti che non sono parenti stricto sensu ma quasi parenti e li chiamiamo i mezzi parenti. Per parte di Stefano, che gli  zio diretto per via uxoria, un mio mezzo parente, al quale voglio bene come se fosse un nipote diretto,  Angelo Petrella di trentasei anni: un ragazzo dotato di garbo e simpatia straordinar. Angelo  un romanziere di grandissimo talento e cultura classica che fa il compositore di soggetti cinematografici e televisivi per poter indossare i panni curiali e scrivere i romanzi. Del 2008  un noir duro e dialettale intitolato La citt perfetta, Garzanti, nel quale egli mostra una capacit virtuosistica di imitare il linguaggio dei sottoproletar sociali adolescenti e di entrare nella loro sventurata immaginativa; del 2013 una sorta di giallo di costume sulla Tangentopoli napoletana, Le api randage, pure uscito con Garzanti; Pompei. L'incubo e il risveglio ad aprile  uscito per Rizzoli.

Stefano era il cocco del grande chirurgo Ettore Ruggieri. Proprio per questo motivo fu l'ultimo dei suoi assistenti a essere posto in cattedra perch Ruggieri non voleva separarsene. Era un vero barone all'antica: si faceva accompagnare a casa dell'amante e gli assistenti dovevano attendere nella notte che scendesse. Una volta Stefano accompagn il professore al consulto che i tre pi grandi chirurghi italiani, Ruggieri, Valdoni e Stefanini, fecero al capezzale di Giovanni XXIII e dal quale si giudic l'impossibilit di operare il tumore allo stomaco. Papa Giovanni era quello che si esprimeva in latino e che aveva richiamato il clero romano alla disciplina sacerdotale; sebbene, mi raccont Mimy Piovene che l'aveva conosciuto quale Nunzio Apostolico a Istanbul durante la guerra, fosse molto spiritoso e anche un ottimo bridgista. Sua Santit, terminato il consulto, disse: Forse Loro Professori si meraviglieranno di vedere questa Nostra Persona assistita solo da Seminaristi e non da Suore: ma sappiano che questa Persona, fuor che da quelle della sua mamma, non venne mai toccata da mano femminile!. Il Papa adoperava infatti il regale Noi e fu l'ultimo Pontefice ch'ebbe la cerimonia d'incoronazione secondo l'antica liturgia: interminabile e fastosa, bimbo vi assistetti per televisione a casa di nonno Gino Jacoangeli. Cantava il canto liturgico della Messa con voce limpidissima e intonata e nemmeno in quell'occasione essa si flesse per l'emozione. Adesso tale cerimonia  in rete e si resta sbalorditi anche per un'altra cosa: il cardinale Roncalli non aveva mai studiato da Papa eppure s'impadron in poche ore della complicata liturgia dell'incoronazione. Giovanni XXIII fu anche l'ultimo a seguire la severissima liturgia in infirmitate Pontificis, quella che il Papa malato dovrebbe osservare: il che gli aument di molto le sofferenze. Il segretario particolare, monsignor Loris Capovilla, ha rivelato che nelle ultime ore egli chiam a s il Segretario di Stato, Cardinale Cicognani: questi gli si present piangente ed egli disse: Eminentissime Domine quare fles: Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi: in domum Domini ibimus.  l'incipit del Salmo CXXI: Mi rallegrai per quel che mi fu detto: andremo alla casa del Signore.

Se il Concilio Vaticano II non gli fosse sfuggito di mano a causa della malattia avrebbe avuto ben altro svolgimento: impossile immaginare con Papa Roncalli la riforma liturgica e l'abolizione del latino. Egli infatti sapeva una cosa che i suoi successori tendono a dimenticare: che senza la Liturgia non c' Dogma; e la Liturgia  la parte della religione dalla quale io personalmente sono pi attratto. Non so se la sua scomparsa dalla Chiesa attuale sia causa o effetto della de-cattolicizzazione (quella che altri chiama scristianizzazione) del mondo contemporaneo: probabilmente ambo le cose. Ed  follia, tale scomparsa, giacch senza Liturgia non c' nemmeno Tempo e la societ attuale vive in uno pseudo-tempo scandito dalle date del consumo.

1 Una delle prove dell'esistenza del diavolo sta nel fatto che nei menus di molti ristoranti (horresco referens, alcuni a Napoli) la celestiale pietanza venga denominata siccome friggiarelli.
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CAPITOLO 2.
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La guerra. Nonna Laura e i suoi doni. Camerati: Fabio Milone, Bub Buccafusca, Piero Buscaroli. Buscaroli e il Pipistrello. Eugen Dollmann. Il Circolo. Proverb. Maurizio Siniscalco e Sant'Anna. Dud. Recchioni della Galleria. Terenzio Gargiulo. Ugo Ajello.

Del Palazzo Isotta venimmo liberati dai Liberatori che lo bombardarono: mor anche il povero portiere. Famiglie della Napoli-bene pensarono al pianterreno togliendoci il fastidio di occuparci di camini, marmi, specch.

L'unica vittima delle cosiddette Quattro Giornate di Napoli, se si sfogliano le carte ufficiali del Ministero della guerra, fu nonno Domenico. Gli spararono all'altezza della Floridiana. Nonna Laura pass dal lutto stretto al mezzo lutto (grigio invece di nero, viola, cappellino viola con veletta) alla mia nascita. Aveva altri nipoti ma io ero il primo nato in casa. Scrisse, alla data del 18 ottobre 1950, sul suo diario: Ritornano i giorni felici! Ero il suo prediletto. Mi diceva: Io ti ho scelto!. Quando compii trent'anni mi diede un regalo preziosissimo, una cornice contenente dodici minuscoli fixs su avorio riproducenti ciascuno una delle celebri vedute ritratte dalle gouaches. Le gouaches (o guazzi) non le amo, anche se posseggo una straordinaria Napoli di notte invernale proveniente da casa Schioppa; ma queste sono un pezzo unico: si crede a malapena che con un pennello minuscolo si sia potuto dipingere qualcosa di cos miracolosamente rifinito; e la cornice  di rame dorato inciso a punta di spillo: oggi basta quella a farci dire che nessuno lavorer mai pi cos. Quando ero diventato critico musicale del Giornale mi aveva fatto un altro dono eccezionale. Si tratta dei gemelli da polso che per il fidanzamento aveva regalati a nonno Domenico. Opera dell'incisore napoletano Melillo, sono quattro corniole ciascuna delle quali porta incisa la copia d'un bassorilievo antico. La cornicetta d'oro  anch'essa lavorata a punta di spillo in modo incomparabile. Li conservo nella cassettina lignea sulla quale nonna Laura aveva allora scritto: Ricordo del 21 luglio 1907.

La nonna detestava ricevere regali e mi ha trasmesso questo sentimento. Quando qualcuno le faceva visita (tutte le nipoti da parte delle sorelle o quasi le premorirono, onde negli ultimi anni non aveva con chi parlare) recando un dono, invariabilmente diceva: Ma che bella cosa, perch ti sei disturbata! Adesso vado subito a riporla in camera mia!. E, arrivata l, con un lancio da cestista spediva il dono sul tetto di un grande armadio. Quando mor lo abbiamo trovato pieno di bottiglie di profumo, foulard e altri ammennicoli.

Ella mor in poltrona, d'influenza, a centoun anni. Le tolsi dal polso un piccolo Omega rettangolare e da allora non me ne sono pi separato: lo alterno all'orologio da frac del maestro Vitale con preziosa catena di nonno Domenico e a un Breguet da tasca sempre di nonno Domenico. Nonno Gino mi aveva dato un altro orologio da tasca, in platino: ma lo regalai a San Gennaro.

Prima di morire nonno Domenico fu per qualche tempo ricoverato in una clinica. Pap mi ha raccontato che vi era ospitata anche la madre del suo amico Ascanio Tomacelli. La vecchia contessa soffriva di una forma di demenza che si manifestava col terrore di rimanere senza avere da mangiare. La sua stanza era piena di vassoi col cibo ch'ella non mangiava ma conservava, incurante della puzza e si metteva a piangere per ogni vassoio che riuscivano a portare via.

Pap aveva fatto la guerra d'Albania e quella di Grecia; suo fratello maggiore, Vittorio, era grande invalido di El Alamein: una granata gli aveva portato via l'intera spalla sinistra; rimase sulla sabbia come morto e si salv solo perch l'attendente, il milite Vito Marino da Ottati, provincia di Salerno, s'inoltr nel deserto per cercarlo e, trovatolo, lo port a spalla all'accampamento. Poi venne mandato all'ospedale militare di Trieste e rimase al Nord quando l'Italia fu divisa in due dalla guerra civile. Era ospite della cugina Clotilde Padoa nella villa di Bee sul Lago Maggiore. Dopo la guerra si scopr omosessuale: era un uomo di bont e delicatezza straordinarie ma negli ultimi anni di vita declin terribilmente essendo divenuto drogato e tutta la famiglia era mobilitata per procurargli le ricette di un medicinale chiamato Talwyn e per riuscire a farselo consegnare dalle farmacie che riluttavano pur di fronte alla ricetta. Ma se sopravveniva la crisi di astinenza entrava in coma.

In Grecia pap comandava una batteria. Mi diceva sempre che se era tornato vivo lo doveva ai ciucci e ai muli che servivano per portare i pezzi, smontati, su quegl'impervissimi sentieri montani. Il partigiano greco era il pi crudele che mai fosse stato: dovevano uccidere i feriti intrasportabili per evitare che cadessero nelle mani dei greci e, peggio, delle loro donne. I ciucci e i muli presentivano la presenza del cecchino nascosto fra le rocce e si bloccavano. Pap mi ha detto che di tutte le cose tremende che loro soldati attraversavano, la pi tremenda era la mancanza di sonno: sicch si addormentavano all'impiedi nei momenti pi impensati. In queste due guerre egli tenne un comportamento eroico: mi  stato testimoniato da suoi commilitoni; ne resta una croce di guerra con la bellissima motivazione aver egli sventato un assalto nemico riordinando la batteria quando i serventi avevano gi abbandonato i pezzi. Incredibile il fatto che durante la guerra si laure e andava a Napoli in licenza a fare gli esami quando la napoletana Facolt di Giurisprudenza era universalmente nota per il suo livello dottrinario e il suo rigore. L'11 settembre 1943 avvenne a Nola l'eccidio degli ufficiali da parte dei tedeschi, orribile atto di guerra conseguente all'infamia dell'8 settembre, con la fuga di Badoglio e della famiglia reale verso Pescara e poi Brindisi, l'esercito abbandonato a se stesso e senza ordini: i fuggitivi dovettero arrivare a Brindisi per nave giacch gli Avieri s'erano rifiutati di trasportarli; l'evento pi terribile e vergognoso della nostra storia, come ribadisco in fine di questo libro parlando delle peripezie di mio zio Buby Jacoangeli. Mio padre si salv miracolosamente essendo stato comandato con un commilitone d'una missione fuori caserma: dopo scapp a piedi a Napoli e si nascose nella campagna ov' oggi via Cilea; andando da lui nonno Domenico fu sparato.

La colpa maggiore di Mussolini fu il suo stato di bovina soggezione a Hitler nel 1938 quando impose al nostro Paese le leggi razziali che ripugnavano all'eredit di Roma; e l'infame Vittorio Emanuele volle acquiescere; e nella primavera e nell'estate del 1943 quando solo il peso della sua autorit avrebbe consentito all'Italia di uscire dalla guerra insieme con Ungheria e Romania e avviare trattative di pace col nemico. Ancora nel convegno di Feltre del 19 luglio egli aveva taciuto di fronte a Hitler sebbene fosse stato avvisato dal generale Ambrosio che quella era l'ultima occasione possibile. La Germania stessa era per noi un nemico: come si vede dal comportamento dei tedeschi verso i nostri soldati in Russia e in Africa e qui, se si pensa agli Alpini sul Don e al coraggio dei nostri dopo la traversata del deserto africano, rifulge l'eroismo del milite italiano. Oserei dire che tale colpa di Mussolini giustificherebbe anche il 25 luglio e il suo arresto; ma lo giustifica solo in astratto visto come andarono le cose. E a questo punto il giudizio sulla colpa si rovescia; assai maggiore, inespiabile, quella del Re. Onde la necessit d'un giudizio equanime, che sempre pi viene proposto, sulla Repubblica Sociale e soprattutto sulla giovent che combattette sotto la sua bandiera perch a quel punto noi dovevamo mostrare che gli italiani non sono traditori; a chi, la Germania, traditore sarebbe stato se non vi fosse stato l'8 settembre. Ma, ragionando per assurdo, pur se non vi fosse stato ci: e c'era: la presenza della Repubblica Sociale valse a scongiurare qualcosa di ben pi terribile, un'occupazione militare tedesca di gran parte dell'Italia. E per loro della Repubblica, che la vulgata chiama con disprezzo repubblichini, soprattutto i ragazzi, anche sedicenni, che militarono, davvero vale Virgilio (Aen., II, 354): Una salus victis nullam sperare salutem (Sola salvezza ai vinti  non sperar salvezza; Un sol rimedio a chi speme non have  disperarsi: cos Annibal Caro); (Unico scampo ai vinti  non sperare uno scampo: cos l'Enciclopedia virgiliana).

In Grecia pap aveva un sergente maggiore di Marcianise. Una volta ci fu da fare una missione suicida: occorrevano tre volontar. Il sergente addit tre soldati: Tu, tu e tu! Jate! (Andate!). Pap dopo un po' disse: Poveri ragazzi, vanno a morire in questo modo!. E il sergente: Signor tenaente (cos pronunciava), so' sardagnuoli! (Sono sardi!). Intendendo con ci dire che siccome appartenevano a quella che per lui era una razza inferiore ben potevano morire.

Basta colla guerra. Passiamo agli anni Cinquanta. A quell'epoca le tabaccherie vendevano le sigarette sfuse, tipica cosa dell'Italietta povera e risparmiatrice. Pap si trovava in una tabaccheria: c'era un cliente al bancone per ritirare delle Nazionali sfuse. Entra un frate cercatore colla bisaccia di pelle: San Francesco! San Francesco!. Al bancone il frate con abile mossa di dita si arronza quattro o cinque Nazionali. Allora a Napoli le tabaccherie avevano delle sedie lungo il muro perch le persone andavano a farvi salotto: come nelle farmacie. Uno dei salottisti si rivolge al frate: Neh, Z mo' (Zio monaco) ma San Francesco fuma?. E questi: 'A verit, San Francesco non fuma. Per si fa i cazzi suoi!.

Uno dei migliori amici di pap e uno degli uomini pi meravigliosi che abbia conosciuti era Fabio Milone, l'ultimo Federale di Napoli poi passato nella Repubblica Sociale. Aveva uno humour estremo. Qualche settimana prima di morire mi disse: Il cancro bisogna saperlo portare!. Nel 1945 Fabio aveva due condanne a morte. Si nascondeva a Milano in casa delle sue precedenti amanti: giacch era un grande tombeur de femmes. Un amico e camerata, Aurelio Buccafusca detto Bub, oggi pi che centenario, decise di andare da Napoli a Milano per salvarlo. Incominci a frequentare determinati caff e bar; quindi venne a conoscerne l'indirizzo: lo caric sulla Topolino e si avviarono verso Napoli. Giunti al posto di blocco del Garigliano, Bub tent il tutto per tutto: si rivolse ai Carabinieri: Guagli, simm napulitane! (Ragazzi, siamo napoletani!). Passate!, risposero loro.

Un'agghiacciante nota (a p. 99 dell'edizione Bonghi del 1889) de La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859 di Manzoni illustra l'errore storico del fascismo e di Mussolini; e soprattutto di Mussolini. Scrive Alessandro: I partiti in generale non hanno la memoria molto lunga per le prove di devozione rimaste sterili, non accompagnate da dimostrazioni enfatiche e clamorose, e soprattutto quando sono determinate da un motivo di coscienza; perch la coscienza, indipendente di sua natura dall'arbitrio altrui, gli pu sfuggir di mano ogni momento, e, favorevole in un caso, diventar contraria in un altro; e i partiti vogliono una deferenza illimitata e uomini sicuri, che sono poi quelli che li mandano in rovina, com' giusto.

Fabio, che fu uno di quelli i quali ascoltarono direttamente dalla bocca del Duce la famosa sentenza: Governare gli italiani non  difficile,  inutile!, aveva fatto iscrivere all'Italia l'antipatico e geniale Piero Buscaroli nel periodo che questi risiedeva a Napoli essendo direttore del quotidiano Roma. Quando se n' andato da Napoli Buscaroli si  dimesso dal Circolo, con ci asseverando la sua ineducazione. Negli anni Settanta una volta un socio gli disse: Diretto', Voi ci scuserete se non leggiamo il Roma, nuje leggimmo 'o Matino pecch 'nce avimmo a trezzia' 'e muorte! (Direttore, Lei ci scuser se non leggiamo il Roma, noi leggiamo Il Mattino perch ci dobbiamo trezziare i morti!). Il Mattino  il principale quotidiano cittadino e ospita gli annunci funebri: il socio aveva detto trezziare, verbo che significa aprire piano piano le carte da giuoco che uno tiene in mano. Gli annunci funebri andavano trezziati, degustati, delibati!

Al Circolo abbiamo nei bagni un orinatoio a muro. Su di esso poggia una candela mangiafumo accesa. Fabio, molto vecchio, una volta disse: Visto lo stato dei nostri cazzi (N.B.: ossia, che sono come morti) ce ne vonno ddoje! (Ce ne vogliono due!).

Di Buscaroli occorre sapere che all'epoca del Roma aveva a Bologna una moglie giovane e bellissima che non port a Napoli. Il suo tempo lo passava qui stando dietro a certe sfatte mogli di aristocratici. Gli chiesi: Ma a tua moglie non ci pensi?. E lui: Cosa vuoi, a Bologna lei  felice, ha le sue amiche, la sua canasta!. Raccontai il dialogo a pap che cos comment: Ah, adesso le chiamano canasta!.

Il caro Piero si present alcuni anni fa alle elezioni europee con Fini, quando costui non aveva ancora rivelato il suo volto di traditore e di colui che, come il Dambreuse dell'Educazione sentimentale di Flaubert, avrebbe pagato per vendersi. Si giuoc il seggio perch in campagna elettorale dichiar che gli omosessuali andrebbero rinchiusi in campo di concentramento. Chiss come la mette a nome col suo (e mio) amatissimo Arcangelo Corelli, con Brahms, che antepone a Wagner, e con Eugen Dollmann. Non nomino Hndel perch non gl'interessa; di Schubert non so.

Nel 1976 accadde questo. Io avevo a Milano una relazione con una donna molto pi grande di me che mi resi conto essere una fortissima jettatrice: per giunta sibi suisque, la specie peggiore: come si vide dalla miserrima fine ancor giovane e dalle sventuratissime successive vicende della sua famiglia: l'unica figlia suicida dopo la di lei scomparsa. Che fosse una Gezeichnete, una Segnalata, dal titolo dell'Opera di Schreker tratta da Hidalla di Frank Wedekind (e la saggezza antica dice: Cave signatos!), mi accorsi quando nella relazione gi stavo dentro perch ero ancora un ragazzino e non avevo sviluppato le antenne di autotutela che ho adesso. Non potevo troncare perch, almeno questo gi allora lo capivo, lo jettatore, pur se involontario, non va irritato: me ne dovevo scivolare fuori con accortezza; un amico, Vittorio Pescatori, pur essendo milanese mi aveva avvertito che questa signora era Il Pipistrello: cos la chiamava; tale mammifero (la Chiroptera), che viene associato all'idea di morte e sepolcro e al vampirismo sebbene solo una variet si nutra di sangue, solitamente  inoffensivo e si orienta con un meraviglioso sistema a ultrasuoni, il che mi fa tenerezza e suona a gloria del Creatore. Io credevo che Piero fosse uno dei miei migliori amici, una sorta di fratello maggiore; e mi aprii con lui per telefono. Egli non fa n uno n due: chiama Il Pipistrello, bolognese come lui: Fra due ore sono a Milano da te, ti debbo parlare di una cosa importantissima!. Prende la macchina (odiava il treno perch diceva ch' infestato dalla puzza dei pugliesi): fa l'autostrada a duecento all'ora, arriva a casa della donna e le spiattella tutto: non ho mai capito a qual fine. L'unica spiegazione  che la profonda cattiveria manifestata non solo verso di me ma verso la sventurata scaturisca da un groviglio d'infelicit e rancore. Ora, egli ha attraversato una vera e propria tragedia, la persecuzione del padre e la sua propria di adolescente e giovane uomo; il dolore dovrebbe fare di noi ci che la Natura augura all'Anima nel Dialogo della Natura e di un'Anima delle Operette morali di Leopardi: Vivi, e sii grande e infelice. Il dolore ha invece dato un grande scrittore ma non un grande uomo.

Se non morii d'un lento, atroce morbo lo debbo solo a San Gennaro: Il Pipistrello convoc me ignaro e disposto a credere che Dio non sia Dio piuttosto che Buscaroli potesse aver parlato e mi maledisse in un pomeriggio che ricordo ogni volta col sudor della morte.

Buscaroli ha scritto bellissimi libri di stud politici e di viaggio. Di recente, ossia del 2013,  Una Nazione in coma, grandiosa raccolta di Saggi storici e politici e di storia dell'arte; mentre di quattro anni prima  lo struggente, per certi versi, ancor pi grandioso, per altri, Dalla parte dei vinti. Possiede una cultura enciclopedica. Un suo Bach rester e cos l'opera su La morte di Mozart. Dalla sua frequentazione ho ricavato fastid infiniti ma anche buoni stimoli culturali. Facemmo due volte insieme un viaggio a Monaco. Odia Wagner, onde non venne mai alle rappresentazioni wagneriane del festival. Elabor la tesi paranoica esser Wagner invidioso della grandezza di Bruckner e aver un piano per far cadere le di lui Sinfonie in oblio. A Monaco regal i biglietti ottenuti dal Nationaltheater in qualit di critico musicale ( in genere insofferente della sala da concerto e ancor pi del teatro) al suo vecchio amico colonnello delle SS a riposo col grado di generale, Eugen Dollmann. Era questi una vera personalit. Parlava un meraviglioso italiano. Si era ritirato in una pensione, Das blaue Haus, nella Hildegardstrasse, e viveva con un anzianissimo cane il quale pi che non camminasse si trascinava a stento. A lui e alla sua Monaco Buscaroli dedica in Dalla parte dei vinti pagine alate. Proveniva da una vecchia famiglia monacense di medici di corte: cos mi raccont della regina di Napoli Maria Sofia, l'ultima, la moglie di Francesco II, quella dell'eroica resistenza di Gaeta assediata dalle truppe piemontesi del boia Cialdini e ch'era una Wittelsbach. Secondo Dollmann ella era uscita dal matrimonio intatta e a Napoli sarebbe stata resa madre da un giovane ufficiale della Guardia Bavarese. Durante la Grande guerra ella era esule a Monaco: sarebbe poi stata a Parigi, e ne parla Proust, esule ancora una volta, per morire a Monaco. Andava a visitare i militari prigionieri e cercava ansiosamente i napoletani ai quali si rivolgeva nel nostro dialetto, rectius lingua. Gli ultimi giorni del Regno sono descritti nel meraviglioso romanzo L'alfiere di Carlo Alianello e nell'opera storica su Gaeta, un grande libro, Gli ultimi giorni di Gaeta, di Gigi Di Fiore.

Dollmann mi parl anche della fine della guerra con i tedeschi che occupavano l'Italia. Il comandante supremo delle SS e della Polizia in Italia era il generale Karl Wolff.  storia aver egli ottenuto il 10 maggio 1944 un'udienza da Pio XII al fine di risparmiare lutti alle truppe tedesche che si ritiravano incalzate dagli anglo-americani. Decisiva fu la mediazione di Virginia Bourbon del Monte, vedova del Senatore Agnelli. Secondo Dollmann Wolff, che con lui ebbe dopo il fatto che narro ricostruita la carriera e ottenuta la pensione con gli arretrati, giaceva in miseria. Allora gli disse: Guardi che Gianni Agnelli avr certo piacere di custodire le lettere d'amore della mamma indirizzate a Lei, si metta in contatto con lui!. Cos fu: il generale lo fece con successo.

Torno alla mia famiglia. Un'altra battuta di pap mi piace ricordare. Era venuta a casa nostra una musicologa nana, ma nana in senso stretto, vorrei dire clinico. Quando se ne and pap fece una faccia serissima e disse: Beata lei! Per lei ogni uomo  uomo due volte!.

Una volta i miei genitori vennero invitati per un 31 dicembre a San Giuseppe Vesuviano nella villa della famiglia Auricchio, i produttori degli squisiti provoloni. Il vecchio Auricchio spar un tracco a trentotto girate che s'era fatto confezionare espressamente.  p devozzione 'a Madonna 'e ll'Arco! ( per devozione alla Madonna dell'Arco!). La Madonna dell'Arco  una Vergine da noi veneratissima sita nell'antica Contrada Archi del comune di Sant'Anastasia e definita cos per la presenza di un acquedotto romano.

Mio padre, che non aveva mai simpatizzato per il fascismo, era anche un uomo inflessibile e non solo nella professione. Vittorio Emanuele Savoia mand al Circolo una foto con dedica. Era stata esposta nel salone, accanto a quella di de Pinedo indirizzata Ai Camerati dei Canottieri Italia. Fece un reclamo sul famigerato libro dei reclami che si usa solo in occasioni gravissime. La foto del signor Savoia non  gradita ai Soci. Anche Fabio Milone aveva fatto analogo reclamo, solo con pi parole. Tanto bast affinch la foto venisse buttata nel cesso.

Pap ha lavorato tutta la vita. Una volta disse: Morir attaccato alla stanga!. Riccardo Muti, al sentirlo, ha commentato: Sar lo stesso per me!. Un altro suo racconto riguard un magistrato che s'era nzallanuto, ossia rimbambito, ma non aveva ancora l'et per la pensione. Allora, diceva pap, tra magistrati e avvocati vigeva grande fair-play; cos si tollerava che costui venisse portato dalla famiglia in udienza ove dormiva tutto il tempo. In camera di consiglio doveva esprimere il suo parere. Lo svegliavano e lui diceva invariabilmente: Mi associo al consigliere Ascione!.

Per la pi bella battuta della mia vita non l'ho sentita al Circolo o da pap ma per strada, da un conducente di autobus. Si spalancano le porte, una signora deve scendere.  grassa, ha difficolt a passare per le sbarre: inoltra il piede destro, lo sporge, niente, lo ritira. Inoltra il sinistro, lo sporge, niente, lo ritira. L'autista: Signo', comm' ll'acqua? (Signora, com' l'acqua?). Un'altra volta un tram era fermo a un semaforo; passa un operaio tenendo un cesso sulla spalla; l'autista: Addo' ve n'jate, tutt'e ddoie? (Dove ve ne andate, voi due?). Questa la debbo al maestro Ugo Ajello, il quale una volta era in macchina col maestro Aldo Pavanelli, ottimo violinista allievo del maestro Alberto Curci, il compagno di Celeste Capuana della quale parleremo pi avanti: erano in un vicolo strettissimo e andavano contro mano; sulla sua mano arriva il tram. Pavanelli disse: Ugo, vottate subbito!, e il maestro Ajello per un soffio riusc a passare per lo spiraglio apertosi e cos salv se stesso e l'amico. Incontrai Pavanelli ultraottantenne a Piazza Vanvitelli: stava un fiore. Maestro gli faccio, comme state bello!, e lui: Guagli, 'a morte  na cambiale c'a tenimm' tutt' quant' nt' 'a sacca, per c' 'a scadenza in bianco! (Guagli, la morte  una cambiale che portiamo tutti quanti in tasca, per colla scadenza in bianco!).

Restiamo sulla morte. Il Dottore delle Orecchie si rec di recente per un consulto all'ospedale Loreto Mare. Ne usciva e l'ascensore del quarto piano era occupato da una barella scortata da due infermieri sulla quale giaceva un cristiano con un infarto in atto. Al pian terreno si aprono le porte e fuori di esse attendeva un ragazzino di fioraio con in mano un cuscino destinato alla sala mortuaria. Rivolto a lui il cristiano fa: Guagli, ggi s arrivato?.

Una volta, mentre attraversavo le difficolt causate dalla mia assunzione al Corriere della Sera, che racconter pi avanti, Buscaroli pretese di esser ricevuto dal maestro Siciliani per illustrargli la strategia difensiva che secondo lui avrei dovuto adottare: compreso un avvocato di Bologna da impormi. E disse: Paolino deve fare causa!. Il Maestro: Sellate la mula!. A chi non lo sapesse, spiego che nella Giara di Pirandello il protagonista, il ricco contadino Don Loll Zirafa, ogni volta che vuole andare in citt per recarsi dall'avvocato e avviare una causa, il che avviene di continuo, dice, appunto, Sellate la mula!.

Pap mi raccont che prima della guerra al Circolo si giuocava: se per questo anche dopo:  rimasto famoso il caso del deposto Re Faruk d'Egitto il quale chiam una combinazione vincente al poker e, lasciando le carte coperte, disse: Parola di Re!. Prima della guerra c'era un maestro di Casa analfabeta che sapeva leggere solo i numeri: questi faceva lo strozzino prestando denaro ai giuocatori. Aveva un taccuino ov'era segnata la somma dovuta da ciascun socio: a fianco egli aveva elaborato un geroglifico identificativo corrispondente al nome, uno diverso per ciascun debitore. Anche questo dimostra una verit inconfutabile, essere gli analfabeti pi intelligenti degli alfabetizzati e, soprattutto, dei finti alfabetizzati, dei quali la scuola dell'obbligo riempie il mondo e che si ritrovano soprattutto alle sedute di laurea.

Un mio carissimo amico, Mario Rusciano,  un grande giurista ed  uomo di bont e generosit straordinarie. Si pensi che la prima volta che venni affetto da una sindrome depressiva veniva ogni giorno a casa mia per costringermi a uscire con lui che mi teneva sotto braccio e camminare: e la sua terapia, accompagnata dal sorriso, ch' la prima forma di carit, mi giov per non farmi scendere nel pozzo. Un giorno mi dichiar che aveva portato pi di una volta alla laurea soggetti che nella tesi avevano fatto errori di italiano. Io mi infuriai dicendo che non avrebbe dovuto. Egli mi rispose non esser suo compito sopperire alle deficienze della scuola media. Allora gli citai il proverbio arabo: Spazza fuori della soglia di casa tua e tutta la citt sar pulita! Roberto Burioni, professore di virologia al San Raffaele, respinge le tesi di laurea in cattivo italiano. E il caso massimo sotto il profilo del rispetto per la scuola  quello del professor Giordano-Lanza, che insegnava anatomia al Policlinico napoletano. A una seduta di laurea un candidato risultava aver fatto con lui l'esame: il professore li ricordava tutti, gli esaminandi, negli anni; fece fermare la seduta perch la faccia del laureando gli era nuova e risult che l'esame era stato falsificato, non essendo mai dal falsario stato sostenuto. C'era un giro di bidelli e personale di segreteria che vennero tutti arrestati.

Mario Rusciano  un adepto delle moderne superstizioni: per esempio crede nella Democrazia, nel Progresso ed  riuscito persino a credere nell'Ulivo,  un ammiratore di Prodi e Amato. Ha fede nella Psicoanalisi onde si dispiace assai quando io dico che si tratta della Smorfia (ossia del sistema per interpretare i sogni facendone numeri del Lotto) del Novecento.

Coll'occasione voglio ricordare cinque proverb, i pi belli che esistano, che sono propr della mia citt. Il primo recita: Chi tene mamma nun chiagne, e non ho bisogno di spiegarlo: chi conserva la propria mamma qualunque cosa accada non pianger anche perch le mamme riescono ad attirare su di s e scontarlo loro ogni dolore che venga ai figli. Il secondo viene fuori dal pessimismo, a non dire nichilismo, napoletano: Nun c' pezzenteria senza defietto (Non c' povert - ma pezzenteria vuol dire qualcosa di pi, irrimediabile miseria - senza difetto, colpa), ossia che quando ti trovi di fronte a una situazione di povert, non solo economica, alla radice c' anche una colpa, fosse pur metafisica. Sembra una sentenza di Sofocle. Il terzo deriva da una similitudine barocca degna del Basile: quando si vuol dire che nella vita occorre comprensione per gli altri e magari si deve scendere a compromessi per la propria o altrui salvaguardia, si afferma: S'ave a mantenere 'o carro p' 'a scesa!, ossia bisogna stendere una mano per trattenere il carro posto su di una discesa dal precipitare. Il quarto mostra come tutto a Napoli, nelle metafore, nella vita quotidiana, sia intrecciato coll'idea della morte: quasi come a Palermo. In Italia si dice: Non vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso! oppure Non dire gatto se non l'hai nel sacco! A Napoli si dice: 'N copp' 'o muort' cantamm' 'a Libbera! (Se non mi dai il morto non ti posso cantare il Libera me Domine!). Il quinto significa questo: se qualcuno si lamenta di propr guai e noi abbiamo i nostri, si dice: Sto scinnenn' 'a copp' 'o muorto! (Sto scendendo da casa del morto! ossia: Vengo dalla veglia funebre!). Cito invece un proverbio oscenissimo che rinvengo nel grande libro di Roberto D'Ajello (un magistrato davvero d'altri tempi) Proverbia prohibita, ossia una silloge dedicata ai motti osceni, licenziosi, irriferibili, in napoletano. In Italia si dice: Non si pu avere la botte piena e la moglie ubriaca!; a Napoli, in modo innegabilmente espressivo: Scartella', nun puo' zuca' 'a zizza e chiava'!, ossia: Gobbo - la gobba si chiama scartiello - non puoi succhiare la zizza e chiavare!, perch lo scartiello, essendo dietro ma pure davanti, crea la contradizion che nol consente! Questo mi viene dal maestro Vitale: quel che il Diritto chiama un aliud pro alio e che volgarmente si dice un qui pro quo, in napoletano scurrile  Piglia' 'o cazz' p' 'a lanterna d' 'o muolo, ossia Scambiare il cazzo per il faro del molo. (A proposito di questo proverbio, posso citare un esempio: il 24 febbraio il Teatro alla Scala comunica che il maestro Pollini nell'odierno concerto, in luogo delle Sonate op. 101 e op. 106 di Beethoven, eseguir il I libro dei Prelud di Debussy.) Sempre il D'Ajello ne cita uno irresistibile: per parlare di persona incontentabile si diceva: 'A monaca 'e Casale: muscio nun 'o senteva e tuosto le faceva male!, ossia: La monaca di Casale: moscio non lo sentiva e duro le faceva male!. Il complemento oggetto , naturalmente, il cazzo. Una similitudine barocca anche questa degna del Basile. Quando si vuol esprimere che ci si accanisce con qualcuno che sia indifeso e col quale la sorte si sia gi sfogata, si dice: Tu vu sfottere 'a mazzarella 'e San Giuseppe! (Vuoi sfottere la mazzarella di San Giuseppe!). La statua del Santo lo effigia con un bastone ligneo in mano, quando egli non regga il giglio: bastone ch' l'insegna del mestiere di falegname. Ora si sottintende che chiunque avesse bisogno di un pezzettino, di una scheggia di legno, passasse per la chiesa ov'era la statua e la tagliasse dal bastone, 'a mazzarella. L'ultima similitudine che voglio citare  questa: quando si vuol significare il caso di un pusillanime che si spaventa per nulla, si dice Pulecenella spaventato d'e mmaruzze!, ossia Pulcinella che vede le lumache tirare le cornicelle fuori dal guscio e si spaventa.

Ora che sto vivendo il miracolo di una terza edizione ( il 22 ottobre 2014) mi sento d'aggiungere ai citati un proverbio riassuntivo dell'umana condizione, riportato dal Basile: a mmiria smafara lu mazzo, ossia L'invidia sfoga dal suo stesso culo.

Naturalmente una enorme gratitudine in ordine al napoletano la provo per Renato de Falco, avvocato, il quale ha dedicato una vita alla mia lingua e alle tradizioni napoletane: una delle tantissime sue opere  Del parlar napoletano.

I napoletani sono per natura affettuosi e aperti verso il prossimo. E hanno tale tendenza ad aprirsi, appunto, al prossimo, da possedere una locuzione gentile unica e intraducibile. L ove altri popoli occhiutamente domandano ascendenze e discendenze per collocare lo sconosciuto, per farne, dir cos, una mappa genetica, il napoletano lo fa per scoprire comunanze parentali o sentimentali: e quando tali comunanze ha rinvenuto dice soddisfattissimo: Simm' asciute  ppariente! (Siamo usciti a parenti!), abbiamo scoperto un comune legame.

Il Circolo ha una sede piccolissima: uno dei motivi per i quali lo amo  anche questo; non ha nulla a che vedere con quei saloni ofani (parola napoletana derivante dallo spagnuolo e che significa pomposo) immensi che appagano i magistrati e prefetti fatti subito soci nei circoli di carattere istituzionale. Quando sono entrato come socio effettivo (da allievo la cosa risale addirittura al 1966) non c'era nemmeno la sala da pranzo: si mangiava d'inverno in un piccolo vano denominato il pozzetto, d'estate in terrazza; era l'epoca del mitico maestro di casa Amedeo. Allora il Circolo era frequentato assai di pi giacch molti soci non lavoravano ed erano presenti mattina e pomeriggio, spesso trattenendosi a cena: il numero di persone spiritose e simpatiche da me conosciute l era impareggiabile; voglio solo ricordare i due pi cari amici di pap, l'avvocato Vittorio Vitale e il libraio-editore Gaspare Casella, uomo di cultura e spirito incredibili.

Avevamo all'Italia un socio, Enrico Ferraro, alto magistrato della Corte dei Conti, la pensione del quale ammontava a una cifra tale che nessuno ha saputo quantificarla. Costui viveva nel culto della nobilt e dei nobili. Al Circolo, disse una volta il capo-marinaio in risposta a un tale del Nord il quale pretendeva di attraccare non invitato alla nostra banchina e invocava la sua qualit di conte di non so che, al Circolo, dunque, 'E Principi se jettano!, ossia ne abbiamo tanti che ne dobbiamo buttare, di Principi. Quindi Ferraro passava la sua giornata: Duca di Casalnuovo, Vi ossequio!, Principe di Cerenzia, Vi saluto!, Duca di Marigliano, proteggeteci!, perch li chiamava tutti per predicato e non per cognome. Si era attaccato, negli ultimi tempi, al marchese di Prossedi, Beb de Carolis; non lo lasciava mai solo. Questi, ricchissimo, con legami familiari anche in Russia, aveva menato da giovane la gran vita a Parigi, ove faceva parte dell'entourage del Granduca Boris in esilio. Poi si era inaridito. Infatti mor deliberatamente ab intestato pur avendo dei nipoti non strettissimi ma neppure troppo laschi, lontani. Ferraro una volta gli disse: Marchese di Prossedi, debbo farLe una grande preghiera. (N.B. Per pompa adoperava il Lei e non il Voi.) Mi lasci in testamento (aveva trent'anni di meno) il meraviglioso volume introvabile sul Palazzo de Carolis a via del Corso a Roma!. Ma qua' testamento, tu tieni na salute 'e mmerda, muori primm' 'e me! (Ma che testamento e testamento, tu hai una salute di merda, muori prima di me!).

Beb de Carolis aveva un'idea poeticissima della vita. Una volta mi domand: Iso', ma tu s nzurat'? (Iso', ma tu sei sposato?). Io rispondo: Marche', no!. E lui: Nun ffa' comm' a mme, nzurat'! Si no quann' po' cad' malat', comm' fai?, che vuol dire: Non fare come me, sposati! Se no poi quando cadi malato come fai?.

Un'altra volta arrivo al Circolo e lo vedo che prendeva il sole sulla terrazza. Marche', comme state? Nun arrizzo cchi, so' lleccatore! (Marche', come state? e lui urla da venti metri di distanza: Non mi si alza pi, sono leccatore!).

Al Circolo c'era un socio che aveva disturbi psichici ma era innocuo, per cui lo lasciavano uscire di casa e persino frequentare. Era una bravissima persona e soffriva di una forma di, mi ripeto, innocua, mitomania. Una volta stava con la faccia scura. Che hai?, gli domanda, perfidamente, un amico. Che ne vuo' sape'!, fa lui. Me sto appiccicann' co' Ari. Nun puozz'  'a festa a Skorpios e isso 'a piglia 'a mmale! M'a dditt': E mm chi ci' ddice a Jacqueline ca tu nun vien'? (Sto litigando con Ari. Non posso andare alla festa a Skorpios e lui la prende a male! Mi ha detto: E adesso chi glielo dice a Jacqueline che tu non vieni?). Ari  Onassis. Provocavano questo Jimmy perch raccontasse la vera storia della battaglia di Montecassino. Chill' 'o ggenerale Clark s'ev' 'ncatastat' 'a nu sacc' 'e tiemp', n'jev' cchi n annanze n aret'! Finalmente m'avett' a fa chiamm a mme. Io allora ce diciett': Gener, base primm ve n'avit' a ', n'aggia riman 'mpicciato. Dateme tre divisioni e mm' ' vvec' io! (Il generale Clark era rimasto intrappolato da un sacco di tempo, non andava pi n avanti n indietro. Finalmente dovette mandarmi a chiamare. Io allora gli dissi: Generale, prima cosa ve ne dovete andare, io debbo avere le mani libere. Datemi tre divisioni e me la vedo io!).

Uno dei soci pi simpatici era il marchese Giulio Puoti. Noi ne avevamo un altro, di socio, ch'era un terribile jettatore ed era cos affettuoso che ti salutava da un marciapiedi all'altro e traversava la strada per abbracciarti. Una volta Puoti si trovava alla stazione di Mergellina dovendo prendere il rapido per Roma. Lo jettatore  sul marciapiede e lo vede: Giulio, Giulio, vai a Roma?, e Puoti, gi col piede sul predellino e la mano che stringeva la staffa, Forse!.

Lo jettatore aveva una moglie bellissima e simpaticissima ch'era la sorella del Sindaco. Questi aveva creato un pullmino che s'inerpicava pei vicoli del Monte di Dio ove abitava il cognato. Pap lo battezz, il pullmino, Fatebenesorelle.

Un amico carissimo dei miei genitori e mio era Nicola de Conciliis. Di famiglia baronale, era un grande oculista. Raccont ch'era partito per la campagna di Russia convinto che dovesse essere una passeggiatina e si salv perch la madre, di nascosto (lui, appunto, non voleva), gli aveva infilato nel bagaglio una pelliccia. Era spiritosissimo. Una volta un socio si fece crescere la barba: la consorte era una di quelle colle quali Buscaroli se la faceva invece che pensare alla moglie propria. Nicola disse: Era la sola sostanza cornea che gli mancasse dalla testa!.

Nicola s'era sposato con una donna che aveva l'abitudine di vestirsi da uomo e aveva molte amiche. Non aveva capito nulla e aveva insistito per stringere il vincolo. Questa non aveva fatto opposizione pur senza avere la minima intenzione di rinunziare alle sue, dir cos, abitudini: il guazzabuglio del cuore umano! Quando finalmente realizz quale fosse la realt Nicola si divise de facto dalla signora ma, cattolicissimo, non volle nemmeno avviare la procedura d'annullamento rotale. E a tal punto di acciecamento continuava a essere che, quando costei mor, pubblic il necrologio sul Mattino in quanto sposo inconsolabile.

Avevamo un socio, Ugo di Marzo, detto Lupo, perch era un lupo solitario. Passava la giornata seduto sulla stessa poltrona bevendo whisky collo sguardo fisso nel vuoto. La bottiglia la metteva lui e la teneva nel suo cassettino nello spogliatoio; al Circolo il compito di portare la brocchetta dell'acqua per la rifusa. Una volta pass davanti a pap che lo salut e Lupo non rispose. A pap non poteva fottere di meno; per Lupo torna indietro e dice: Ma tu sei Vittorio o Umberto?. Pap risponde: Umberto. E Lupo: Allora ciao,  con Vittorio che non parlo!. Lupo teneva moltissimo alla propria privacy. Una volta per giorni interi non lo si vide, e di lui non si sapeva niente; non sapevamo nemmeno dove abitasse. Fabio Milone riusc ad avere il suo indirizzo, vi and e lo trov in fin di vita. Lo salv; e Lupo, quando stette bene, gli disse: Ma perch non ti fai i cazzi tuoi?.

Un altro socio simpaticissimo, intimo amico di pap, era Gianni Settembrini. Una volta stava prendendo un caff al bar quando il padrone di casa lo vide dalla strada e lo affront: Quann' ca me pavate 'e pesun' arretrati?, in napoletano 'o pesone, il pigione  maschile: Quando mi pagate i fitti arretrati?. E cche, s ffatto 'nduvino? (E che, sono diventato indovino?).

Un socio molto divertente era Scarrafone, che vuol dire Scarafaggio, perch era piccolo, brutto, scuro: al secolo ingegner Gaetano Pizzuti (Vasc' puort', disse mio padre: Basso porto). Forse anche per questa sua bruttezza era un grande chiavettiere: non avendo nulla da fare aveva il tempo di dedicarsi alle donne, le quali, diceva lui, alla bellezza e alla ricchezza preferiscono chi abbia tempo da dedicare loro, le accompagni a girare per i negoz. Lui e un altro nullafacente, il principe Pupetto Sirignano, si dedicavano alla conquista sistematica, negli anni Cinquanta, delle turiste che arrivavano dall'America per nave: quando ripartivano Scarrafone mandava a ciascuna delle sue occasionali fidanzate, imbarcata per il ritorno, un telegramma fisso: A kiss for every wave! (Un bacio per ogni onda!). Ogni mattina a mezzogiorno il cameriere Antonio gli diceva: Ingegn, ce sta 'a signora in linea!. Lui andava: aveva fatto chiamare la signora Aspettapesce Assunta: Sign, vuie aspettate sempe? (Signora, Voi aspettate sempre?). Una volta si trovava con una sua amasia in un ristorante della Ferrovia. Un tipo con un braccio pieno di peli (il racconto  di Fabio Milone) si avvicina e mette le braccia sul tavolo. E chesta femmena 'e chi ? (E questa femmina di chi ?). 'A vostra!, rispose Scarrafone. Quando il guappo se ne fu andato la ragazza protest perch Scarrafone non aveva difeso il suo onore. Nenn, si nun rispondevo accuss, a cchest'ora io stev' c' 'a capa 'nt' 'o cesso e tu stev' chiavann' c cchillu ll! (Ragazzina, se non rispondevo cos a quest'ora io sarei colla testa nel cesso e tu staresti chiavando con quello!). Il padre di Scarrafone era un professore universitario di ingegneria: cos il figlio aveva ottenuto la laurea. Una volta, non si sa come, Gaetano era perito di parte in una causa: il perito di controparte era l'ingegnere Campanella, il pap di Michele. Di fronte a un'affermazione di Scarrafone, l'ingegnere Campanella ore rotundo disse: Presidente, ma come si possono prendere sul serio le affermazioni di costui, quando tutti quanti sanno che la laurea gliel'ha regalata il padre?. E Gaetano: Signor Presidente,  'o vero, a mme 'a laurea me l'ha regalata pap: ma a cchist' chi ce l'ha data? ( vero, a me la laurea l'ha data pap: ma a questo chi gliel'ha data?).

C'era al Circolo un gran signore, Tanino Minervini (Tanino  in napoletano il diminutivo di Gaetano). Questo nobiluomo era poverissimo: ufficiale di Cavalleria, aveva lasciato il servizio per fedelt al Re. Quando mor Riccardo mand un telegramma di condoglianza a pap e uno a me, distinti, sebbene abitassimo insieme. Lo vedi che cos' un signore?, disse pap.

Un gioved sera di almeno venticinque anni fa c'era un bel tavolo al Circolo: il gioved facciamo una cena sociale. Io ero seduto vicino al Marchesino e Tanino era distante qualche metro. Ci fu tra loro uno scambio di battute; su qualcosa evidentemente non concordavano. Il Marchesino  iracondo; lo prese una subita antipatia per il gentiluomo. Io evidentemente non mi so spiegare; ma non con tutti, non mi so spiegare con Lei!. Pap si alz, lo prese delicatamente per un braccio e disse: Marchesino, adesso usciamo a prenderci una boccata d'aria!.

Qualche anno dopo dovetti fare lo stesso io. Eravamo stati invitati a una cena in piedi in una bellissima casa (adesso nemmeno se mi invita Dio vado a cene o pranzi in piedi!). Il padrone di casa era un omosessuale padre di figli. La moglie, che viveva a Roma, tuttavia c'era: e s'era portata dietro il suo amante di turno, un bel negrone. Al vederlo, e perch amante in casa del marito, e perch negro, il Marchesino si fece rosso congestionato: forse se non lo avessi portato fuori (si era d'inverno e c'era anche un fortissimo riscaldamento) gli sarebbe venuto un moto. La figlia di questa bella coppia era poco pi che adolescente quando divenne l'amante di un importante ministro del partito craxiano.

Il Marchesino dirigeva l'ufficio titoli della Comit a Torre Annunziata. Una volta and da lui un cristiano che voleva il possesso materiale di alcuni BOT. Il nobile gli spieg che non era possibile, giacendo questi presso la Montetitoli a Milano. Il poveruomo insistette e il nobile alz la voce. Allora costui disse: Che cos' questo tono camorristico?. Il Marchesino: Tono camorristico a me? Tono camorristico a me? Io sono un marchese con cinquecento anni di storia sulle spalle! Ma comme sfaccimm' te permiett'?, (Sfaccimma  lo sperma!). E altre parole e frasi irriferibili. Lo sentirono fino al salone; e il direttore poi disse a Giancarlo: Ma com' possibile, un cristiano  salito da te coi capelli neri e se n' uscito coi capelli bianchi!. Lo sventurato lasci persino l'ombrello nello studio di Giancarlo, tanta paura s'era pigliato.

Il Marchesino  Giancarlo de Goyzueta di Toverena, di una nobilissima famiglia di origine basca che nel Settecento si trasfer a Parma per servire i Borbone, indi a Napoli. All'unificazione i suoi, ch'erano diplomatici, vennero degradati da Ambasciatori a Consoli per la loro fedelt alla vera dinastia napoletana.

Un amico simpaticissimo, di pap e mio, si chiama Nicola Lordi. Purtroppo si  stabilito a Udine e se prima veniva ogni tanto in visita pastorale a Napoli adesso saranno almeno un paio d'anni che non lo vedo. Nicola era grande proprietario terriero a Muro Lucano. Riguarda tanti anni fa questo suo racconto. Nel Sud spesso i proprietar fungevano da padri, prima ancora che da padroni, dei loro contadini. Cos Nicola aveva accompagnato un colono alla visita di leva. Nel grande stanzone c'erano tutti questi giovani nudi: m'immagino l'effluvio ma, appunto, Nicola la faceva da padre. Il suo agreste Fauno si trova davanti al medico militare che gli palpa la schiena e il membro gli si rizza incredibilmente. Sporco, schifoso, vergognati, si fanno queste cose?, urla il medico militare. E quello: M'agg' sentit' 'e tucc 'a 'na mano genteil!, ossia: Mi sono sentito toccare da una mano genteile, gentile!.

Pap mor in due ore una notte tra un sabato e una domenica. Mi ricordo che a un certo punto spalanc le braccia, emise tutto il fiato che aveva (davvero emisit spiritum) e si reclin, morto. Io lo tenevo abbracciato: tutto il fiato mi arriv in viso, era profumato come un giardino.

Faccio una digressione per parlare ancora di un amico, l'antiquario Maurizio Siniscalco. Lo spunto mi viene dal fatto che altra cosa che non amo oltre i guazzi sono i pastori di presepe: intendo i pastori singoli quali oggetti di collezione, non certo i presep che sono grandi opere d'arte. Mi fanno ridere quelle case le quali nelle vetrine del salotto accampano pastori. Quando si dovette chiudere la casa della nonna mi venne una bellissima capretta settecentesca; ma non la volevo tenere, essendo anche un pezzo unico che non poteva stare da solo, non aveva senso. Cos la portai da lui incaricandolo di tenerla in conto vendita. Un bel giorno mi telefona; mi dice che la capretta non riusciva a venderla; che a un certo punto sono passati dei commercianti di Bari, gli hanno fatto un forfait per un sacco di roba, ha dato anche la capretta. Me ne pass un prezzo irrisorio. Qualche mese dopo, suo ospite a Capri, passo per via Camerelle ove aveva un altro negozio con una commessa, chiatta, foruncolosa, puzzolente, insomma una vera donna caprese, con un bel marito al quale si permetteva di negarsi quando aveva i suoi capricci. Vedo la capretta in vetrina. Allora dico a Maurizio che gli pago la stessa cifra ricevuta e la rivoglio indietro. Lui si rifiuta alligando non so quali fesserie, che la capretta aveva uno zoccolo spezzato e che di restauro lui aveva dovuto pagare una cifra e cos via. Io mi incazzo e gli do dell'imbroglione. Allora lui: Amore mio, ma se tu non volevi essere fatto fesso perch sei venuto da me?.

Maurizio aveva una mamma, una vecchia combattente che passava le notti al tavolo del poker con altre vedove ed era una grande fumatrice. In parentesi dico che secondo me la condizione ottima della donna, la sua entelechia,  la vedovanza. Non pu credersi come rifioriscano non appena diventano vedove. Era una donna di carattere. Una volta, per far capire a Maurizio quanto gli volesse bene anche perch omosessuale, gli disse: Maur, arrecuordate che pe' ffa' 'o ricchione ce vonn' 'e ppalle! (Maurizio, ricordati che per fare il ricchione ci vogliono le palle!). Mor di una malattia ai polmoni. Gli ultimi giorni furono brutti. Fin a mezzogiorno: la mattina alle dieci Maurizio, devotissimo a Sant'Anna (meravigliosa la sua effigie nella palermitana chiesa della Martorana e quella della cappella degli Scrovegni di Giotto a Padova: ma Maurizio andava nel rione della Vicaria a Sant'Anna al Trivio), mi confid tra le lagrime di aver chiesto a Sant'Anna di farle la grazia: ma che se la cosa fosse stata impossibile, Sant'Anna bella, non la fare soffrire!. La sera eravamo l parenti e amici stretti e Maurizio raccont l'episodio della preghiera alla Santa. Una vecchia parente, zia Emilia, disse: Maur, te voglio bbene, quann' cad' malata io nunn 'a pri a Ssant'Anna! (Maurizio, ti voglio bene! - espressione napoletana che significa per quanto ti prego' - Quando cado malata io non la pregare Sant'Anna!).

Nel 1985 ero suo ospite a Capri. Invit a cena la scrittrice Susan Sontag con la sua compagna Annie Leibowitz e mi costrinse a partecipare. La Sontag credeva di potersi occupare di Thomas Mann e volle che le parlassi del mio libro su di lui uscito nel 1983. Non le risposi nemmeno: figuriamoci quanta voglia avevo di parlare di Mann con una nuovayorchese, lesbica e femminista.

Ero ospite di Maurizio per un Capodanno di trent'anni fa. Il primo dell'anno era una giornata radiosa. Ero andato a fare una passeggiata e al mio rientro Maurizio mi disse che era passato Dud. Dud sarebbe Raffaele La Capria, uno dei maggiori scrittori viventi, del quale il breve Ferito a morte  uno dei grandi romanzi del dopoguerra, a tacere degli altri.  un uomo di una simpatia e di una gentilezza straordinarie. Sapeva ch'ero da Maurizio ma non ne possedeva il numero telefonico e per invitarmi a colazione era sceso dalla sua aerea dimora e m'era venuto a chiamare tanto desiderava la mia compagnia.

Torno alle grandi battute. Un'altra la fece un cameriere del ristorante Giacomino. Erano gli ultimi tempi del fascismo: uno zelante incomincia a protestare perch mosche fastidiose gli ronzano intorno. Cameriere,  un'indecenza! Questo posto  pieno di mosche! Abbiamo fatto anche la guerra alle mosche!. E il cameriere: Hann' vinciut' 'e mmosche! (Hanno vinto le mosche!). La guerra alle mosche era uno dei vanti del fascismo.

Quest'episodio mi venne raccontato da un importante personaggio. Originario di Avellino, era alto un metro e quarantacinque centimetri; ma ci non gli aveva impedito di sposare una bella donna e avere figli alti. Era qualcuno nell'Ordine dei Giornalisti, un organismo inutile e dannoso del quale mi auguro al pi presto l'abolizione; peraltro, quando ebbi le mie difficolt al Corriere, l'Ordine della Lombardia, del quale non ero membro, si un alla persecuzione denunciandomi al Conservatorio in quanto titolare di un doppio lavoro dipendente. Quasi ottantenne il grande personaggio s'innamor perdutamente di Davide Tortorella, l'affascinante figlio del Mago Zurl (che ebbi il privilegio di conoscere; come ho conosciuto un altro immortale personaggio, Mariele Ventre, la musicista che preparava i bimbi partecipanti allo Zecchino d'oro e il coretto infantile): gli faceva la posta per via Tragara, a volte attendendolo in lagrime; tent di donargli un orologio d'oro che Davide respinse con sdegno. Mi supplic di mettere la buona parola; io non lo trattai con lo stesso sdegno, sebbene avesse osato promettermi interessamento per le mie difficolt se mi fossi adoperato, perch mi faceva un'enorme pena: ma gli dissi che Ad impossibilia nemo tenetur, ossia che non si pu assumere l'obbligazione di cosa impossibile. E s'era rivolto a me perch sapeva che questo ragazzo straordinario per educazione oltre che cultura era per me molto pi che un amico: mi legava a lui un rapporto di grandissima tenerezza. Egli ha avuto la sua parte nel mondo letterario: ha fatto la traduzione d'uno dei pi importanti romanzi francesi ma non posso menzionarlo perch essa gira sotto il nome di un acclamato romanziere italiano; delle Filastrocche di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll nella traduzione di Aldo Busi; e del capolavoro di Vladimir Nabokov Despair. Adesso ha abbandonato il lavoro televisivo dal quale traeva il pane e fa il gentiluomo di campagna; non possiede televisore.

Quando ero ragazzo nella Galleria Umberto di Napoli c'erano due cinematografi sotterranei, il Colosseo e il Santa Brigida. Verso le dieci scendevo ogni sera dopo aver studiato tutta la giornata per la maturit: in particolare non posso dimenticarmi I Persiani di Eschilo nella meravigliosa edizione di Filippo Maria Pontani. Dico scendevo non solo perch il palazzo dove abito, scavato nella roccia, s'inerpica in alto: onde gi debbo scendere da casa al Corso; poi dal Corso a Napoli scendo ancora. Il biglietto costava centottanta lire. Accadeva di tutto: a Napoli si dice uno e novanta, per intendere tutti i novanta numeri della Cabala. Ci stavano ricchioni, ricchioni velati (mi ricordo un consigliere di Prefettura di nobilissima famiglia che andava a Messa tutti i giorni), marchettisti, vecchi femmenielli, ricchioni (qua apro una parentesi linguistica: propriamente si dovrebbe dire recchioni, giusta il D'Ascoli - Nuovo vocabolario dialettale napoletano, Adriano Gallina Editore, Napoli 1993 - il pi ampio che ci sia, e il solo che riporti il lemma, del quale d una dottissima spiegazione etimologica: tuttavia mi si permetter di dire ricchioni, secondo l'uso invalso). A Napoli i vecchi femmenielli si riducevano a fare da ruffiani o a dare ricetto, ossia avevano un basso del quale cedevano il letto. In gergo si diceva tenere 'o luoco 'e casa, avere il luogo di casa. Al Colosseo le cose pi semplici si facevano sulle sedie stesse; per quelle pi complesse c'erano tre vani cesso dove si consumava: una santa vecchia faceva la guardacessi e teneva la corona in mano dicendo il Rosario. Salve Reggina matra 'e misericordia... 'a terza  libbera, guagli, pu ggh... (la terza  libera, ragazzo, puoi andare)... vita dulcedo et spes nostra salve....

Pap soffriva d'insonnia, cosicch buona parte della notte la trascorreva col televisore acceso guardando le reti private di Napoli. Ce n'era una che trasmetteva la Sceneggiata comica. La star si chiamava Lino Crispo. Me ne ricordo una irresistibile: egli faceva Otello e la sua partner, Liliana, la mamma di Otello. Quando Otello andava a piangere da lei il tradimento di Desdemona ella gli diceva: Ot, tu sulo co' Mamm toja pu pparl! Pecch 'e figli sul' c'a mamma stanno buon'! 'E figli so  piezz' 'e corna! (Ot, tu solo colla mamma tua puoi parlare! Perch i figli solo colla mamma stanno bene!). La battuta nasce dal fatto che una canzone famosissima della Sceneggiata seria era 'E figli so piezz' 'e core! (I figli sono pezzi di cuore!); qui, invece, erano Pezzi di corna! Lino Crispo era un settantenne bassino, butterato, coi capelli tinti color rame. Una volta lo vidi in Galleria. Signor Crispo, 'o pap mmio ve ammira tant', faciteme n'autografo p isso! (Signor Crispo, il mio pap Vi ammira tanto, fatemi un autografo per lui!). Lino era analfabeta.

Mi ricordo di certe istituzioni della Recchiunamme (della Ricchioneria) che rievochiamo ancora con Peppe Barra: uno dei pi grandi attori e cantanti viventi, che mi onora della sua intima amicizia. C'era un aristocratico, un duca, ovviamente padre di figli, che amava essere maltrattato, ma aveva paura di compromettersi e quindi non chiamava alla bisogna omaccioni cattivi. No, se la faceva con un vecchio femmenella chiamato Vicienza 'a Scopa, tutta donna, presso il quale aveva gli abiti femminili che indossava per l'occasione. Per la Scopa doveva fare l'uomo: Puttana, cammina, sbattiti! Tu sei una puttana e ti vuoi fare chiavare dagli uomini!. Povera Scopa, davvero qui eravamo contro natura!

Un ricchione di famiglia molto perbene, mio caro amico, gi da studente and una volta a battere ai cessi della stazione Campi Flegrei della Metropolitana e vide il padre, un severissimo avvocato. Non era l per sorprenderlo ma per fare la stessa cosa. Il ragazzo riusc a dileguarsi senza farsi vedere per non mettere il genitore in imbarazzo. Un'altra volta un gran signore ebbe proposto un bellissimo ragazzo che faceva marchette solo molto costose: and dal ruffiano e trov il figlio. Mi  stato insegnato che solo un cretino pu meravigliarsi.

Invece racconto il versante farsesco della stessa cosa. C'era un (modesto) compositore, insegnante in Conservatorio di armonia e contrappunto. Costui era sposato senza figli: ma presentava ai colleghi, colla massima disinvoltura, mio figlio: si trattava di ragazzi ogni volta l'uno diverso dall'altro. La moglie da dietro le sue spalle faceva segno all'interlocutore, rassegnata, di non contrariarlo. Poi una volta questo insegnante esager: arriv la Buoncostume mentre stava ricevendo succintamente una decina di figli. Fra' Melitone avrebbe commentato: Questi pezzenti sono di una fecondit davvero spaventosa!.

Quando ero ragazzo abitava alla Sanit (rione napoletano corrispondente per numero di abitanti a un capoluogo di provincia del Nord) una vecchietta dall'alito puzzolente. La chiamavano Fetaciato, cio, letteralmente, Puzzafiato. Un grande direttore d'orchestra ha una segretaria che io ho soprannominata allo stesso modo. Il bello  che anche il marito  affetto dalla stessa marzolina caratteristica; onde i loro amplessi, se ce ne sono, sono all'insegna del foetor.

Negli anni Ottanta la Galleria veniva ancora praticata, pur se i cinematografi non c'erano pi; e non c'era pi nemmeno il Salone Margherita, un tempo gloriosissimo, dove si esibiva con 8gambe8 il grande Trottolino. Mi ricordo che c'era un vecchio femmenella che ancora si travestiva, cattivissimo, chiamato Rosa sangue. Ci disse una volta: V'avite a sbattere comme ll'onde d' 'o mare, avite a mur pazze, pezziente e ddisperate! (Dovete sbattervi come le onde del mare, dovete morire pazzi, pezzenti e disperati!).

In tema di ricchioni voglio raccontare di aver visto da lontano il sommo Rudolf Nureyev senza osare avvicinarmi: assistetti anche a una sua esibizione nella veste di direttore d'orchestra quando si era ritirato dal Balletto ed era mortalmente malato: in realt aveva talento. Egli era ospite a Napoli della mia amica Giuliana Gargiulo, una donna intelligentissima e una vera napoletana (la quale negli ultimi anni ha affrontato coraggiosissimamente e vittoriosamente la malattia); con lei discendeva la via Carducci passando davanti al liceo Umberto.

C'era allora un parcheggiatore abusivo ch'era un bellissimo uomo, un materialone, alto pi di un metro e ottanta, una faccia carnalissima e i capelli lunghi gi brizzolati. Un costumista e scenografo tedesco disse a Giuliana che avrebbe avuto gioia a esser posseduto dal guardamacchine: Giuliana non si scompose e gli sugger di fare la proposta all'omone, proposta sinallagmatica, direbbe un giurista (a prestazioni corrispettive), che conteneva l'onore di possedere il grande uomo e un bel regalo. Il tipone ovviamente accett: ebbe solo la raccomandazione di non lavarsi prima dell'appuntamento.

A casa di Giuliana Gargiulo mi trovavo pi di trent'anni fa e c'era Sandro Sequi, detto libera e bella, dal nome della lacca, giacch era calvo davanti e portava i capelli indietro sciolti sulle spalle. Costui faceva a Muti una corte smaccata avendo una volta lavorato per lui giacch sperava di essere richiamato, il che non avvenne. Io a tavola avevo detto che come direttore verdiano Pippo Patan era almeno pari a Muti se non superiore: la Sequi cominci a starnazzare istericamente a voce altissima accusandomi d'essere un intellettuale marcio e incapace di riconoscere i veri valori. La cosa dur pi d'un'ora: a tavola c'era anche, oltre a Maurizio Siniscalco, uno psicanalista, ricchione sposato della buona borghesia napoletana il quale era cos vile da cercare di nascondersi per non dover dirmi una parola di solidariet. Salute a noi, ci ha lasciato pochi mesi fa.

Invece una volta ero a cena a Capri dal compiantissimo Leonardo Mondadori. Erano ospiti anche Maurizio Siniscalco e il suo compagno d'allora, un mugellese (della nobile Vicchio, patria di Giotto e del Beato Angelico) per assai cattivo. La meravigliosa mamma di Leonardo, Mimma, aveva ospite una gran dama milanese scesa in bassa fortuna che mi faceva una enorme tenerezza, mi ricordava nonna Laura. Arriv una bellissima pezzogna, il miglior pesce di scoglio esistente nel Golfo: e elegantemente venne portata in tavola non condita affinch ciascuno se la condisse come desiderava. La signora milanese mi chiese consiglio: io trovo che il pesce vada mangiato bollito senza poi limone che gli guasta il gusto, non dico quella cosa ridicola chiamata acqua pazza. Perci dissi alla signora: Io veramente il pesce lo prendo sempre come sta!. Lo si  sempre saputo!, disse il mugellese.

Ancora negli anni Sessanta in Galleria si raccoglievano gli orchestrali cani sciolti che sedevano ai caff aspettando un ingaggio. Lo Stabat Mater di Pergolesi fatto il Venerd Santo nella chiesa di San Ferdinando da cantanti tutti tenori e baritoni era diretto dal maestro Giuseppe Aletta. E l'orchestra?, domando al pecuozzo, il sacrestano. Galleria, mi risponde. Per i cani sciolti che dovevano suonare nei locali o ai matrimon, battesimi e cresime, l'impresario si aggirava a grandi passi per tutta la Galleria. Si chiamava Don Rafele 'a caurara, Don Raffaele la pentola, perch apostrofava cos quelli che chiamava per la giornata: Mettite 'a caurara 'n copp' 'o ffuoco, ca oggi faticate! (Mettete la pentola sul fuoco, ch oggi lavorate!). Per chiedere il recapito agli orchestrali diceva, con funebre umorismo: Datem' 'e nummer' d' 'e ffosse! (Datemi i numeri delle fosse!), intendendo le fosse del Camposanto, giacch quei poveri disgraziati erano pi morti che vivi.

Sopravviveva quell'epoca in Galleria la parlesia, ossia un gergo, quasi una lingua a s, di quelli che la frequentavano. Tutti sanno che le parlesie sono sempre esistite: gi nella Parigi rinascimentale c'era la parlesia dei ladri, che a Napoli  documentata dal Pentamerone del Basile.

Una delle cose che mi fanno pi tristezza sono le vecchie puttane: magari costrette a tentar di prostituirsi ancora perch stanno ai piedi di Pilato. Non frequentano la Galleria; di solito battono la mattina e ce ne sono anche a Milano: conosco due centenarie che stazionano dalle parti del Piccolo Teatro nuova sede. Riccardo Muti ricorda che ce n'era una in Villa Reale (oggi Comunale) la mattina e a loro ragazzi diceva: Nu pesce 'mman' cinquecient' lire! (Per cinquecento lire te lo faccio in mano!), che vuol dire ti masturbo.

Un altro geniale povero Cristo voglio ricordare, un vecchietto, Don Andrea. Stava in piedi all'altezza del semaforo della vomerese via Kerbaker e offriva fazzolettini di carta e accendini. Io gli volevo bene per la sua dignit e passavo apposta di l per regalarlo. Una volta arrivo e lui come mi vede esclama: Vi ho preparato un accendino del Vostro colore preferito: rosso!. E io: Don Andr, ma che state ammaccann', 'o colore mio  nero, Benit' Musollin'! (Don Andr, ma che state farneticando, il mio colore  nero, Benito Mussolini!). Egli giunge le mani, alza gli occhi al cielo (quaesivit coelo lucem, ingemuitque reperta: Didone morente) e declama: M' 'o st cchiaggnenn' ancora! (Me lo sto ancora piangendo!). Mirabile esempio della capacit del popolo napoletano di ribaltare con un colpo d'ingegno la situazione sfavorevole: don Andrea l'aveva creata egli stesso credendomi comunista e ne era subito uscito.

Uno dei personaggi della Napoli ricchiona s ma della pi alta Napoli artistica era il cavaliere Spizzico, il capo-claque del San Carlo. Era un devoto del soprintendente, 'o Cummendatore, il grande Pasquale Di Costanzo. Stava tutta la recita, in realt aveva passato la vita, sotto l'arco della platea collocato, guardando il palcoscenico, a sinistra. Conosceva le partiture meglio di un maestro concertatore, sapeva esattamente quando intervenire. Teneva consulti intorno alla sua opera con cantanti e direttori d'orchestra: pareva l'anestesista che si concerta col chirurgo prima dell'operazione. Allargava le ampie palme delle mani e dava il segnale agli accoliti. Agg' stat' 'nt 'o San Carlo sotto i bombardamenti! (Durante i bombardamenti stavo dentro il San Carlo!), diceva ricordando il suo comportamento davvero eroico. I bombardamenti anglo-americani su Napoli furono atrocissimi: continuarono anche dopo l'Armistizio. Era un ricchione molto virile, dall'aspetto severo, un gran naso greco. Il San Carlo era tutta la sua vita. Quando vedeva la sala vuota e non c'era rimedio mandava i suoi nel Colosseo e nel Santa Brigida a reclutare la fauna. Aveva un profondo rispetto per un grande musicista napoletano. Maestro, gli telefonava, nce sta nu guaglione bbasato pe' Vvuje! (c' un ragazzo adatto e perbene per Voi). Se ne faceva un punto d'onore, servire un grande musicista.

Lo stesso grande musicista stava molto bene di casa. Stare bene di casa vuol dire avere il cazzo grande. Una sera stava pisciando nei cessi sotterranei della birreria Lwenbrau e nell'orinatoio accanto si era messo un femmenella chiamato Evelina. Ueh disse al Maestro, 'a tieni 'a fessa grossa! (la tieni la fica grande!).

Il maestro Vitale mi raccont un episodio riguardante Spizzico. Il San Carlo aveva dichiarato guerra alla Scarlatti. L'atto delle ostilit avvenne durante un'esecuzione delle Trachinie di Pizzetti diretta dall'autore nella Sala Scarlatti del Conservatorio. Spizzico e i suoi s'erano nascosti in galleria. La voce recitante era la signora Bianca Tamajo, una gran dama dalle guance tintissime e grassissima. Una volta, mentre faceva lezione in Conservatorio (era titolare dell'arte scenica) la sedia si spacc sotto il suo peso: il maestro Vitale and a informarsi del fatto e la bidella gli disse: Che vvulite, Maest', chella 'a signora  nu poco gravante! (Che volete, Maestro, la signora  un po' gravante), latinismo per dire incombente. Allora, la signora Tamajo aveva detto con voce sognante, occhi persi nell'infinito e il braccio destro teso: Ercole vedeva da lun-ge Dejanira dol-cis-sima. Dopo aveva fatto una pausa e, raggomitolatasi su se stessa, con faccia e voce fattesi birichine: Intanto un vecchio.... Su Intanto un vecchio i sancarliani si scatenarono: Stronza, ma te vu sta' zitta!. Pizzetti rest colla bacchetta per aria.

Uno degli uomini di pi alto sentire che abbia conosciuti era il maestro Terenzio Gargiulo.  stato uno dei migliori pianisti del Novecento, un grande compositore (altri due straordinar compositori della Scuola napoletana novecentesca sono il nolano Antonio Cece e il molisano Aladino De Martino, del quale non potr mai dimenticare il sorriso d'infinita bont), autore del finissimo Borghese gentiluomo, della bellissima Maria Antonietta e di musica sinfonica e da camera. Io credo che se un giorno qualcuno valutasse sine ira ac studio la sua produzione si vedrebbe ch'egli  superiore allo stesso Petrassi. Dirigeva il Conservatorio di Napoli. Alla Direzione si accedeva per un'anticamera: che dava sul grande corridoio settecentesco di marmo antico. A sua volta il corridoio si affacciava sulla Sala Scarlatti, bellissima; poi questa venne distrutta da un incendio e quei deficienti, invece di ricostruirla eguale, l'hanno fatta di architettura moderna, brutta, con acustica divenuta cattiva e pure piccola. Durante i Diplomi di pianoforte il maestro Gargiulo, presidente della commissione, non scendeva in Sala Scarlatti. Restava in Direzione facendo telefonate e pratiche d'ufficio e tenendo aperta la porta dell'anticamera e il finestrone. Gli arrivavano folate lontane dei pezzi eseguiti dai candidati. A esame finito il maestro Naso saliva da lui. Direttore, Russo nove e cinquanta!. Enr, sette e sissantacinq'! (Enrico, sette e sessantacinque!). Ricordava infatti ogni singolo dettaglio esecutivo, aveva registrato mentalmente ogni cosa dagli spizzichi (minuzzoli) che gli arrivavano.

Bisogna sapere che esisteva a Milano un personaggio, Francesco Degrada, musicologo ufficiale del PCI e, in quanto tale, esperto anche di Avanguardia; o almeno sull'Avanguardia scrittore. Molti ritenevano fosse jettatore; il che la sua facies assevererebbe. Quando nel 1994 il direttore del Corriere Paolo Mieli decise di non rinnovare il contratto di collaborazione con un Duilio Courir che faceva il critico musicale, intendendo che io, gi responsabile della cultura musicale sul Corriere, unificassi le due funzioni, come in fatto  avvenuto, Claudio Abbado e Pollini rinunciarono a difendere Courir che faceva errori di grammatica e sintassi nei suoi articoli pur brevissimi: brevissimi giacch aveva il parto difficillimo. Mi raccont Giulio Nascimbeni che una volta sola gli avevano commissionato un elzeviro: fu per il centocinquantenario della morte di Beethoven e lui dopo molti giorni si arrese; lo dovette scrivere Giulio. Quindi vollero imporre a Mieli che al posto mio venisse collocato Degrada. Mieli li mand a quel paese e mi avvert del loro amichevole intervento. Degrada aveva avuto tutto: mor male perch gli era mancato d'essere critico musicale del Corriere e forse per questo mor anche anzitempo ma io (salute a noi!) non potevo morire ancor pi anzitempo per far vivere lui. A non fare il direttore d'orchestra s'era rassegnato dopo averlo tentato, sia fatta la volont di Dio; ma il Corriere gli rest l. Persone come lui, perennemente convinte del complotto contro di s, e quindi piene di rancore innanzitutto verso i compagni di strada, fanno una vita di merda.

Degrada passava per uno specialista di Pergolesi. Venne a Napoli per consultare i manoscritti pergolesiani allogati presso la Biblioteca del Conservatorio. Fece annunciare pomposamente al maestro Gargiulo che: Il professor Degrada dell'Universit di Milano e della Societ di Musicologia deve consultare i manoscritti pergolesiani della Biblioteca: che gli vengano messi a disposizione. Il maestro Gargiulo aveva un usciere di nome Viscione che come tutti i guardaporte napoletani era di un paese della provincia di Avellino chiamato Roccabascerana (c'era l'alternativa Pietrastornina: un fratello di questo era usciere alla Facolt di Giurisprudenza e un altro portiere del palazzo dei fratelli Renato e Roberto Perrone Capano): gli disse: Viscio', fallo aspett! (Viscione, fallo attendere). Alla quinta ora di anticamera Degrada and alle Poste, il meraviglioso edificio fascista, il pi bello d'Europa, e invi al maestro Gargiulo un telegramma di protesta vibrante di sdegno. A quell'epoca i telegrammi arrivavano istantaneamente, per cui Degrada rientr in Conservatorio che il maestro Gargiulo lo aveva gi in mano. Apertolo, disse: Viscio', jettalo 'a parte 'e fore! (Viscione, caccialo via!). Degrada non potette pi entrare in Conservatorio. Il Direttivo della Societ Italiana di Musicologia, della quale Societ Degrada era membro fra i pi rispettati insieme coi professori Petrobelli e Gallico, si riun e verg un comunicato di protesta pieno di nobile sdegno antifascista e lo mand anche al Ministero. Il maestro Gargiulo mi voleva molto bene e mi dava l'appellativo de 'O giuvinotto mio. In Conservatorio mi chiam: Neh, giuvinotto mio, guarda che m' arrivato!, e mi porge il Comunicato. Sai che ne faccio? Me ce pulizz' 'o mazzo! (Mi ci pulisco il culo!).

Un'altra volta mi disse, parlando della cosiddetta Dodecafonia, alla quale pure per alcune composizioni s'era ispirato pi che non l'avesse pedissequamente applicata, e nominandola con rettitudine terminologica; la Dodecafonia che nell'Italia dagli anni Cinquanta e Sessanta in poi era divenuta un dogma ed era il rifugio di tutti i mediocri: Ma tu che ti credi, che 'o Serialismo nui nun 'o ssapimm' fa'? (Ma cosa pensi, che noi il Serialismo non lo sappiamo fare?). Alludeva al fatto che molti, impadronitisi della mera tecnica, ritennero che il solo possesso di essa fosse bastevole a consentire persino l'accesso alla composizione musicale. Lo si vede confrontando i pezzi seriali di Schnberg e quelli di Stravinskij, basati sull'impeccabile formula.

Gargiulo era un gran signore. Abitava in una villa settecentesca a San Sebastiano al Vesuvio (guarda la combinazione, una delle vie che costeggiano il Conservatorio  via San Sebastiano): mor improvvisamente l nel 1972; aveva la moglie malatissima; purtroppo tocc a lui. Il maestro Ugo Ajello, il primo violoncello dell'orchestra del San Carlo, ottimo direttore d'orchestra, magnifico musicista, dirigeva il Conservatorio di Potenza: era rimasto basito e distrutto alla notizia; era uno dei pi cari amici del Maestro. Andai a prenderlo a Potenza colla Mini Minor rossa e lo portai a San Sebastiano: mi rest gratissimo.

All'epoca del maestro Gargiulo la bibliotecaria era la professoressa Anna Mondolfi. Dama di squisito sentire, mi voleva un gran bene; era ebrea di nascita e, convertitasi, aveva gran zelo e devozione soprattutto al Rosario e alla Madonna di Pompei. Aveva sposato il professor Bossarelli, un sacerdote spretatosi che lavorava gratis in biblioteca ed era un pozzo di scienza ma puzzava. La signora Mondolfi aveva il complesso di persecuzione e lo proiettava sulle ricerche musicologiche: infatti sosteneva che la versione napoletana de L'incoronazione di Poppea di Monteverdi scaturisse da una vendetta che Pietro Andrea Ziani, pel tramite di Francesco Cirillo e dei Febi Armonici, esercitasse sulla memoria di Monteverdi, colpevole d'esser grande in modo intollerabile. La versione napoletana, della quale il manoscritto  appunto allogato in biblioteca, appesantisce assai l'Opera quale la conosciamo alla stregua del manoscritto veneziano; e vi sono in fatto buoni motivi per sostenere che le parti aggiunte non siano del Maestro.

Qualche mese dopo il funerale di Gargiulo due ricattatori, allievi, coristi sancarliani adulti che col diploma di canto conseguito a Potenza avrebbero potuto diventare, grazie alle loro conoscenze sindacali, insegnanti di scuola media, mi denunciarono ad Ajello alligando che io avessi chiesto loro di fare lezione privata con me e avessi detto che senza di ci non avrebbero potuto superare l'esame. Ajello mi fece vedere la denuncia e la stracci in mia presenza con faccia di schifo. Questi sono uomini; pi avanti parler dell'esito ben diverso ch'ebbe un'altra denuncia fattami quando ero insegnante al Conservatorio di Napoli.

A proposito di coristi sancarliani voglio raccontare un episodio avvenuto nel 1972. C'era un corista, un certo Miglino, baritono, che aveva una bella voce ma soffriva di una forte balbuzie. Lavorava in quei giorni al San Carlo il direttore d'orchestra Francesco Molinari Pradelli. Miglino gli chiese un'audizione. Prego, Lei che cos'?. Miglino ebbe un terribile incaglio sulla b, non riusc a dire baritono e gli scapp di rispondere tenore. Che opera porti?. La T-t-traviata. Bene, esclama il Maestro, allora facciamo la Cavatina del secondo atto, De' miei bollenti spiriti! Mi raccomando il Recitativo, facciamolo bello pulito!. E attacca l'introduzione orchestrale a Lunge da lei per me non v'ha diletto! Prego!. Il corista rimase in silenzio. Allora il maestro: Ho capito, sei emozionato, ma non ti devi preoccupare, non avere soggezione! Da capo. Prego!. In quella Miglino disse: M-Maestro, veramente io ho portato Di Provenza il mare e il suol!. E fammi pure l'Addio del passato! url il direttore d'orchestra tirandogli lo spartito in faccia.

Il maestro Ajello mi raccont una volta un aneddoto fantastico. Prima della guerra suonava in un'esecuzione del Piccolo Marat (tra l'altro, un capolavoro assoluto) diretta dall'autore. Mascagni era stato un gigante anche della direzione d'orchestra: quando and a Pietroburgo a dirigere la Patetica di Cajkovskij colla stessa orchestra che l'aveva eseguita pochi giorni prima della morte di Pietro sotto la sua direzione gli orchestrali gli dissero che solo lui, che v'era arrivato per la sua intuizione, la dirigeva allo stesso modo di Cajkovskij. Ma quando s'era fatto vecchio le sue facolt s'erano alquanto illanguidite: onde dirigeva, per cos dire, a vista. A un certo momento avviene un incidente: tutti si perdono. Mascagni abbass la bacchetta sotto il leggio come avesse ammainato una bandiera: non la si vedeva pi. Poi gli orchestrali, aiutandosi l'un l'altro, riuscirono e rimettersi in carreggiata da s. Il Livornese rialz la bacchetta.

La vulgata su Mascagni  l'esatto opposto della verit. Si vuole ch'egli abbia per tutta la vita tentato invano di riscrivere la Cavalleria rusticana. Invece ogni sua Opera successiva alla Cavalleria  un nuovo modello formale e stilistico inseguito con enorme audacia e inventiva. Solo del senile Nerone non pu dirsi che sia cosa riuscita.

In Conservatorio c'era un insegnante, Antonio Braga, innocuo compositore, pasta d'uomo ma molto, molto effeminato. Una volta ero in Direzione col maestro Gargiulo e il maestro Vitale: viene annunciato Braga che vuole ossequiare il direttore. Entra e, mangiava moltissimo, si presenta con un incredibile pancione. Vitale: Antun, v'hanno acchiappata? (Antonietta, vi hanno messa incinta?), e Braga: S, Maestro, ma 'o guajo  cche nun s' arrivat' a cap chi ev' 'o pate! (S, Maestro, ma il guaio  che non siamo arrivati a capire chi  il padre!).

Quando andavo a Potenza colla Mini Minor rossa mi fermavo ogni volta ad Angri, un paese dopo Castellammare, per prendere un collega, certo Del Pezzo, che insegnava tromba. Del Pezzo era un ottimo strumentista e ottimo insegnante che aveva avuto una vita avventurosa. Non parlava benissimo l'italiano, ma neanche il dialetto campano locale perch era stato anni all'estero, prima in Colombia, poi a Little Italy, posti ove aveva invano tentato di far fortuna. In Colombia non aveva imparato lo spagnuolo ma solo il dialetto di una citt chiamata Ibagu. La mattina alle cinque andava in Cattedrale per la prima Messa e suonava la tromba accompagnandosi da s alla pedaliera dell'organo; la sera faceva il night: aveva accumulato una discreta sommetta ma, come succede colaggi, aveva perso tutto perch il presidente della Repubblica era scappato colla cassa dello Stato e Camillo aveva impiegato tutto in Buoni del Tesoro con uno spirito prudente tipico del risparmiatore. Era sospettosissimo: una volta a Potenza un collega gli domand a che ora sarebbe partito e lui rispose: Ci sono tanti treni.... Il suo linguaggio era colorito. Una volta, spazientito perch un allievo non sapeva leggere bene le trasposizioni, disse: 'O piezz'  in Mi bemolle maggiore, due bemolli li tieni in mano, nce n'  'a mettere angra uno! (Il pezzo  in Mi bemolle maggiore, due bemolli li tieni in mano, ce ne devi mettere ancora uno!). Voleva intendere che la tromba era in Si bemolle e per ci aveva due Bemolli in chiave (Li tieni in mano!); ce ne voleva ancora uno: Mi bemolle maggiore ne chiede tre.

Il maestro Ugo Ajello dava lezioni gratuite di composizione a insegnanti del Conservatorio di Potenza. Veniva da una nobile famiglia napoletana: suo padre, Alfonso, era stato un grande notaio ed esempio per i colleghi della sua generazione. Il figlio Alfonso, detto Fof,  ora uno dei migliori notai di Milano, Consigliere Delegato dell'Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi e mio carissimo amico. In giovent il Maestro era stato amico di Ferdinando Mezzasoma e aveva come direttore portato col Carro di Tespi, un'iniziativa del fascismo per diffondere la cultura musicale, La serva padrona di Pergolesi in giro per l'Italia. Negli ultimi anni s'era diviso de facto dalla moglie e abitava con una signora di nome Angela. Ai suoi funerali Angela entr in chiesa, s'inginocchi e quella dama della signora Ajello le and incontro, la sollev da terra e l'abbracci.
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CAPITOLO 3.
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San Gennaro. Il divus Ianuarius e il dio Ianus Quirinus. Santa Patrizia. Le pi belle chiese del mondo. Guido Monaco. Padre Pio. Ipazia.

Ho detto in esordio di avere avuto una vita straordinariamente felice. Aggiungo, ma si tratta di un sinonimo, che la mia vita  stata anche straordinariamente fortunata. Questo lo debbo in primo luogo alla protezione di San Gennaro. Il grande divus Ianuarius non accetta proseliti, elegge, e io fui nei suoi imperscrutabili disegni da lui eletto. Nel corso della narrazione torner ripetutamente la rappresentazione di quanto fatto dal Santo per proteggermi e volgermi il male in bene. Tanto lo fa che se mi capita un guaio, una seccatura, lo ringrazio e vado a Pozzuoli alla sua basilica a fargli visita: giacch so che un guaio  qualcosa mandatomi da lui per farmi pagare dieci a petto del cento che mi ha evitato. A Pozzuoli il Santo venne decollato, precisamente alla Solfatara: nella piccola basilica la devozione popolare vuole che venga conservata la pietra sulla quale avvenne la decapitazione, sebbene gli archeologi ci abbiano spiegato che non  cos. V' anche il busto marmoreo, trecentesco, molto pi bello di quello d'argento, universalmente conosciuto, allogato a Napoli in Cattedrale. La basilica di Pozzuoli  retta da Cappuccini, oggi tutti giovani e belli tranne un vecchio venerabile. Anni fa c'era un vero Santo, padre Nunzio Giugliano, che mi onorava della sua bont. I Cappuccini cucinano ogni giorno per i poveri: la mensa si apre a mezzogiorno. Sono straordinar anche perch posseggono i caratteri descritti nei Promessi sposi: non si meravigliano di nulla, trattano come una res facti le offerte; nulla fanno per sollecitarle e le accettano in spirito di carit comportandosi allo stesso modo per cinque centesimi o cinquemila Euro.

A Pasqua la mia amica Irene, la madrilena, della quale parlo pi avanti,  stata mia ospite: ella sostiene che la conoscenza di Napoli, che  avvenuta in profondit grazie a me, le ha cambiato la vita, Napoli essendo la miglior cura possibile per la depressione e l'angoscia.  diventata devota di San Gennaro; e sempre si fa accompagnare a Pozzuoli. In occasione di questa venuta ha voluto confessarsi dopo anni che non lo faceva; e ha trovato padre Raffaele. Dalla confessione  uscita rigenerata; e mi ha ripetuto questa esortazione di padre Raffaele: Ricordati che la carit incomincia col sorriso!.

Quanto al miracolo della liquefazione del sangue, solo chi, come me, ha avuto il privilegio di vederla avvenire a pochi metri, di assistere a quel po' di polvere nerastra che incomincia ad aumentare di volume e farsi una specie di gelatina, poi diventare, la gelatina, un liquido color rubino, pu parlare. Oltretutto, conviene contemplare le ampolle durante l'ottavario. Un monsignore canonico del Tesoro tiene attaccato al collo il reliquiario contenente le ampolle e te lo fa persino prendere in mano.

Io mi domando se, il medesimo essendo l'etimo, vi sia una parentela mitica fra il divus Ianuarius e il Dio Ianus, Giano. Era il Dio che inaugurava i riti; ed era un Dio del passaggio da un tempo a un altro. Ne parla Ovidio nei Fasti. Il suo tempio sorse al Foro Olitorio nel 260 a.C. per voto di Caio Duilio, il vincitore di Milazzo contro i Cartaginesi. Qui la divinit diventa terribile: il ianus geminus aperto segnava il tempo della guerra. Uno dei vanti di Augusto  di averlo chiuso. Orazio Mula mi segnala la notizia nei Dodici Cesari di Suetonio (De vita Caesarum, Divus Augustus, 22): Ianum Quirinum semel atque iterum a condita urbe ante memoriam suam clausum, in multo breviore temporis spatio terra marique pace parta ter clusit (Il tempio di Giano Quirino, che dalla fondazione di Roma era stato chiuso solo due volte, sotto il suo principato fu chiuso tre volte, in uno spazio di tempo pi breve, poich la pace si trov stabilita in terra e in mare). Parole molto simili si trovano nelle Res gestae, 13: Il tempio di Giano Quirino, che i nostri antenati vollero fosse chiuso quando per tutto l'impero del popolo romano in terra e in mare fosse assicurata con vittorie la pace, tramandandosi che prima della mia nascita, fin dalla fondazione della citt fosse stato chiuso soltanto due volte, durante il mio principato il senato decret che si dovesse chiudere in tre occasioni.

La parentela mitica con San Gennaro potrebb'essere e contrariis: come Giano  aperto alla guerra, cos San Gennaro  ianua, porta verso la salvezza e la grazia. Ove mai tale rapporto potesse assolutamente non valere, varrebbe per me.

Una volta, dieci anni fa, il Santo mi ha fatto un miracolo immenso. Ero in Vespa, al corso Vittorio Emanuele, dove abito: dietro di me arriva una macchina guidata da un vecchio col cappello il quale non mi vede e mi stringe. A un certo momento il mio accostarmi al marciapiede per non essere toccato fa s che la ruota della Vespa urti contro di esso: io faccio un volo di qualche metro; la Vespa si alza pur essa in volo di qualche metro e non mi cade addosso. Ero senza casco ma, a prescindere, dato il volo sarei dovuto morire per l'urto o, peggio, restare paralizzato: mi rialzo illeso. S'era fatta una gran folla, avevano gi chiamato l'ambulanza: quando mi hanno visto rialzarmi, dopo qualche minuto ch ero stordito, non volevano credere ai loro occhi. Il Santo mi aveva avvolto (accuommogliato) nel suo paterno manto salvandomi. Negli anni Settanta una volta andavo a Milano con la Mini Minor rossa: stavo facendo un sorpasso in curva quando il motore improvvisamente si spense e io scesi persino dall'auto! Venni evitato per un soffio da un'Alfa superveniente. Poi questa di trent'anni fa. Allora avevo uno studio distante qualche centinaio di metri da casa; era il giorno di Ferragosto; mezzanotte. Scendo dallo studio per ritirarmi a casa; nel deserto e silenzio un motorino, lentissimo, a luci spente mi veniva incontro; mi oltrepass. Io ebbi la sensazione di qualcosa di pericoloso: tesi l'orecchio e avvertii che il motorino aveva scalato la marcia, segno che il guidatore voleva girare. Incominciai a correre verso il cancello di casa: le chiavi erano nella tasca dei jeans donde  difficile estrarle; per giunta erano un nutrito mazzo. Ma la chiave del cancello era quadrata per cui la riconobbi al tatto, visto ch'era buio; riuscii a sbattere il cancello in faccia al drogato a rota che mi aveva quasi raggiunto. Omm' 'e mmerd', arap'! Tuorn'aret'!. E tir fuori la pistola. Tuorn'aret' si no te spar' 'nt 'e ccosce! (Stronzo, apri! Torna indietro! Se no ti sparo alle gambe!). Non tornai indietro.

Oltre ci, occorre sapere che San Gennaro  infinitamente paziente ma non tollera che si voglia o si faccia male a un suo devoto. In tal caso  terribile e agisce in assoluta autonomia, quand'anche il devoto gli chieda di perdonare: io ne ho fatto per tutta la vita l'esperienza. Onde il proverbio popolare: San Gennaro  lungariell' ma nunn  scurdariell' (San Gennaro se ne va piano piano ma non scorda nulla).

Confesso di avere una devozione pi forte per i Santi che per lo stesso Cristo. Un confessore severissimo, il rettore della basilica di San Ferdinando, del quale sono un fedele perch ogni domenica sera recita la Messa col Rito Tridentino, mi fa paura perch so che non mi assolverebbe: per fortuna gl'indulgenti Francescani che confessano in duomo a Milano mi danno qualche speranza. (Infatti debbo dichiarare per amor di verit che una delle cose secondo me pi belle che siano state pensate  l'iscrizione di una lapide funeraria romana sulla via Sacra che riflette il fatalismo dei Romani: Fui, non sum, non curo. Spes et fortuna valete, ossia Fui, non sono, nulla m'importa. Fortuna e speranza, addio!)

I miei Santi sono, dopo San Gennaro, San Francesco, Sant'Antonio, Santa Patrizia e Padre Pio. Il sangue di Santa Patrizia, che si scioglie il 25 agosto e viene venerato dai fedeli ogni marted,  allogato nella chiesa di San Gregorio Armeno: la pi bella chiesa Rococ del mondo a confronto della quale il Rococ austriaco, cos decantato,  poca cosa.

Ho imparato ad amare anche San Domenico non solo grazie al Paradiso di Dante ma ancor pi alla lettura della sua biografia del padre domenicano Humbert Vicaire (1906-1993) ch' un grandissimo, non grande, scrittore, e fa descrizioni di silenti paesaggi fra le pi belle che abbia mai lette. Ma a Napoli ci sono chiese di uno splendore abbacinante: la pi bella in assoluto  San Giovanni a Carbonara col sepolcro dell'ultimo Angi, Ladislao Durazzo, di Andrea da Firenze, uno dei capolavori dell'intera storia della statuaria, quella antica compresa. Poi viene, in parte rococ, San Marcellino e Festo, annessa la chiesa a un immenso chiostro che ricorda i due della milanese San Vittore. Cito ancora la maestosa Santa Maria della Sanit (che noi napoletani chiamiamo San Vicienzo) e l'ancor pi grandioso Ges Nuovo, ornato di capolavori della statuaria fra i quali dei Bernini e un meraviglioso affresco sulla porta raffigurante la cacciata d'Eliodoro dal tempio, opera di Francesco Solimena appena diciottenne. Poi Santa Maria di Costantinopoli, riprogettata e trasformata da uno dei tanti architetti frati, fra' Nuvolo, e San Domenico Maggiore, trionfo del Gotico e del Barocco insieme. Il Gotico barocchizzato  una delle grazie che il Signore ci ha date. Nel Monastero  ancora la cella di San Tommaso d'Aquino: quella ove il Signore gli apparve: Quidvis, Thoma?, Nihil nisi Te, Domine! (Che desideri, Tommaso?, Nulla se non Te, Signore). Si vuole che il Santo abbia composto qui parte della Summa Theologiae. Sul Doctor angelicus v' una leggenda: poich non parlava, venne considerato un semplice ma, in quanto figlio dei Conti d'Aquino, venne tuttavia mandato all'Universit. Seguendo una lezione, prese la parola in latino. E, all'interrogazione sul perch non avesse mai parlato, rispose che non aveva fin l avuto nulla d'importante da dire. Certo  che i suoi condiscepoli dello Studio di Colonia lo chiamavano il bue muto. E Sant'Alberto Magno dichiar loro: Io vi dico che quando questo bue muggir, i suoi muggiti s'udranno da un capo all'altro della terra!.

Altre chiese napoletane contengono capolavori mondiali della statuaria. Al primo posto vorrei mettere la minuscola Cappella Pappacoda che si trova a lato di San Giovanni Maggiore: il suo portale, di marmo bianco e piperno, di Antonio Babocci da Piperno, costruito nel 1415 per Artusio Pappacoda ministro di Re Ladislao,  uno dei tesori dell'arte gotica mondiale. San Giovanni Maggiore, monumentale, tra paleocristiano e neoclassico, sorge sopra il tempio che Adriano fece erigere ad Antinoo. E ricordo che il pi bel Gotico non  tedesco n francese ma della nostra Italia, in ispecie la meridionale. A Napoli vi sono San Lorenzo Maggiore e Santa Maria di Donnaregina vecchia, nel coro elevato della quale puoi vedere insigni esemp dell'arte a fresco. A Fossanova c' l'Abbazia che segna il meraviglioso trapasso tra Romanico e Gotico.

Tra Gotico e Rinascimento  l'Assunzione della Vergine di Donatello, parte della Cappella Brancacci, quest'ultima a opera anche di Michelozzo, databile 1426-1428, nella Chiesa di Sant'Angelo a Nilo: chiamata cos perch propinqua alla statua antica del Dio Nilo che troneggia all'aperto. San Giacomo degli Spagnuoli adesso non  visitabile; lo era sino a qualche mese fa: sul retro dell'altare il capolavoro di Giovanni Merliani, o Marigliano, detto Giovanni da Nola, il sepolcro del vicer don Pietro di Toledo e della moglie Ossorio Pimentel, eseguito fra il 1540 e il 1550. Infine vi sono (tra le altre) Sant'Anna dei Lombardi e Santa Maria la Nova; l'elegantissima San Nicola alla Carit; Santa Teresa degli Scalzi e Santa Teresa a Chiaia; e siccome questa Santa a Napoli  veneratissima, c' anche una Santa Teresella degli Spagnuoli; e nei pressi c' il delizioso Rosariello di Palazzo. Santa Teresa degli Scalzi  qualcosa di straordinario: l'altare maggiore venne portato in epoca murattiana nella Cappella Palatina del Palazzo Reale; la cappella di Santa Teresa di Cosimo Fanzago  una delle meraviglie dell'arte barocca. Anche Santa Teresa a Chiaia  di Cosimo Fanzago e contiene tele di Luca Giordano. (Meravigliosa la palermitana Santa Teresa alla Kalsa.) E ricordo Santa Maria della Sapienza, con un fantastico portico. Infine i Girolamini, d'una ricchezza e sontuosit barocche senza pari ma anche di profondit artistica immensa. Nel monastero  allogata la preziosissima biblioteca oggetto di spoliazioni delle quali s' abbastanza parlato: ma il disastro incominci quando la demagogia volle che, a seguito del terremoto, proprio l venissero sfollati gli sventurati che avevano perso la casa!

Quasi belle come San Giovanni a Carbonara sono la basilica del monastero di Montecassino (anzi: era, giacch dobbiamo ai Liberatori che non esista pi se non ricostruita: e chi legga la storia di questa battaglia potr vedervi uno dei pi grandi crimini della Seconda guerra mondiale, quasi paragonabile al bombardamento di Dresda) e alcune romane; metto al primo posto la basilica papale, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, Santa Maria degli Angeli e l'Ara Coeli; e poi, dai documenti che possediamo, San Lorenzo, distrutta anch'essa da un atroce bombardamento, accorso Pio XII sui luoghi del quale ebbe la tonaca irrigata di sangue delle vittime. Infine le meravigliosissime San Carlino alle Quattro Fontane del Borromini e, proseguendo verso la Manica lunga, Sant'Andrea al Quirinale del Bernini. C' la Certosa di Pavia, di fondazione viscontea. Ma quanto a Certose, in provincia di Salerno, a Padula, c' quella che, fondata nel Trecento,  una delle somme glorificazioni del Barocco, con scalinate vertiginose che producono il pi delizioso spaesamento. Il chiostro  immenso. Di costruzione su ordine romano  la basilica della Santa Casa a Loreto: maestosissima la piazza e all'interno si trova la Casa protetta da un recinto di bellezza incomparabile disegnato dal Bramante e realizzato dal Sansovino e dal Sangallo. L'altro genio dell'architettura rinascimentale  il padovano Andrea Palladio del quale il Teatro Olimpico a Vicenza  qualcosa che non ha paragoni; sul suo modello l'Aleotti costru a Parma il Teatro Farnese, altra meraviglia dell'architettura.

Maestro di cappella della Santa Casa fino al 1740, anno della morte (era nato nel 1692), fu il piacentino Geminiano Giacomelli del quale famosissima fu la Merope del 1734 su testo di Apostolo Zeno: ne fa parte un'Aria davvero sublime, Sposa, non mi conosci.

Poi il duomo di Modena, opera di Lanfranco colle sculture del sommo Wiligelmo. I capolavori della statuaria medioevale, prima dei napoletani, sono ovviamente quelli di un altro Sommo, Nicola Pisano, un pugliese, a Pisa, Siena e Bologna. Ma si trovano in Sicilia due costruzioni normanne che possono stare alla pari con quella napoletana. Il duomo di Cefal, costruito da Ruggiero II, e, ancor di pi, quello di Monreale, costruito da Guglielmo il Buono, ove gl'influssi arabi, quelli bizantini e il nostro Romanico si mescolano con un'armonia che si ritrova solo in Paradiso; e il chiostro  il pi bello del mondo. I mosaici, con quel Cristo Pantocratore (quasi altrettanto bello quello effigiato a Palermo nella chiesa della Martorana) che simboleggia anche la regalit divina del monarca normanno, sono superiori persino a quelli di Ravenna. L'altro Pantocratore meraviglioso si trova nella palermitana Cappella Palatina, anch'essa tra le chiese pi belle, con mosaici paragonabili a quelli di Monreale non fosse che questi sono tematicamente assai pi ampi. La Martorana possiede una combinazione unica di Romanico e Barocco; nella contigua, spoglia San Cataldo, v' un meraviglioso Crocifisso di pittura arcaica. Se poi parliamo di Crocifissi pittorici barocchi, i pi belli sono quello di Guido Reni a San Lorenzo in Lucina a Roma e quello di Van Dyck nella palermitana Santa Maria delle Grazie a Porticello. Ma la cosiddetta Casa Professa, il palermitano Ges, rappresenta forse il caso di delirio barocco massimo, con quelle sue combinazioni di marmi e stucchi. Gli stucchi del soprastante Oratorio dovuto a Procopio Serpotta sono una delle meraviglie della scultura barocca; a proposito della quale dir che tutti i turisti (pochi!) che vengono a Napoli fanno code interminabili per contemplare il celeberrimo Cristo velato del Sammartino nella Cappella Sansevero ignorando altri e superiori capi d'opera da me gi citati.

E tuttavia, quanto a stucchi, la meraviglia mondiale non mi pare n serpottiana n barocca: nella piccola Stanza della preghiera della Duchessa nel palazzo ducale di Urbino, sono stati allogati sul soffitto quelli di Federico Brandani non del tutto identificati quanto a tema (uno sicuro sono le Nozze di Cana) i quali, in ordine a ricchezza e alla capacit di ripetere la statuaria classica, non han rivali.

Infine vi sono San Nicola di Bari, superbo Romanico italiano con soffitto barocco e un altare d'argento, altra meraviglia della scultura barocca; e la cattedra dell'abate Elia; e il duomo di Orvieto che si aggiunge alla considerazione da me pi sopra fatta che il pi bel Gotico  italiano. Mentre fra i prodig del Romanico italiano vi sono il duomo di Bitonto e la cattedrale di Trani, della quale parlo pi avanti: l'architetto del primo  l'autore del campanile della seconda. Ricordo anche la maestosissima Santa Maria Novella fiorentina colla sua architettura, i suoi chiostri splendidissimi e i suoi tesori d'arte: una delle pi belle sacrestie del mondo, i cicli di affreschi del Ghirlandaio ai due lati dell'altar maggiore e l'inferiore Cappellone spagnolo. In Toscana c' la cattedrale di Pienza, inno al Classico: la edific il Rossellino su ordine di Enea Silvio Piccolomini, Pio II. Di quest'uomo grandissimo  uno dei miei libri preferiti, i Commentarii rerum memorabilium: forse la pi grande benemerenza della Adelphi  di averli editi nel 1984 quand'erano irreperibili. Mentre nella mia Perugia oltre San Pietro che ricordo pi avanti v' la Cattedrale di San Lorenzo col capolavoro dell'oreficeria, il Reliquiario del Sant'Anello, e la splendida Deposizione di Federico Barocci.

Ho nominato Ruggiero e dico allora una cosa: da quarant'anni una cartolina, ormai ingiallita e dilavata dal tempo, mi accompagna in tutte le mie peregrinazioni ed  esposta sull'altarino. La presi a Vienna, al Kunsthistorisches Museum, e raffigura il gigantesco mantello purpureo indossando il quale Ruggiero il Normanno concedeva udienza. La fattura, di officina palermitana,  mirabile, con migliaia di perline infilzate a comporre le figure: le quali sono una sintesi simbolica del concetto stesso di Imperium. Esso venne poi trafugato da Enrico VI e divenne il manto imperiale: perci  conservato a Vienna. Nella chiesa della Martorana Ruggiero  raffigurato in un mosaico ricevente la corona da Cristo.

Ma anche Santa Teresa del Bambin Ges, sebbene non immensa come quella d'Avila,  una bella Santa. Lo compresi vedendo un film francese su di lei, Thrse, del 1986. Vi assistetti con un sacerdote, moderno e (venni poi a saperlo) uso a battere in Villa; io osservai che il film, ancorch bellissimo, era forse persino un po' troppo laico: costui disse che non gli pareva lo fosse abbastanza. Delle abitudini di questo Santo Sacerdote seppi cos: un ragazzo un po' disturbato di una famiglia amica si apriva con me che gli facevo, alla buona, un po' di quella che gonfiando i muscoli potrebbe chiamarsi psicoterapia domestica. Mi disse che era stato a battere in Villa il venerd sera. La domenica alla Messa di mezzogiorno si vide porgere la Comunione da chi, due sere prima, ben altra cosa s'era fatto porgere.  un sacerdote adesso molto alla moda, anche come predicatore intelligente e aperto, rpandu e mondanissimo. Va in eleganti blazers alle cene di certe ridicole che vogliono fare le Egerie a met tra politica e, a va sans dire, cultura. In trent'anni non l'ho visto una volta con la veste talare.  diventato monsignore. Far ancora carriera a Roma.

Superba  la basilica dedicata al Santo (cos dicono brachilogicamente i cittadini) a Padova. Come tutti sanno, vi  conservata la lingua di Antonio, il pi grande predicatore di tutti i tempi, anche il pi amabile Santo che vi fosse; la lingua si mantenne fresca e incorrotta ed  conservata in uno splendido reliquiario. San Bernardino da Siena, che dell'Ordine fu Vicario Generale, in contemplazione di essa, esplose nella adorabile apostrofe: O lingua benedicta, quae Dominum semper benedixisti et alios benedicere fecisti, nunc manifeste apparet quantis meritis extitisti apud Deum! (O lingua benedetta, che sempre hai benedetto il Signore e altri a benedirlo hai portati, ora appare manifestamente quanti meriti hai accumulati presso Dio!). Me la insegn un fratello laico Minimo che chiedeva la carit al Molo Beverello. E mi disse: Io non ho avuto l'onore di studiare il latino ma me la sono imparata a memoria!. E meravigliosissima, tra Barocco e Neoclassico,  la Cappella Palatina della Reggia di Caserta.

Una delle tappe di questo libro fu il giorno di San Biagio: il Santo, che per me ne vale due essendo della nazione armena,  il protettore dei cantori per via del suo essere colui che guarisce qualsiasi affezione alla gola. Ma l'altro patrono di coloro che cantano, a parte Santa Cecilia patrona della musica della quale parlo nel capitolo XXI,  San Giovanni Battista. E questo perch Guido d'Arezzo, uno dei pi grandi musicisti mai vissuti, adoper l'Inno a San Giovanni di Paolo Diacono Ut queant laxis / Resonare fibris / Mira gestorum / Famuli tuorom / Solve polluti / Labii reatum / Sancte Johannes (ecc.) per insegnare alle scholae cantorum a intonare i gradi della scala (egli aveva costituito all'uopo tre differenti generi di esacordo) al fine d'imparare esattamente le melodie gregoriane che si tramandavano oralmente; i quali vengono da lui battezzati giusta la sillaba iniziale di ciascun versicolo (Ut, Re, Mi, Fa, Sol, La): e da qui nasce la moderna scala musicale. Ci lo sanno tutti; ma valga per ribadire, sebbene Guido Monaco (tale  il pi esatto nome) con la sua invenzione lo superi aprendo la strada alla musica moderna, la mia adorazione per una delle massime conquiste della civilt europea, il Canto Gregoriano che ha unificato l'intero orbe allora conosciuto (in Oriente il Canto Bizantino predominava, insieme con quello Copto, il pi antico, quello Siriaco e quello Armeno, meraviglioso come il Copto, ma il Gregoriano  rappresentato ovunque) riconquistandolo dopo che l'aveva fatto il latino. E quindi a ribadire il mio rispetto verso l'Ordine benedettino che del Canto Gregoriano da sempre  stato il diffusore e il custode; come lo  attualmente. La Chiesa post-conciliare ha abbandonato colpevolmente il Canto Gregoriano per sostituirvi le ridicole chitarre elettriche le quali a mio avviso servono solo a stornare il fedele; essa Chiesa ha infatti temuto la solennit liturgica ma non  impossibile sperare che quel che della vera Chiesa in Europa resta sia per riflettere sul tema.

Padre Pio  al centro di una fortissima venerazione popolare da parte degli umili, mentre  malvisto dagl'intellettuali e dai borghesi, anche cattolici. Le ragioni sono molteplici. Era fascista e anticomunista; si rifiutava al nuovo, tant' che ottenne la dispensa per continuare a celebrare secondo il rito di San Pio V, in latino e coll'altare rivolto verso il muro. Su di lui esistono biblioteche: io consiglio di leggere il libro del grande eugubino Francobaldo Chiocci, autore, fra l'altro, di una biografia di Donna Rachele, la sposa del Duce.

I filmati delle sue Messe sono una delle cose pi impressionanti che esistano: egli doveva soffrire atrocemente nel contempo che la Mensa Eucaristica gli procurava godimenti ineffabili; le parole del rito gli vengono fuori lentissime, ciascuna delibata all'infinito. Si sa che leggeva nei cuori: chi andava a confessarsi da lui e credeva d'ingannarlo ne veniva scacciato anche con ignominia. Secondo me tutti coloro che su Padre Pio fanno i difficili, non parlo di tutti quelli che in vita lo hanno perseguitato, a cominciare dal milanese padre Gemelli, non hanno capito la radice della sua santit. Egli aveva chiesto al Signore di trasformarlo in una spugna, una spugna che bevesse il pi possibile dell'umana sofferenza, allontanandola da noi peccatori e dandola a lui. Esiste uno straordinario filmato dell'ultima Messa celebrata dal Santo a poche ore dalla morte. Si percepisce tangibilmente che, gi in agonia, egli compie uno sforzo sovrumano per non scivolare gi, per tenersi cosciente finch il rito non sia concluso.

Purtroppo la memoria del Santo viene oggi deturpata dall'immenso hangar ch' stato costruito a San Giovanni Rotondo dall'architetto Renzo Piano, autore anche dell'orribile ed acusticamente infelice auditorium di Roma: il presidente Napolitano ha mostrato di esser sempre il comunista che era nel 1956 colle nomine dei senatori a vita, tutte criticabili e di parte politica: quando v'erano, i primi che mi vengano in mente, Giorgio Albertazzi e Ennio Morricone a meritarsi il laticlavio. Piano ha progettato anche lo stalinista auditorium torinese del Lingotto. Tutti i corifei di costui non hanno evidentemente mai visto la sala della Philarmonie di Berlino o quella, pure bellissima, grande del centro culturale monacense detto Gasteig: l'inaugurazione avvenne il 10 novembre 1985; i Filarmonici di Monaco diretti da Sergiu Celibidache (il quale poi trasform le sue esecuzioni delle Sinfonie di Bruckner in una sorta di Messa Solenne un po' abusiva) eseguirono nella prima parte, dopo il Feierlicher Einzug per fanfara di Richard Strauss, Mottetti di Schtz, nella seconda la Quinta Sinfonia di Bruckner. Nella stessa sala ho, tra l'altro, ascoltato una meravigliosa Nona di Beethoven sotto la medesima bacchetta.

Bruno Piantedosi mi ha raccontato var episod che riguardano Padre Pio. Il primo ci riporta al Santo nella sua terribilit e capacit di leggere ogni riposta piega del cuore umano. Una ragazza di Altavilla Irpina avente una relazione con un adultero era andata a San Giovanni Rotondo per la Messa antelucana e si era messa in fila per la Comunione. Il genitore l'aveva seguita di nascosto. Quando vide Padre Pio per tre volte consecutive negarle l'Ostia comprese che i suoi sospetti erano fondati: il Santo si era rifiutato di comunicarla perch aveva presentito che la ragazza aveva creduto di fare fesso il suo confessore e aveva taciuto il colpevole legame.

Il Santo aveva d'altra parte un suo buonsenso contadino: capiva che non poteva vivere ventiquattr'ore a quella temperatura incandescente. Cos aveva tutto un suo giro di devote, soprattutto della zona di Morcone, dove aveva fatto il Seminario, di Pietrelcina, ch'era il suo paese natale, e di Avellino: aveva infatti un'enorme devozione per San Pellegrino. Una volta una devota, una ricca vedova senza figli, gli disse della sua intenzione d'intestare i suoi beni a un nipote. Fra parentesi, la stessa cosa accadde a un socio del Circolo, un vecchio florido e rubesto: come ebbero tutto in faccia, cos si dice a Napoli, cio quando ebbero tutto intestato, i nipoti presero lo zio e lo rinchiusero in un istituto geriatrico ove il pover'uomo si spense miserevolmente e in brevissimo tempo. Padre Pio disse alla signora: Sora mia, arrecuordate c' 'e ggalline se spennano doppo muorte! (Sorella cara, ricordati che le galline si spennano dopo che sono morte!).

San Gennaro mi ha fatto ancora un immenso miracolo: da una decina d'anni a questa volta m'ha insegnato il valore della tolleranza che prima non ho mai molto praticata. Adesso ci credo e mi sforzo di esercitarla. Cos tra i miei Santi c' anche Ipazia, la matematica e filosofa pagana torturata e uccisa barbaramente dalla folla di fanatici cristiani ad Alessandria nel 415 p. Ch. regnante in Oriente Teodosio II. Mario Luzi, che dal 1971  stato il moderno sacerdote del suo culto, mi teneva nel suo affetto.
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CAPITOLO 4.
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Vincenzo Vitale. Raffaello Monterosso. L'Ars Antiqua Martin Gerbert. Franco Mannino.

Non vengo da una famiglia di musicisti n di artisti. Il mio pap era un grande civilista, pur se uomo cos intelligente e dotato che avrebbe potuto fare tutto, anche il musicista, con successo. Io incominciai a studiare musica di nascosto ed ebbi il permesso da pap di fronte al fatto compiuto. Nella sua saggezza mi diceva: La prospettiva del fallimento ti deve stare sempre innanzi. Un mediocre musicista  un fallito, un mediocre avvocato no, pu campare dignitosamente. Te ne rendi conto?. Io volevo fare il direttore d'orchestra; il mio grande maestro Vincenzo Vitale ch'era stato il Maestro di Riccardo Muti e che c'insegn le leggi stesse della pronuncia musicale, il mio grande Maestro, dico, ebbe una colpevole sottovalutazione dei miei limiti e, debbo confessare, se fosse stato per lui io sarei andato a mare con tutti i panni: la mia mediocrit sarebbe emersa quand'era troppo tardi. Ma fu San Gennaro a far capire a me che, se non sarei stato, nel migliore dei casi, che un mediocre direttore, e dico nel migliore perch probabilmente sarei stato pessimo, sarei stato invece un buono storico della musica e critico musicale.

Qui debbo infilare il racconto di un'altra delle grandi lezioni di vita da me ricevute. Purtroppo colui che me la impart non  pi fra noi. Estate del 1975: ero al Teatro Romano di Orange dove si dava l'Elisabetta Regina d'Inghilterra di Rossini. Interprete Montserrat Caball, sul podio un direttore d'orchestra bravissimo, Gianfranco Masini. Siccome questi era bravissimo anche a riprendere la Diva nelle libert che si pigliava col testo, io, da ragazzino montato e stronzo, scrivo di un direttore servo. Ne abbiamo poi conosciuti, di direttori servi! Masini mi mand una lettera nella quale, di tra un tono pacato e cortese, campeggiava la frase: Lei mi ha umiliato. Io mi sentii davvero una schifezza dell'umanit. Ebbi in dono il discernimento per cogliere la lezione. A Trieste, dove il maestro Masini dirigeva, preceduto dal dottor Gilleri, il segretario generale coi baffi austriaci a manubrio, mi presentai nel camerino di Masini per chiedergli scusa.

Alla fine degli anni Sessanta s'incominci a parlare di musicologia: vocabolo che il sommo Guido Pannain affermava non saper che cosa volesse dire. Ma io ero un ragazzo bisognoso di una guida, per cui tramite un amico mi misi alla ricerca di qualcuno che potesse darmi un indirizzo, farmi da guida per la Fata Morgana, la Musicologia. Ce l'avevo a un centimetro e non me ne rendevo conto: si trattava del maestro Renato Di Benedetto, un pozzo di scienza musicale e non, che ha scritto poco per via di un'autocritica distruttiva ma che, tenendomi alle costole nella catalogazione del fondo musicale della Biblioteca napoletana dei Girolamini, mi ha insegnato tantissimo. E che poi mi guid splendidamente nelle mie prime ricerche su Caldara. Solo che questo arriv dopo. Mi mandarono invece a Parma, da un musicologo padovano, all'epoca occupante un posto nella citt farnesiana. Costui per tutta la vita ha studiato una cosa sola, una cassa di manoscritti tartiniani passata per Padova, e su questo ha costruito le sue fortune di professore universitario. Quasi superfluo a dirsi, era un intellettuale organico del PCI. Purtroppo questo Partito ha dato spazio a tanti che di esso si sono serviti: ed erano appunto molti di costoro intellettuali organici. Diciottenne, approdai a casa sua. Forse ero un ragazzino carino; certo  che ero gi uomo formato. Il musicologo mi concup. Io non volli. Lui mi disse: Guarda che ti taglier le gambe!. E, per quanto attenne a lui, fu proprio cos. Sono stato bocciato ai due concorsi universitar ai quali ho partecipato. Solo dopo si  visto che questa bocciatura concorsuale  stata un'altra grazia di San Gennaro. Forse se avessi vinto il concorso mi sarei infognato nel mondo universitario e non avrei fatto la meravigliosa carriera che ho fatta, sempre a contatto con la musica invece che con le tesi e i consigli di facolt.

Un altro che sarebbe divenuto professore universitario s'era invaghito di me: dopo essere stato da me respinto, mand una lettera anonima ai miei genitori, che io intercettai, nella quale mi denunciava come omosessuale e li invitava a sorvegliarmi perch i medici riescono a guarire le tendenze contro natura.

Prima, insieme col Petrobelli e col Degrada, ho nominato il professor Claudio Gallico: il terzetto di musicologi era caratterizzato anche dall'odio per Raffaello Monterosso.  questi uno dei pi grandi musicologi viventi insieme col maestro Federico Mompellio, scomparso nel 1989, altro grande musicologo e grande musicista (a lezione suonava a memoria al pianoforte la Fuga finale del Falstaff!) e compositore, ha retto per anni la Scuola di Paleografia musicale di Cremona, la migliore fucina musicologica allora esistente. Monterosso, stimatissimo dal maestro Pannain (Monterosso sa!) e dal maestro Siciliani, il maggior esperto vivente di Ars Antiqua, tra le tante sue benemerenze, che comprendono anche la voce Berlioz per l'Enciclopedia virgiliana,  un ottimo direttore d'orchestra; ricordo un concerto al milanese Angelicum, santa istituzione oggi rimpianta, nel quale egli effettu la prima esecuzione moderna di un capolavoro sublime quale la Passione di Paisiello sull'Oratorio di Metastasio, e l'Euridice di Caccini, su sua revisione, da lui diretta al Maggio Musicale Fiorentino. Il caso di Monterosso  terribile giacch ancora una volta  quello di un nemico eliminato per via giudiziaria; e gi dobbiamo considerare un miracolo il fatto ch'egli abbia trovato giudici i quali l'hanno assolto. Una macchinazione port al suo rinvio a giudizio per atti di libidine; il Corriere della Sera ne diede notizia assumendo da subito un atteggiamento colpevolista. Io pubblicai una sua difesa in una rubrica per opinioni dissenzienti; la prova che vi fosse una macchinazione sta nel fatto che venni messo sotto accusa dall'allora potente vicedirettore, Tino Neirotti, un torinese ch'era stato segretario di redazione della Stampa. Monterosso  da allora (mi pare fosse il 1993) esule a Londra, ove le sue qualit sono vivamente apprezzate da una societ e da un ambiente universitario refrattar all'arma delle accuse di reati che sostituiscano la polemica dottrinaria. Ma non uno dei nemici di Monterosso sarebbe in grado di polemizzare con lui.

L'Ars Antiqua rappresenta una delle grandi palinodie della mia vita. La mia ignoranza ha fatto s che anche quando ero critico musicale de il Giornale e, peggio, nella mia qualit d'insegnante a Torino e a Napoli, io la credessi qualcosa di barbaro insieme e intellettualistico. La grandiosit e il genio delle composizioni di Leoninus e Perotinus denominate organa mi sfuggivano completamente: insisto sul genio, trattandosi di arditissime inserzioni solistiche di canto e danza popolari, o per meglio dire colte sofisticatamente rifacenti le pratiche popolari, nell'ambito dell'esecuzione festiva della liturgia gregoriana: inserzioni solistiche in aurea polifonia. Meraviglioso  come si sia trascorsi dalle pratiche di polifonia popolare, l'organum propriamente detto, alle opere dei Maestri di Ntre-Dame. L'Ars Antiqua raccoglie poi opere teoriche in latino medioevale di una serie di straordinar Maestri i quali si dedicano alla descrizione e classificazione con spirito insieme enciclopedico e vivacemente aperto alla novit; dei quali mi piace ricordare Franco (o Francone) di Colonia, che fu alto dignitario papale e che per la sua Ars cantus mensurabilis si colloca come uno dei gen musicali della storia:  come se inventasse la moderna notazione musicale. Uno dei grandi della musica  Franz Gerbert, divenuto in religione Martin. Fu vescovo-principe del monastero benedettino di San Biagio nella Foresta Nera e pubblic, tra l'altro, gli scritti dei teorici musicali del Medio Evo: Scriptores ecclesiastici de musica sacra potissimum ex variis Italiae, Galliae et Germaniae codicibus manuscriptis collecti ex nunc primum publica luce donati, 1784: sguazzarvi  un godimento ineffabile. Il Gerbert nella storia del sapere occupa un posto pari a quello di Ludovico Antonio Muratori, gloria d'Italia. La sua opera venne continuata nell'Ottocento dal Coussemaker.

Fra i tesori regalatici dal Gerbert v' questa sentenza di Adamo da Fulda: Musica est philosophia, sed vera philosophia, meditatio mortis continua (La musica  filosofia, ma autentica filosofia, continua meditazione della morte). Frase che ripugnerebbe al Nietzsche antiwagneriano e che s'accorda con questa sentenza di Hermann Broch esposta ne La morte di Virgilio: Qualunque cosa l'uomo faccia gli si trasforma in un simbolo, chiaro od oscuro. E anche il romanzo  una meditatio mortis continua e sublime.

Accanto al Gerbert desidero porre un Mammasantissima italiano, il sacerdote (che le fonti chiamano Abate: non so se sia un francesismo) Fortunato Santini, romano, nato nel 1778 e morto nel 1861 o 1862. Musicista, raccolse una collezione di manoscritti (pare 4500) e stampe musicali (1200) contenente Palestrina, Hndel romano, Caldara e tante altre cose. Nel 1855, grazie all'interessamento del sacerdote Bernhard Quante, la vendette alla Diocesi di Mnster ove venne allogata alla sua morte. Ma a quel che sembra cadde in oblio, dal quale venne tratta dal sommo Edward J. Dent, lo scopritore moderno di Alessandro Scarlatti (sul quale si veda pi innanzi). Le vicissitudini del Fondo Santini continuarono anche perch pare il nazismo per anticlericalesimo ne ostacolasse diffusione e catalogazione; la quale avvenne solo nel 1948 a opera di Wilhelm Wrmann. Adesso il Fondo Santini, tornato alla Diocesi dopo esser stato della Biblioteca universitaria,  fonte importantissima.

 il momento di parlare del mio maestro, Vincenzo Vitale. Era un sommo pianista, e lo posso dire io al quale per lui solo esegu le ultime tre Sonate di Beethoven facendole comprendere a chi, gi insegnante in Conservatorio, non ne aveva idea. Ma Vitale non teneva concerti e pochissimo aveva inciso e quando suonava aggiungeva: Risum teneatis! Era un formidabile musicista. Ricordo che quando aveva lasciato l'insegnamento del pianoforte per assumere quello di alto perfezionamento a Roma, all'Accademia di Santa Cecilia invitato dal maestro Fasano, del quale parler pi innanzi, mi disse che un'allieva americana gli aveva portato i Cinque pezzi di Schnberg: lui aveva l'abitudine di ascoltare qualsiasi composizione senza tenerne in mano la partitura; fece cos anche con Schnberg che aveva studiato quarant'anni prima e ricordava a memoria senza saperlo. Aveva fatto il perfezionamento a Parigi con Cortot e quello in composizione nientemeno che con Roussel insieme con un finissimo compositore che poi sarebbe diventato il mio insegnante, Renato Parodi. A Parigi vivevano in camere ammobiliate presso una vedova e si davano del Voi: poi, una sera, uscendo ciascuno nascostamente rispetto all'altro, si erano urtati nel buio dell'anticamera e avevano fatto cadere la maschera. Erano amicissimi ma a volte litigavano: quando abitavano ambedue a via Tasso la risalivano sbraitandosi dai marciapiedi opposti.

Parodi era un grandissimo musicista e una persona meravigliosa.  fra quelli che mi hanno plasmato all'amore per gli animali. Nella sua casa romana teneva almeno venti gatti coi quali parlava e non v'era ombra di puzza di gatto. Come compositore voglio ricordare di lui il suo essere vicinissimo all'essenza di Napoli e la sua raffinatissima natura cosmopolita: due cose che per un napoletano vengono automaticamente. Quindi il primo aspetto culmina con La cantata dei pastori (Jacopo Napoli mise invece molto bene in musica Miseria e nobilt di Scarpetta) da lui riscritta anche nel testo; il secondo con l'Ornitofonie sul Chantecler di Edmond Rostand, una meravigliosa opera d'arte che supera non solo i clavicembalisti francesi e le loro uccellerie (lo straordinario Rappel des oiseaux di Rameau) ma persino Olivier Messiaen, l'altro sommo cultore dei pennuti che agli uccelli ha dedicato capolavori.  bello osservare come due grandi compositori napoletani abbiano scritto un capolavoro partendo da Rostand; l'altro  Alfano col Cyrano. L'Ornitofonie ebbe la prima esecuzione (e bisogner lottare perch non sia anche l'ultima) alla RAI di Roma sotto la direzione di Fernando Previtali; inutile dire che l'aveva voluta Francesco Siciliani il quale di Parodi era amicissimo. Io c'ero.

Vitale aveva fatto uno straordinario liceo classico. A settant'anni ricordava interi Canti dell'Odissea in greco, che la scuola pre-gentiliana e gentiliana obbligava a imparare a memoria. Oggi la memoria  stata bandita dalla scuola, con gli esiti che si vedono: questi ragazzi non riescono a ricordarsi nemmeno nome e cognome.

Il tema della camera ammobiliata mi porta a un altro racconto. Zia Pierina Isotta, 'A Marchesa, vedova, la sorella del nonno Domenico, era in difficolt economiche nelle quali l'aveva lasciata zio Alberto a onta delle ricchezze della nobilissima famiglia genovese Da Passano; ma forse zio Alberto non era un Da Passano di un ramo buono. Cos aveva affittato una stanza della casa a un inventore. Costui aveva fatto due invenzioni: una relativa al trolli (dall'inglese trolley) del tram, quell'aggeggio che consente l'alimentazione del mezzo; l'altra ai sommergibili. Durante la guerra alte cariche dell'Aeronautica s'interessarono all'invenzione riguardante i sommergibili: l'inventore faceva le dimostrazioni con modellini natanti nella vasca da bagno di zia Pierina.

Essendo rimasta vedova prima della guerra, zia Pierina non usciva pi di casa di sera. Nel settembre 1956 pap decise di portarla a vedere le luminarie di Piedigrotta, tanto per darle una distrazione; e c'ero anch'io. In macchina la zia disse: Ma che meraviglia, hanno illuminato per Piedigrotta tutta la citt!. Ella non aveva mai visto le insegne luminose dei negoz e le aveva scambiate per le luminarie. Ecco un'Italia povera e modesta che non c' pi...

Vitale era allievo di Sigismondo Cesi, figlio del grandissimo Beniamino. Mi ha raccontato che Cesi villeggiava all'Arenella, allora amena collina napoletana: quando faceva lezione l, egli allievo del Conservatorio e quindi non pagante, veniva interrotto dalla moglie perch arrivava zia Letizia, questa pagante: Siggs, sta 'a signora Isotta co' Letizzia!. La composizione l'aveva studiata col maestro De Nardis, abruzzese. Per far capire come si viveva in quell'Italietta patriarcale mi raccont il seguente episodio. Un giorno in Conservatorio il maestro De Nardis era pi bello del solito. Vitale gli disse: Maestro, ma comme state brillante stammatina!, e lui: M'agg' fatt' 'o bbagno!  n'ata cosa! (Ho fatto il bagno!  un'altra cosa!). S'intende che nella piccola borghesia la vasca era un lusso e ci si doveva accontentare del semicupio ('o cato). Un lusso ancor maggiore era il bid: mi raccont nonna Laura che in casa Schioppa era stato installato e il direttore dell'Htel de Londres chiese udienza per vederlo da vicino.

Ricordo un altro aneddoto di quando il Maestro era studente. Avevano dato la cattedra di arte scenica a un gentiluomo spiantato, il conte Galletti. Una volta questi, facendo lezione, disse a un'allieva: Respira, vedi che c' pure il segno!. La ragazza rispose: Maestro, guardi che questo non  un segno di respirazione,  un bequadro!. E lui: E tu approfitta del bequadro per respirare!.

Il maestro Vitale faceva lezione l'intera giornata gratuitamente quando non era in Conservatorio: la sua anticamera era una specie di rsum del mondo musicale, gestita com'era dalla sorella Concettina, detta Cetti, un angelo di dolcezza. Il marito di Concettina si chiamava Mario D'Ambra: era ischitano e titolare della famosa casa vinicola. Bellissimo uomo, una testa di capelli bianchi, baffi, sempre fragrante a qualunque ora del giorno e della notte, era una vera personalit. Viveva con la moglie e il cognato. Era uno degli uomini pi simpatici e affettuosi che abbia mai incontrati. Mi voleva un bene pazzo; dopo la morte del Maestro tutte le feste comandate dovevo passarle con lui e Cetti a via Mergellina 2, casa del Maestro, Pecch si ce stai tu nce sta ancora nu poco 'e Vicienzino! (Perch se ci sei tu c' ancora qualcosa di Vincenzino). Voleva tanto bene al cognato che gli faceva gli acquisti di biancheria, camicie, pullover. Quando mor d'improvviso a Ischia, sul comodino teneva il mio libro Il ventriloquo di Dio, non in quanto novit ma perch lo rileggeva sempre.

Vitale aveva formato una vera e propria scuola di grandi pianisti. Basti citare Laura De Fusco, un temperamento musicale straordinario e una tecnica come tuttora ce ne sono poche, Pina Buonomo, Carlo Bruno, Michele Campanella, Aldo Tramma, Massimo Bertucci, Franco Medori, Filippo Faes, Sandro De Palma, Massimo Biscardi (al perfezionamento romano: ma a Bari era stato scolaro di Marisa Somma), poi i pi giovani Francesco Caramiello, Paolo Restani, Vittorio Bresciani, Emanuele Arciuli. Sessantenne  Francesco Nicolosi detto dal Maestro 'O surecill', ossia Il topolino, quest'ultimo secondo me con Laura De Fusco ed Emanuele Arciuli il migliore: senza nulla togliere a Caramiello che ha fatto incisioni martucciane eccezionali. Michele Campanella, grande virtuoso,  musicista completo: quindi non solo interprete eletto dei Concerti di Mozart oltre che di Liszt ma,  un mio ricordo di adolescenza, improvvisatore all'organo della napoletana Chiesa di Santa Maria dell'Anima. De Palma, originario di Cicciano, ora vive a Roma. Ha un timbro meraviglioso ma non  attento ai particolari. Anni fa lo vidi a casa del pap di Carlo e Luca Verdone, portato io da Alessio Vlad. A un certo punto dice: Mio zio era vescovo di Pompei. E io rispondo: Non  vero, il vescovo di Pompei  un piccolo burocrate, tuo zio me lo ricordo benissimo: era il Delegato Apostolico della basilica, un incarico pontificio che corrisponde per importanza al posto di amministratore delegato di una multinazionale!. Questi, monsignor Vacchiano, guidava la Mercedes e fumava Avana lunghi mezzo metro. Una volta il Maestro e io andammo a Cicciano perch il padre di Sandro offriva un grande pranzo a noi musicisti. Il Maestro mi raccomand di parlare italiano e di trattare il farmacista coi guanti gialli perch era suscettibilissimo. Arriviamo in paese e io, ligio, domando a pi d'uno della villa del Dottor De Palma. Nessuno lo sa. Allora io: Add sta 'e casa Don Ciccio 'o farmacista? e mi rispondono: Vai semp' diraett' comm' te porta 'a via! (Vai sempre dritto come ti porta la strada!).

Per dire com'era fatto Vitale, ricorder che Carlo Bruno, una natura musicale eccezionale, da ragazzo non aveva voglia di studiare. Il Maestro lo sapeva e verso le quattro del pomeriggio si faceva portare dall'autista in certi biliardini della Ferrovia. Acchiappava l il quattordicenne Carlo, lo riportava a casa sua per tre quarti d'ora e poi lo lasciava libero. L'auto con autista, giacch lui non guidava, era il suo unico lusso. Quando aveva finito di fare lezione doveva sbaria', distrarsi; girava per Napoli fino a notte alta; andavamo allo Sferisterio a vedere la pelota basca, della quale era appassionato, e persino al cinodromo.

Riccardo Muti ricorda sempre il suo primo incontro con lui. Gli si present per essere ammesso nella sua classe in Conservatorio e suon virtuosisticamente qualcosa di Schumann. Il Maestro: Tieni talento! Da domani mettiti a fare le cadute d'avambraccio e gli esercizi a quattro dita!.

Sommo lisztiano, riteneva che questo genio fosse sottovalutato in quanto compositore. Aveva inciso egli stesso uno dei pezzi di massima difficolt di Franciscus, le Variazioni sopra il basso della Cantata di Bach Weinen, klagen, sorgen, zagen. L'altro suo amore era Muzio Clementi; e credo che nessuno abbia fatto di pi per ricordare al mondo che Clementi  anche un alto compositore, a prescindere dall'aver egli inventato il linguaggio pianistico moderno, come ben sapeva e sosteneva Beethoven, e a me che gi allora ero un virgiliano aveva rivelato il capolavoro sonatistico, la Didone abbandonata. Vitale aveva sviluppato un metodo d'insegnamento che poi non codific mai, basato sul principio che il possesso d'una tecnica razionale serve a risolvere nel modo pi atto, spedito ed elegante i problemi posti dal testo musicale pianistico. Cos, nessuno ha insegnato altrettanto tecnicamente. Possedeva una conoscenza scientifica della fisiologia del braccio, dell'avambraccio, della mano, delle dita, delle falangi: nessun medico si sarebbe potuto paragonare a lui; a volte consigli clinici da lui dati risolvevano situazioni bloccate per anni. La sua anticamera per certi versi pareva quella di Padre Pio: venivano da tutto il mondo e lui riceveva tutti con la medesima affabilit, semplicit e profondissimo senso dell'humour. Per esempio mi diceva Arturo Benedetti Michelangeli non posseder una tecnica in condizione di risolvergli una volta per sempre le difficolt postegli da certi passaggi, onde  noto che su uno di questi egli rimase fermo per quarantott'ore senza mangiare, bere e pisciare: laddove il possesso della tecnica gli avrebbe consentito d'impostare il problema. E, aggiungeva, Quando il passo non gli riesce fa il rallentando espressivo!.

Aveva tanti altri allievi: coloro che ho nominati sono i migliori e quelli capaci di camminare con le loro gambe artisticamente e tecnicamente. I ceteri facevano meraviglie ma non pi quando non c'era lui: sembravano allora, privi della lezione fatta da lui prima del concerto (li preparava tutti, anche i concertisti gi in cartellone a Filadelfia o a Mosca), marionette coi fili spezzati. Ci resta una testimonianza impressionante, una serie di dischi in vinile stampati a sue spese in tiratura privata per i quarant'anni di docenza e intitolata La scuola pianistica di Vincenzo Vitale.

Qui allora giunge l'interrogativo pi profondo. In tutto il pianeta si diceva che Vitale risolveva ogni caso clinico, che Vitale faceva suonare pure le pietre. Non era questo il suo vero e segreto limite? In fondo, la sua milizia didattica doveva essere, in un uomo cos angelico, un esercizio smisurato di volont di potenza. Egli non faceva che lottare con se stesso, ponendosi l'obbiettivo, appunto, di superarsi ogni volta, riuscendo a far suonare le pietre. Ricordo che bastava la sola sua presenza affinch il pianista cambiasse suono, verificandosi allora una distensione muscolare da lui indotta; la medesima cosa che avveniva quando Karajan saliva sul podio. Cos facendo chi sa quanti talenti ha trascurato perch non gli interessavano essendo meno bisognosi delle Marie Mosca e delle Marise Carretta. Di Maria Mosca mi disse che quando suonava si avvertiva il giro di pagina, perch suonando a memoria faceva una piccola pausa l ove, studiando, voltava pagina; quanto alla Carretta,  una capopopolo pi che una pianista. E tante altre.

Adolescente, andavo a fare lezione di armonia da quello che sarebbe diventato il grande compositore Roberto De Simone. Abitava con la madre in una casa popolare a Fuorigrotta, a Cavalleggeri Aosta. Io arrivavo verso le undici e mezzo; lui dormiva ancora. Si sentiva provenire dall'interno la voce della mamma: Robb, scetate, sta 'o Signurino! (Robb, svegliati, c' il Signorino!). Dopo molti tentativi infruttuosi De Simone compariva, gi vestito: infatti vestito con tutte le scarpe s'era coricato. Ma poi le lezioni erano di eccezionale livello. De Simone  vissuto tutta la vita col terrore del dentista. Adesso che ha ottant'anni ha perduto tutti i denti tranne uno, un incisivo, sempre che nel frattempo non sia caduto anche quest'ultimo avanzo d'una stirpe infelice, avrebbe detto il maestro Siciliani. Penso che avrebbe potuto, come compositore, non come revisore, fare di pi per se stesso: per esempio, avrebbe dovuto trarre una Suite sinfonica dalle musiche scritte per Caf chantant di Raffaele Viviani, una grande partitura. La sua Gatta cenerentola dal Basile resta secondo me una delle forme di spettacolo che del Novecento andranno ricordate; e vi trionfa la genialissima rielaborazione del canto popolare, a volte antichissimo, che il De Simone etno-musicologo passa al De Simone compositore. Trovo scandaloso che non sia disponibile in un video. La Einaudi ne fece un'edizione in videocassetta con interprete della Matrigna il bravissimo Rino Marcelli ma non venne registrata quella con Matrigna il supremo Peppe Barra.

Di Peppe parlare senza dedicargli un libro  difficile, tanto racchiude in s portandolo al grado del genio (come dice anche Riccardo Muti) l'essenza del teatro napoletano. Ho scritto lungamente della Cantata dei pastori, sacra rappresentazione natalizia del tardo Seicento dovuta al gesuita Andrea Perrucci, la quale nel far spazio a un comico di carattere osceno che s'accoppia al patetico dell'adorazione del Bambinello, ripercorre le pi antiche strade del teatro liturgico precristiano e poi medioevale: e Barra v'interpreta la parte protagonistica di Razzullo con una comicit cos sapida insieme e assurda da toccare vertici realistici e surrealistici a un tempo. Ma del suo genio mi basti raccontar ci: tre anni fa a Spoleto al Caio Melisso egli doveva fare un lungo monologo, che comprendeva anche una canzone, vestito collo splendido costume secentesco di Pierrot disegnato da Piero Tosi; ebbene, egli entr in iscena e per tre, quattro lunghissimi, eterni minuti rimase immobile e tacito in attitudine di stupore, finch tutti noi prorompemmo in un'ovazione liberatoria.

Un altro insegnante del Conservatorio era il maestro Terracciano, pianista. Era di Pozzuoli e viveva con una sorella; una volta un sacerdote, insegnante giovane, mi disse di essere stato oggetto della sua corte. Terracciano faceva concerti domestici ai quali gli allievi erano obbligati a presenziare. Me lo ricordo coi capelli tinti, vestito di nero, camicia bianca e cravatta nera. Non si lavava coll'acqua, si passava il borotalco.

Nella notte dei tempi si perde il ricordo della compositrice Ida Grieco. Era una bravissima persona e sembrava Tot vestito da donna. Calva, portava un pezzo unico parrucca-cappellino, o qualcosa che almeno pezzo unico pareva. Ma soffriva di un disturbo nervoso incontrollabile: il cuoio capelluto era semovente percorrendo un moto perpendicolare alla persona onde il pezzo unico parrucca-cappellino sbatteva verticalmente e ti veniva incontro quasi scodinzolare di un cane.

Quando incominciai a fare il critico musicale a Milano il maestro Vitale mi segu anche di persona. Ricordo un Concerto di Mozart suonato da Pollini e accompagnato da Claudio Abbado. Egli and a fare i complimenti ad Abbado per essere riuscito ad accompagnare un pianista che sbandava da ogni parte. Gi alla met degli anni Settanta del fulgido vincitore del premio Chopin a Varsavia non restava, infatti, moltissimo; del luminoso chopiniano che affrontava Polacche e Stud e Prelud era rimasto un piccolo burocrate che, soprattutto, non amava la musica, aveva con lei un rapporto di affari. A quel punto il fraseggiatore sovranamente libero che avevamo conosciuto sillabava. Ricordo un concerto degli anni Novanta alla Scala nel quale Pollini triturava e smozzicava una composizione sublime come la Fantasia in Do maggiore di Schumann (che aveva qualche anno prima meravigliosamente eseguita Murray Perahia; ma l'interpretazione sublime resta quella di Dino Ciani). Ma questo non poteva dirsi a Milano, ove il mondo dei Salotti, molto peggiore di quello del PCI duro e puro, esercita una sorta di vigilanza permanente antifascista a pro di Abbado e Pollini; e adesso che costui  rimasto solo, essendogli morto, dopo Nono, pure Abbado (salute a noi!, come si dice nel Meridione quando si comunica una morte), continua a esercitare il suo Impegno per l'Avanguardia e a fare (vista la sua attuale facies) l'Ecce homo un po' dappertutto.

A proposito del suo Impegno per l'Avanguardia, ricorder ch'egli tenne a battesimo nel 1976 al Conservatorio di Milano un pezzo di Luigi Nono intitolato Sofferte onde serene per pianoforte e nastro magnetico: io c'ero; ho ricordi raccapriccianti per il vuoto pneumatico del pezzo e per come interprete e autore si pigliavano sul serio. Il mio amico Nazzareno Carusi ha pubblicato un CD di fogli d'album, Notturno, cosa raffinatissima, degna di un concerto di Magaloff: l'ultimo si chiama Pllini, senza impegno.  una parodia di Sofferte onde serene che lui stesso s' fatta lavorando al computer un'oretta. Ci si scompiscia. Ci si scompiscia pure per questa battuta di Francesco Libetta, che Pollini suona l'op. 90 di Beethoven, una delle Sonate pi delicate e da me preferite, con lo stile del megafono a un picchettaggio sindacale.

Nazzareno Carusi  stato allievo del severissimo Victor Merzhanov e di Alexis Weissenberg e mi ha narrato della bont quale insegnante di questo grande che purtroppo ascoltai quand'ero troppo immaturo per comprenderne le infinite sfumature interpretative. Nazzareno mi ha mandato poco tempo fa il messaggio che trascrivo: Voglio condividere con te questa gioia. Sto ristudiando gli Improvvisi di Schubert e nello spartito ho trovato questa dichiarazione (che avevo dimenticata) di Weissenberg alla Radio della Svizzera Tedesca: L'interpretazione che ne d Carusi  la pi bella e col pi bel suono che io abbia mai sentita. Era il 6 ottobre 1999, in diretta dal monastero benedettino di Engelberg. Weissenberg insegn a Carusi, che giovanilmente lo trattava con sopracci, a rispettare Mendelssohn; ed era sommo interprete insieme con Wilhelm Kempff, delle grandi Sonate di Schubert, le interminabili, quelle in La minore (quest'opera atroce viene da qualche commentatore ricollegata ai primi sintomi della malattia che avrebbe portato l'autore alla morte, quasi che il pessimismo metafisico potesse collegarsi a vicende esistenziali), in Sol maggiore, in Do minore, in La maggiore, in Si bemolle maggiore, le quali, col Quintetto in Do maggiore, costituiscono la rivoluzione che l'ultimo Schubert fa della forma di Sonata, con ci occupando un luogo storico non inferiore a quello di Beethoven. Weissenberg sarebbe stato il supremo interprete chopiniano se non vi fosse stato Franco Mannino.

Posso affermare di aver ascoltato davvero i Mammasantissima del pianoforte. Da Richter a Ghilels, da Kempff, da Benedetti Michelangeli a Magaloff, a Cherkassky, a Caporali a Gargiulo a Tito Aprea a Fuga ad Alicia de Larrocha a Weissenberg a Serkin (inferiore alla sua fama, forse), a Gulda (che s'era reso ridicolo per l'essersi messo con una donna giovanissima e le mises da ragazzino, egli vecchio, ma che ebbe un interesse pel jazz che non ero ancora maturo per comprendere) a Berman, a Zadra, a Gelber, a Lupu, ad Ashkenazy. Quest'ultimo  un cos grande musicista da essere un grande direttore d'orchestra pur non possedendone la vera e propria tecnica. E dove lo trovi uno che, oltre a fare meravigliose esecuzioni di Strauss, dedica un ciclo di trasmissioni televisive a Respighi a onta della damnatio memoriae onde questo Grande  circondato negli ambienti intellettuali? (Claudio Abbado, accedendo alla cattedra berlinese dei Filarmonici, dichiar che sotto di lui non una nota di Respighi sarebbe stata eseguita; ben vero, al maestro Siciliani che alla Scala voleva far rappresentare Porgy and Bess di Gershwin, uno dei capolavori del teatro musicale, rispose che nel suo teatro la musica leggera non si faceva.) E che Trittico botticelliano ha fatto Ashkenazy! Citiamo qualche altro pianista. Il famoso accademico Guido Agosti era oggetto di culto da parte di una conventicola di fessi e un seccatore: il maestro Vitale lo sfotteva (E ci si mette pure il cappello!, diceva parafrasando una celebre battuta di Tot. Vitale conosceva i nomi di ogni singolo comprimario della Rivista: quello che parlava pugliese dicendo: La rsa, lu ciclamein m'insegn che si chiamava Virginio Inglese; era di Torino). Lya De Barberiis era una, diciamo, pianista e una donna di temperamento. Una volta venne a Napoli per aprire un'accademia pianistica che desse fastidio al Maestro: era ospite in una casa privata, and in bagno e il cesso si spacc sotto il suo peso. Vitale diceva: Pare 'na maesta 'e casino! (Pare una tenutaria di casino!). La Argerich, invece, ha doti istintive meravigliose ma le rovina con la sua cialtroneria. Di Daniel Barenboim il Maestro diceva:  n'avventuriero!. E non l'aveva ancora ascoltato dirigere. Atteso l'attuale stato di Maurizio Pollini m' venuto fatto di pensare: ai primi di maggio Baremboim dirige la sua orchestra e accompagna Maurizio Pollini al pianoforte; se dirigesse Pollini accompagnando Baremboim il disastro sarebbe lo stesso; mutando l'ordine dei fattori il prodotto non cambia.

I pi grandi in assoluto sono stati Claudio Arrau e Franco Mannino.

Si rester sorpresi del secondo nome, accostato a quello di un gigante maestoso e sublime come il primo; e si penser a un atto di snobismo da parte mia. Non  cos: questo sommo musicista ha inciso pochissimo, ha smesso presto di fare il pianista per dedicarsi alla direzione d'orchestra e alla composizione: nell'uno e nell'altro campo non ebbe a mio avviso i riconoscimenti che gli sarebbero spettati. Da compositore possedeva un dominio del linguaggio musicale contemporaneo del tutto sbalorditivo pur se seguiva la sua via. C' il documento della sua prima composizione, la Toccata del 1932, influenzatissima da Stravinskij e gi geniale, eseguita dall'ottimo Michele Gioiosa. Da direttore basti dire che ha inciso venticinque dischi colla Filarmonica di Leningrado. Il maestro Vitale, oltre a volergli profondamente bene, lo stimava moltissimo. Chi ascoltasse il suo Bach sarebbe costretto a dire che non c' Gieseking o Glenn Gould che tenga. Chi ascoltasse il suo Chopin sarebbe costretto a riconoscere che non c' Paderewski, non c' Horowitz, non c' Pollini che tenga. Roman Vlad disse che l'interpretazione di Mannino dei Tre movimenti da Petrushka di Stravinskij, uno dei pezzi pi difficili e virtuosistici dell'intero repertorio, metteva in ombra quella di qualsiasi altro. In rete ho trovato due sue esecuzioni lisztiane, la cosiddetta Campanella da Paganini e la Parafrasi dal Rigoletto. Il virtuosismo e la facilit gli danno un tale dominio sui pezzi che riesce a infondervi un'appena percepibile punta ironica.

Mannino era palermitano e gran signore. Io trovo che noi napoletani coi palermitani ingraniamo meglio ancora che coi catanesi: diciamo che con la Sicilia occidentale  un'altra cosa, pur essendo io un grandissimo ammiratore di Catania e annoverando degli splendidi catanesi fra i miei migliori amici. Con Franco ci pigliammo subito, e quando ci pigliammo io ero ancora un ragazzo che lui valorizz e aiut moltissimo. Era un direttore d'orchestra fantastico: mi ricordo di un Ballo in maschera diretto da lui al San Carlo, e nello stesso teatro, di una Turandot. Quando era sul podio non aveva davanti, non dico la partitura, lo stesso leggio. Era talmente un alto artista da poter permettersi di sfidare la Cultura affrontando la spazzatura del repertorio. Nel giugno 1967 il suo amico Remigio Paone, il grande impresario che allora fungeva da soprintendente del Maggio Musicale Fiorentino, allest il superkitsch Ballo Excelsior di Manzotti e Marenco, uno spettacolo ottocentesco in lode del Progresso: e Mannino accett di dirigere la pessima musica. Il successo fu planetario: alla fine della prima recita Paone and nel suo camerino e Franco lo abbracci esclamando: Remigio, tu e io siamo le pi grandi puttane del teatro!. La figlia Nicoletta aveva sposato un bellissimo giovane svedese ma poi la vita della famiglia si scombin. Il marito la tradiva ma Nicoletta non accett la cosa pur avendo avuto da lui due piccoli scandinavi. Le spese erano fuori controllo e Franco, che aveva addirittura aperto una palestra al genero (certo lui non si doveva scandalizzare della sua natura, per giunta cognato com'era di Luchino Visconti), doveva scrivere Opere anche per ragioni di bilancio. Il nostro carissimo amico Pietro Diliberto, il mitico segretario generale del Massimo di Palermo, gliele metteva regolarmente in cartellone. Era spiritosissimo e parlava palermitano; vestiva da grandi sarti. In Unione Sovietica era un oggetto di culto: tutta la famiglia Kogan era ai suoi piedi; per loro aveva scritto anche un Concerto per tre violini e orchestra. Purtroppo dilapidava al Lotto somme ingentissime.

Poco tempo prima che morisse all'improvviso, e la sua perdita  stata uno dei grandi dolori della mia vita, Franco incise con la RAI di Roma (ancora esisteva) una Lucia di Lammermoor con Mariella Devia e Alfredo Kraus. La ascoltai per radio senza essermi preparato, quasi per caso. Ero arrivato da Recanati ove avevo visitato i luoghi leopardiani e la casa e la biblioteca meravigliosamente tenute dalla Famiglia del Poeta. Il giorno dopo lo chiamai. Paolino, cosa posso fare per te?: risposta fissa perch era sempre a disposizione degli amici. Gli dissi che nessuno dirigeva pi cos e lui rest grato ma quasi sorpreso, come inconsapevole del suo stesso genio. Un'altra sua straordinaria incisione, sempre alla RAI,  la Beatrice di Tenda: con essa si piazza con Gabriele Santini, Pippo Patan e Riccardo Muti tra i sommi direttori belliniani.

Fece ottant'anni. Non molto tempo dopo ci sentimmo ancora ripromettendoci di vederci entro pochi giorni perch, Paolino, noi siamo i pi belli e i pi giovani di tutti, gliela mettiamo in culo a tutti quanti!. Poi, la notizia: mor il 1 febbraio 2005; era nato il 25 aprile 1924.

Torno a Vitale. Il Maestro mi voleva un bene enorme: come a un figlio, se l'avesse avuto. In effetti io ero l'unico allievo che avesse inserito nella sua vita privata, quella della seconda parte della giornata, quando scendeva dal suo appartamento per fare i giri in macchina. Quando mor mi accorsi di quanto questo privilegio mi avesse fatto odiare dall'ambientino degli allievi e dalla stessa famiglia: non Cetti e Mario, dico, gli altri. Aveva mani e spalle possenti, una forza fisica pazzesca, occhi verdazzurri profondissimi.

Parlava il francese come il napoletano, poi anche l'inglese e il tedesco. Era stato professore ospite all'Universit dell'Indiana. Aveva letto tutti i libri e trovava il tempo di leggere ancora. Aveva verso il mio lavoro una grandissima indulgenza.

Una volta mi raccont una cosa sconvolgente. Era stato a fare un concerto a Berlino durante la guerra. Dopo and sulla famosa strada detta Unten den Linden (Sotto i tigli). La guerra aveva allentato ogni freno, fatto sorgere un bisogno di sfogo fisico inconcusso: il Maestro ebbe un rapporto erotico con un ufficiale delle SS in divisa.

Era religiosissimo e cattolicissimo: deplorava anch'egli la scomparsa del latino dalla liturgia. Il Venerd Santo si chiudeva in casa e trascorreva la giornata suonandosi tutto il Parsifal di Wagner, la sublime meditazione sul Venerd Santo, appunto.

Era molto spiritoso. Buscaroli aveva in bocca denti d'oro interi, non con sfoglia: cosa davvero appropriata a un romagnolo di Imola quale egli ; e una dentiera vistosissima (che Vitale altra volta aveva definita un dentierone mille-luci). Il Maestro disse: Chisto Buscaroli tene 'o sorriso crisoelefantino! (Questo Buscaroli ha il sorriso crisoelefantino!) ossia d'oro (dal greco chryss) e avorio. In foribus pugnam ex auro solidoque elephanto / Gangaridum faciam: (Raffigurer sui battenti d'avorio massiccio e di oro / qui in battaglia i Gangaridi); Vergilii, Georgicon, lib. III, vv. 25-26; Virgilio, Le georgiche, libro III, vv. 25-26. Celeberrima la statua del Zeus crisoelefantino di Fidia collocata nel tempio di Zeus a Olimpia, una delle sette meraviglie del mondo. Dei propr, di denti, fece questa descrizione: Sono parte diatonici, parte cromatici, parte enarmonici!. Qui debbo fare una spiegazione per il non musicista: la musica greca antica aveva tre genera, ossia tre sistemi di accordatura; il diatonico si basava su intervalli di un tono, il cromatico possedeva i semitoni, l'enarmonico, che nella nostra musica classica non esiste, d luogo anche all'intervallo dei quarti di tono. Con i tre generi il Maestro voleva alludere ai denti sani, a quelli con corona, a quelli artificiali. Di Alfredo Casella, secondo me pi generoso che grande, disse: I pianisti dicono che era un compositore, i compositori ch'era un pianista!. Casella era torinese. Nel 1944 Fedele d'Amico salv le ultime bozze pronte per la stampa della sua Messa che era stata intitolata Missa solemnis pro pacem, con l'accusativo invece dell'ablativo pace.

Sempre intorno al suo senso dell'umorismo, raccontava che la RAI ogni anno mandava la sua certificazione dei compensi a Enzo Vitale e a lui quella di Enzo Vitale. Costui era un celebre attore dialettale che faceva al Teatro 2000 la cosiddetta Sceneggiata, ossia un componimento teatrale misto di prosa e canzoni fortemente drammatico. I capolavori di Enzo Vitale erano Povero priggiuniero e Zappatore, la storia di un contadino che col suo sacrificio fa studiare un figlio che diventa qualcuno e lo rinnega: ci avviene soventissimo, figli che si vergognano dei genitori. La scena culmine  quando il padre dice al figlio: Addenocchiat' e vvasam' st' mmane! (Inginocchiati e baciami queste mani!). Enzo riceveva con molta degnazione Vincenzo che gli portava il certificato al 2000 e il Maestro se la godeva un mondo. Negli anni Ottanta il re della Sceneggiata era diventato Mario Merola. Una delle sue cose pi belle era Siamo appena arrivati a Napoli, uno spettacolo misto di canzoni, prosa comica e drammatica, nel quale la deuteragonista era una cantante e attrice bravissima, Giovanna Russo, in arte Gloriana. All'inizio del 2014 Gloriana ha ripreso lo spettacolo, con moltissime modifiche perch Merola non c' pi, mostrandosi sempre una vera combattente.

Il Maestro ebbe un fortissimo infarto; nel 1984 un ictus, essendo egli diabetico, lo port via. Quando ebbe l'infarto, la pianista Maria Tipo, detta Marisa, napoletana stanziatasi a Firenze e allieva di Guido Agosti, del che si vantava, disse: Era ora!. Vitale le fece sapere per lettera che la Monaca Santa di vico Scassacocchi gli aveva profetizzato lunga vita.

Il Maestro veniva da una numerosa famiglia borghese. A tavola i ragazzi non venivano mai interrogati dal padre, ingegnere. Una volta Vincenzino incontr il genitore in funicolare. Si vedono con un po' di reciproco imbarazzo: il padre ritiene di dover fare, per buona creanza, un po' di conversazione col figlio. Allora, questo diploma quando ce lo prendiamo?. Il Maestro da un anno aveva vinto il concorso e insegnava all'Istituto Musicale Jacopo Tomadini di Udine.

Una volta chiesi al Maestro se secondo lui la sorella fosse a conoscenza della sua omosessualit ed egli mi rispose: S'a magnat' 'a foglia co' tutt' 'o tronco! (Si  mangiata la foglia con tutto il tronco!). Invece di dire delle sue attivit erotiche le chiamava Le mie passivit erotiche. E aggiungeva: Non mai giunte per all'estremo oltraggio!. Frequentava un cinema della Ferrovia portante il poeticissimo nome mitologico di Iride. Mi raccont che una volta s'erano accese le luci e, proprio sotto lo schermo, un uomo era stato sorpreso che ancora si attardava, inginocchiato, a fare un bocchino a un ragazzo: La bocca sollev dal fiero pasto. Poi si gir verso la sala e grid: Stutat' 'a luce, c''o guaglione ancora ha da arriv! (Spegnete la luce, ch il ragazzo ancora deve venire!).  l'esordio del XXXIII canto dell'Inferno, il Conte Ugolino che rode il cranio dell'Arcivescovo Ruggieri. Una volta domand a un femmenella, Friariello, che cosa avesse fatto con un ragazzo da lui irretito e costui: Avimm' fatt' 'e tre atti, 'a scena comica, 'o film Luce e Topolino!: ci vuol dire che nei cinematografi anteguerra si trasmetteva il film (i tre atti), la scena comica (la scenetta), il documentario e il cartone animato. Ossia: Abbiamo fatto tutto il fattibile! Una volta, parlando di due recchie che vivevano more uxorio ma non avevano quasi rapporti sessuali, disse: Fanno seta, che bella seta!. In genere, i tipi camminavano a due: quando erano belli, o uno dei due era bello, ed erano stati notati, e s'erano accorti di esser stati notati, e se l'erano comunicato, egli diceva: S'hann' fatt' o fonogramma!. Tanti anni fa v'era a Napoli una lotteria benefica, Bont di Napoli. La manifestazione conclusiva si teneva al San Carlo il giorno della Befana e tutti gli artisti napoletani si prestavano gratuitamente; lui, essendo cos schivo, volle presentarsi in duo con Pina Buonomo ed eseguire la Sonata di Bartok. La Buonomo  molto mascolina; onde vieppi comico fu che Odoardo Spadaro annunciasse, leggendo il foglietto: Ed ecco a voi il duo pianistico Buonomo-Vitale! e poi, improvvisando: Il maestro Buonomo e la signorina Vitale!. Me lo raccont egli stesso.

Poi mi narr questo episodio. Una volta lui e un amico avevano portato a casa di quest'ultimo, a via Torna (il palazzo che, edificato dopo quello dove sono nato, gli ostruiva una parte di panorama), dei marinai americani. Costoro avevano bevuto e, non abituati, ne stavano combinando di tutti i colori. Nel bel mezzo del chiasso indiavolato, che i due non riuscivano pi a dominare, si apre la porta, entra in camicia da notte, reggendo una candela, come Lady Macbeth nella scena del sonnambulismo, la sorella del signor Gianni, Gianna, terribile, imponente e dice: Don't forget that I am a woman! (Non dimenticate che sono una donna!).

Diceva sovente Mundus vult decipi, ossia Il mondo vuol essere ingannato, sentenza adoperata da Lutero; e il coltissimo pianista Hans Fazzari rispose subito: Ergo decipiatur! (Sia dunque ingannato!). A tal proposito mi raccontava di una cosa che l'aveva colpito nel libro di Axel Munthe La storia di San Michele. Quando Munthe, grande personaggio e costruttore della villa anacaprese, una delle meraviglie del Novecento, esercitava a Parigi, c'era stata una stretta di freni dell'autorit per reprimere l'esercizio abusivo della professione medica e un gran numero di professionisti era stato convocato da un dirigente della Polizia per presentare le proprie credenziali autentiche. Il dirigente aveva detto a Munthe che stava per incastrare un falso medico; poi l'ultimo giorno utile costui gli s'era presentato e aveva esibito titoli ultraortodossi ma l'aveva supplicato di non divulgarlo: facendosi credere un ciarlatano lavorava molto di pi.

Vitale adorava la pi bella battuta letteraria mai fatta e se la faceva ripetere da me. Colette, il genio di scrittrice, aveva sposato in prime nozze lo scrittore Willy, grande wagneriano; poi, quando questi era in fin di vita, l'ebreo Maurice Goudekett. Willy disse: La mia vedova ha imparato da me i piaceri della concisione; adesso imparer quelli della circoncisione!.

Racconto qui il seguente episodio giacch lui si divertiva ai miei scherzi e questo aveva fatto impazzire di divertimento lui, Franco Mannino e il maestro Siciliani. Sotto la direzione di Cavallari il Corriere dava spazio enorme agli articoli di fondo di Leo Valiani, un rtore. Or avvenne un fatto terribile: nel novembre 1980 il grande filosofo Louis Althusser in un accesso di follia uccise la moglie, ebrea. C'era allora un giornaletto dell'undeground della destra radicale (ma poi non cos underground) che si chiamava Linea. D'accordo con Stenio Solinas, che ne era il capo-redattore, io redassi uno dei miei pastiches: un articolo di Valiani sul caso Althusser che dal Corriere era miracolosamente arrivato alla redazione di Linea. Imitavo lo stile fortemente paratattico, una caricatura del sermo numerosus di Benito Mussolini, dell'antifascista professionista e dicevo che il delitto era una prova del sempre risorgente antisemitismo: ma dovere degli antifascisti era la vigilanza perpetua. Non abbassare la guardia! Poi composi un pastiche speculare. L'autore supposito era questa volta Giovanni Testori, geniale e verso di me amicissimo ma rtore cattolico anch'egli di un cattolicesimo che non so quanto sincero: il Cardinale Martini, infatti, di lui diffidava. E a Testori facevo dire che l'omicidio era una prova che i valori cristiani (Casa, Famiglia, Stalla di Betlemme...) venivano continuamente minacciati e nel caso di specie perch Althusser, credendo di affidarsi alla Ragione invece che alla Fede, era uscito di senno. Un camerata militante ma coglione non cap che di pastiches si trattava e disse a Stenio: Quest'articolo di Testori ha dato il colpo di grazia alla Dea Ragione!.

Ma adesso torno a Vitale e Mannino di l dal nostro scherzare. Il giorno di Natale 2013 lo passo con loro: ascolto del mio Maestro Weinen, klagen che invita alla gioia attraverso il dolore; e di Franco l'incomparabile interpretazione d'uno dei Corali di Bach pi invitanti alla quieta gioia, Jesus bleibet meine Freude (Ges resti la mia gioia).
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CAPITOLO 5.
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'A Mellunara. Origene e la salvezza universale dopo l'apokatstasis panton. I femmenielli e la riffa. Antifascisti napoletani.

Negli anni Settanta accompagnatore fisso dei nostri giri era Giovanni D'Antonio. Fisico imponente, occhiali d'oro, sembrava un vescovo. Giovanni era il tabaccaio di piazza Dante, posto che s'era conquistato dopo una vita di sacrific e affari impostati con intelligenza. Veniva detto 'a Mellunara, la venditrice di angurie, perch quando era bambino il padre, fruttajuolo, era cos povero che tutta la famiglia dormiva nel banco: si calava la saracinesca e il banco diventava un basso. Diceva con orgoglio: I' song' d' 'o popolo, nun song' na meza cazett'! (Io sono del popolo, non sono una mezza calza!). Aveva fatto tutti i mestieri: fra questi il venditore di ori a settimana, vale a dire uno che vendeva catenine e altri gioiellini alle popolane e che queste pagavano a rate a un tanto a settimana. Le sue clienti si inorgoglivano se il marito le vatteva, le percoteva. Vuo' dicere ca me vuo' bbene! (Significa che mi vuol bene!), e gli facevano vedere le mulignane, le melanzane: cos espressivamente in napoletano si chiamano i lividi. E vantavano anche la prestanza fisica dei mariti. Durante la controra nella canicola i giovinotti dormivano profondamente nei loro bassi: le mogli sollevavano il lenzuolo per far constatare a Giovanni quanto bene stessero di casa. Su controra, l'ora della stanchezza pomeridiana e del riposo, esiste una terribile similitudine in napoletano: quando vuol dirsi che qualcuno  stanco e sbattuto, esso sta comme 'na ciucia 'e controra, ossia come una fessa (l'organo femminile) durante la controra.

Giovanni era addetto alla diplomazia con i tipi, ragazzi che battevano o che avrebbero potuto fare la marchetta e frequentavano la strada e var luoghi deputati. Intelligente al punto da essere geniale, riusciva a convincere con una battuta di spirito anche il pi restio. Ricordo una notte a via Foria uno spazzino di trentacinque anni e padre di sei figli! Il Maestro aveva a punto d'onore di regalare generosamente i tipi (in napoletano il verbo regalare  transitivo, il regalato, colui al quale si regala,  complemento oggetto); anche se nell'ambiente lo odiavano affermando che guastava la piazza. Ma mi diceva: Ti rendi conto, uno di questi ti d il suo corpo, e con te che sei brutto e vecchio si eccita pure per farti godere: ma che cosa incommensurabile  questa!. Ora appartiene di certo alla schiera degli Angeli. A' Mellunara poteva permettersi col maestro Vitale delle confidenze incredibili, sia per lo spirito del Maestro sia perch era piena di tatto e opportunit. Quando il Maestro, sedutosi Giovanni dietro, entrava in macchina, il tabaccaio diceva: Saglit', 'onn' Assu'! (Salite, Donna Assunta!); e Stasera 'onn' Assunta se vu sciovere 'e ttrezze! (Stasera Donna Assunta si vuole sciogliere le trecce!), che vuol dire uscire dal seminato; e ancora 'Onn' Assu' tene 'e diavol' 'nt 'a fessa! (Donna Assunta ha i diavoli nella fica!).

Giovanni era addetto anche a periziare i tipi prima che andassero col Maestro. A volte capitava che egli dicesse: Giuv, t'agg' dett' cinquant' vote ca 'o tipo si nun ten' 'o pesce gruoss' tu nun me l' a sagl proprio! (Giovanni, ti ho detto cinquanta volte che se il tipo non tiene il pesce grosso tu non me lo devi proprio portare!); e Giovanni sentenziava: Nun c' predeca senza Sant'Agustino! (Non c' predica nella quale non si nomini Sant'Agostino!), come a significare: Gira e volta cadiamo sempre su questo!.

Giovanni poi divent amico di pap il quale lo stimava moltissimo anche per la sua competenza in campo antiquariale: faceva la descrizione a memoria del mitico appartamento di monsignor Mller, contenente tesori d'arte! Viveva con un fratello e la sua famiglia e la sua stanza era stipata di oggetti d'arte anche di gran valore, soprattutto Madonne e Misteri (la parte di presepe col Bambinello, la Madonna e San Giuseppe), oggetti che aveva comprato dai Parroci i quali dopo la riforma liturgica si sono venduti pure la Veste di Cristo. Apparteneva a quel genere di ricchioni esistenti un tempo nell'Italia meridionale ch'erano uomini di Chiesa: li chiamavano 'e mieze prievete, i mezzi preti. Lui conosceva l'intera Liturgia e pagine e pagine di Encicliche e Costituzioni Apostoliche in latino, a memoria. Come recitava la Supplica alla Madonna di Pompei! Come pronunciava mettendo il sorriso nella voce: Vezzoso Bambinello alla Grotta di Bethlehem!. E ancor pi: Dolce prigionier d'amore nei Santi Tabernacoli sotto Specie Eucaristica!. E quale spavento quando diceva: Il Cristo Giudice, il Cristo severo, a giudicare ciascuna delle anime nostre!. Quando c'era stato uno sposalizio parlava della novella famiglia. Non ho mai incontrato un critico della Liturgia analitico come lui, nemmeno tra Prefetti di Congregazione. Per recitava anche poesie con partecipazione straordinaria: la terribile, drammaticissima 'O miercur d' 'a Madonna 'o Carmine (Il mercoled della Madonna del Carmine) di Ernesto Murolo, la toccante e delicata 'A Madonna d'e mandarine di Ferdinando Russo e la comica e sboccata 'A guardaporte di Aniello Langella nel quale impersonava la portiera 'nciuciessa, pettegola: in rete ve n' un'inarrivabile interpretazione con aggiunte a soggetto di Giacomo Rizzo vestito da donna.

Era profondamente cattivo. Un giorno gli riportai la tesi di Origene sull'Inferno e sul fatto che alla finis temporum, quando ci sar l'apokatstasis panton, il ritorno dell'Universo allo stato originario, saremo tutti salvati, Lucifero compreso. Si tratta del tema di uno dei capolavori di Carl Orff, De temporum fine comoedia, che ebbi il privilegio di vedere alla prima esecuzione assoluta a Salisburgo (prova generale), dove mi trovavo in quanto studente, nel 1973, direttore Karajan che l'aveva voluto. Ebbi l'onore immenso di stringere la mano a Orff, sorridente e cordialissimo: i bavaresi sono i napoletani del Nord. Mi ricordo che la critica musicale italiana stronc il lavoro ritenendolo reazionario. Non avevano nemmeno l'istruzione per capire un decimo dei testi da Orff impiegati e da lui profondamente conosciuti, a cominciare dalle Prophetiae Sybillarum. Il lavoro era impressionante. In fine appare Lucifero che dice Pater peccavi. Poi egli riappare come angelo caduto. Indi quale uomo: e sempre ripete la formula penitenziale. Poi la salvezza  espressa da una meravigliosa Fantasia sinfonica scritta nello stile rinascimentale nel palcoscenico vuoto, invaso da un'abbacinante luce bianca.

Allora non citai Giovanni Origene perch, essendo questo Sommo considerato un eretico, lo avrebbe messo in sospetto. Gli dissi: Sentite, Giovanni (gi, perch, anche se la sera avevamo quella promiscuit, ci siamo sempre dati del Voi), Sentite, Giovanni, un santo sacerdote mi ha detto che al Giudizio Universale Iddio Giudice svuoter l'Inferno e tutti saranno redenti, compreso il Diavolo. E gi, fusse bello, ve piacesse! I' aggi' campato santamente 'na vita sana pecch quanno moro  lla 'n copp' aggia guard ll'anime dannate c' abbruciano e Vuje 'e vvulite salv! (E gi, sarebbe bello, vi piacerebbe! Io ho campato santamente una vita intera perch quando muoio da lass debbo guardare le anime dannate che bruciano e Voi le volete salvare!). Il campare santamente consisteva per lui nel non pedicare, ossia nel non commettere atti contro natura. Una sera eravamo andati a Torre Annunziata (il Maestro gi non c'era pi) per un drogato bellissimo che si chiamava Bruno e lui si arrabbi pazzamente per aver pedicato e dover tornare a confessarsi. Gi, dissi io, ma mi trovai di fronte a un muro. Per Voi il peccato  quando arrivate (ejaculate), ma la maldicenza, il seminare zizzania, il piacere del male altrui, il desiderio del male altrui, non esistono, non sono peccati?. No, non esistevano: negava il fatto in radice.

Dei femmenielli che si sbattono da un posto all'altro disse: Pervagantur in mundo divina virtute et in infernum detrude, ossia la formula ecclesiastica per le anime dannate che tornano sulla terra. Di un ricchione di nobilissima famiglia e molto religioso, diceva:  nu viecchio fatt'  ccriatura! ( una via di mezzo tra un vecchio e un bambino!).

Era straordinario anche nei pochi errori di ortologia che commetteva. Diceva il citrofono, la puntura lombarda, i trigligg per i trigliceridi e la cernia per cernita. Ed era espressivo come nessun altro. Ebbe, dopo la morte del Maestro, un piccolo ictus; ne descriveva cos i sintomi: Me sent' 'o vient' 'nt' 'e ccosce e 'e fformicole 'n capa! (Mi sento il vento per le gambe e le formiche in testa!). Ma aggiungeva: O vos omnes qui transitis per viam attendite et videte si est dolor sict (pronunciava cos) dolor meus.  la prima delle Lamentazioni di Geremia che riporto nella traduzione della Vita nova (con l'avvertenza che Dante sposta il significato del testo aggiungendo a via il d'Amor): O voi che per la via d'Amor passate, / attendete e guardate / s'elli  dolore alcun, / quanto 'l mio, grave. Pietro Ottoboni, il Cardinale sommo mecenate e protettore di Alessandro Scarlatti, cos invece traduce nel letteratissimo testo, con meravigliose parafrasi in volgare delle Lamentazioni, dell'Oratorio di Alessandro chiamato (dal nome dei personaggi agenti) Colpa, Pentimento e Grazia, uno dei capolavori della musica universale: O voi, che qui d'intorno / Volgete il passo, il passo ancor fermate, / E dite, se v' duol pari al mio duolo.

Aveva girato diversi confessori. Padre, ho peccato contro natura con un giovane. Gravissimo! Solenne proponimento di non farlo pi, se no non ti assolvo!. Padre, ho peccato contro natura con un giovane. Eh, che cos' questa! Non siamo pi dei ragazzi!, disse tal sacerdote che conosceva la natura umana e la vita e intendeva che certe cose se fatte da ragazzi sono meno peccaminose: cos si pensava comunemente un tempo. Padre, ho peccato contro natura con un giovane. Umane debolezze!. L'ultimo fu il prescelto: stava al Ges Nuovo. Invece Giovanni se la faceva tutta la giornata al Ges Vecchio, ove si osserva il culto di una Madonnina miracolosa che il Beato Placido Baccher aveva portata alla venerazione popolare. Pio IX la incoron perch, esule, gli aveva profetizzato il ritorno sul trono. Nessuno come lui in tutta Napoli era in grado di ornare un altare disponendo i fiori. Da Don Placido era un po' il primicerio. Sapeva tutto del Rettore, monsignor Sirico, un santo, peraltro. Per al Ges Vecchio non si confessava perch non dovevano sapere i fatti suoi. Credeva nel segreto della Confessione, Giovanni; ed evidentemente pensava che monsignor Sirico, a onta dell'assoluzione che gli avrebbe impartita, lo avrebbe giudicato. La devozione di questo sacerdote era commovente. Un'adepta ebbe fatta una grazia dalla Madonnina di notte perch Ella neanche di notte riposava; e lui: Non se ne vuole stare mai quieta!.

Giovanni ricordava la predica di un sacerdote, anche questo conoscitore profondo del cuore umano quasi quanto Manzoni, contro la malattia: Non , care Anime, il loro male che bisogna combattere, ma le attinenze ad esso! In quei luoghi, quei boschetti ove lo scellerato, animato dal desiderio di facili guadagni, attende a essere prelevato, che  la pi sporca forma di prostituzione!.

Un ragazzo gli disse che per cedere avrebbe dovuto essere un po' corteggiato; e Giovanni gli rispose: Chest' so ccose ca s'ann' f frienn' magnann'!, ossia citando un modo di dire napoletano quando si significa che la cosa va trattata senza frapporre indugi: frienn' magnann', friggendo mangiando, prendendo il boccone di fritto direttamente dalla padella.

Conosceva certi femmenielli devoti. 'A Miraddois, che diceva 'E Mmadonne song 'e ppupate d' 'e femmeniell! (Le Madonne sono le bambole dei femmenielli!). Pascalino d' 'e Vertecelle, Pasqualino delle Verticelle, perch se la faceva a Santa Maria in Vertecoeli. Costui girava vestito da prete, col cappello tondo, e nessun Arcivescovo riusc a farlo spogliare. C'era una devota che abitava dalle sue parti e aveva la mania di portare ogni giorno un foulard col colore liturgico proprio del giorno. Passava ogni sera: Pascalino mondava i piselli buttando le bucce e mettendo il frutto sulla veste. Pasc, dimane?. Giallo, Mar!.

Anche l'avvocato Renato Perrone Capano, d'immensa ricchezza, per un periodo della sua vita gir per Napoli e Roma in veste talare ma non si fece mai sacerdote. Il fratello Roberto, avarissimo, s'era invece convertito al Giudaismo ma gl'intelligenti membri della napoletana comunit con la resistenza passiva riuscirono a impedirgliene l'ingresso; onde il suo Giudaismo rimase un fatto privato. Aveva scritto un libro, Sotto il velame delli versi strani, nel quale pretendeva di aver risolto tutti i passi danteschi d'impossibile interpretazione, a cominciare da Pape Satn, pape Satn aleppe! Quando lo s'incontrava per strada ti stringeva contro il muro e principiava a declamare contro la tristizia de' tempi: potevano andarsene anche due ore, cosicch era sfuggito da tutti.

L'avvocato Renato faceva pure l'antifascista; e, poco cristianamente, blaterava sulla giustizia di Piazzale Loreto; per una volta davanti a me scoppi in lagrime pentito di queste parole. A Napoli ho conosciuto alcuni antifascisti. L'occasione fu questa. Ero amicissimo dei ragazzi Compagna, Guido e Luigi. Erano i figli del barone Francesco, detto Chinchino, una persona meravigliosa e grande intellettuale che dirigeva la rivista Nord e Sud. Chinchino era un prediletto degli Dei giacch mor ai Bagni di Tiberio a Capri, di subito, mentre era in acqua. La moglie, Licia Cattaneo della Volta Paleologo, mi voleva un bene dell'anima: vecchia, quando m'incontrava a piazza dei Martiri mi benediceva facendomi col pollice della destra il segno di croce in fronte. Era cugina di mia zia Mariantonia Jacoangeli, nata d'Ayala Valva. Luigi, attualmente senatore di Forza Italia,  tuttora mio fraterno amico; Guido  diventato comunista e non si vede pi, non che con me, col fratello. La maturit classica di Guido fu un'impresa alla quale posero mano cielo e terra. Mi ricordo che dopo gli esami orali ci fu un pranzo liberatorio in una trattoria a Posillipo sul mare. I frequentatori della redazione di Nord e Sud vennero precettati. C'era Rosellina Balbi, a quell'epoca commessa nel negozio omonimo di abbigliamento: costei sarebbe divenuta la direttrice delle pagine culturali di Repubblica e, nella qualit, mi avrebbe detto che mai sarebbe apparso un rigo su di me o sulla collana Musica e Storia della Mondadori perch era condiretta da un fascista come Piero Buscaroli. Infatti io per Repubblica, salvo i generosi tentativi di Giampaolo Pansa e Sandro Viola, scontratisi contro un muro, sono tuttora Erostrato; e siccome Quieta non movere va bene cos, guai se le cose cambiassero. C'era un personaggio chiamato don Costabile: questi girava con una mazzetta in mano di venti giornali spiegazzati, portava il cappello anche a tavola, era sempre affannato e incazzato perch l'antifascismo era stato tradito. Quando ho letto L'educazione sentimentale di Flaubert e mi sono trovato di fronte al Cittadino Regimbart, il giacobino nel 1848, sempre in affanni e in maneggi, lettore di giornali, che parla della Rivoluzione tradita, una delle ipostasi del Cretino che ossessionano Gustave, ce l'avevo gi davanti agli occhi.

Torniamo ai femmenielli. C'era 'a Trocola. Questa aveva il capo che le oscillava verticalmente, da sotto in su e da sopra a sotto: cos le avevano dato il nome dall'innocente giuoco infantile della terocciola: in italiano la traduzione trottola non s'addice al caso. La trottola infatti  questa: Ceu quondam torto volitans sub verbere turbo, / quem pueri magno in gyro vacua atria circum / intenti ludum exercent, ille actus habena / curvatis fertur spatiis, ossia: Come talora, volteggiando ai colpi della sferza, la trottola / che i fanciulli, in grande giro intorno ai vuoti atr, / intenti al gioco affaticano, quella spinta dalla correggia / si sposta in curvi spaz (Aen. lib. VII, vv. 378-81; traduzione Canali), e quest'immagine puerile serve al terribile paragone con la follia della regina Amata indottale dalla Furia Aletto. Il Dizionario napoletano di Sergio Zazzera (Newton Compton, Roma, 2007), in questo migliore del Volpe (Napoli, 1869), d di terocciola l'etimologia latina trochlea (che trocola segue alla lettera) e la traduce siccome carrucola, puleggia: a dimostrazione di quanto sia precisa la lingua napoletana anche in un lemma come trocola, di origine illustre pur se non registrato. Il migliore dei Dizionar napoletani  il gi citato D'Ascoli che ad vocem su trocola riporta solo il significato di che in nota ma su terocciola una voce ampia e comprensiva1. 'A Trocola diceva: I' song' accuss pecch quann' Mamm eva prena teneva 'n 'copp' 'a culunnett' 'na pupata ca faceva annanz' e aret' c' 'a capa, e Mamm rimanett' 'mpressiunat'! (Io sono cos perch, quando Mamm era incinta di me, teneva sul comodino una bambola che faceva sopra e sotto con la testa, cos rimase impressionata!). Si trattava di una voglia di terocciola, voglia di trochlea!

Ancora c'erano Velo 'e sposa, Che cos'! e una, ricordatami dal mio carissimo amico Antonio Florio, musicista completo ma conoscitore del Barocco musicale come ce ne sono pochi, ribattezzata Rosa Picasso perch aveva la faccia tutta a spigoli asimmetrici richiamanti le celebri Demoiselles d'Avignon. Nel paese vesuviano di Boscoreale c'era 'A Prufessoressa. Costei, per pura filantropia, la sera dirigeva il traffico dei ragazzi locali, prestanti e a disposizione, a favore delle recchie che arrivavano da Napoli e altri siti (Dulcamara). La cosa avveniva all'aperto: poi, fatta l'attribuzione del ragazzo alla recchia, si andava a consumare nei campi. Una volta and una recchia molto signorina perbene: costei, ricevuto il guaglione, disse, sorpresa, che lei non poteva consumare all'aperto e a terra, lei era abituata a fare sul letto. 'A Prufessoressa: Ma si vu f 'n copp' 'o liett', t'  a purt 'o liett' appriess'! (Ma se vuoi fare sul letto devi portarti il letto con te!).

Un amico di Giovanni era Galibardo, ossia Garibaldi, un sessantenne virilissimo, primo giovane di un grande pescivendolo alla Pignasecca. Nei mesi di febbraio e marzo, sotto la tramontana, col suo pullover blu da marinaio, aveva sempre le mani nell'acqua per bagnare il pesce esposto e lo vantava cantando con una voce rauchissima; tutti i guaglioni che lavoravano l dovevano fare l'amore con lui, era un jus ex non scripto.

Un tempo ai matrimon del popolo, quelli che duravano un'intera giornata, non doveva mai mancare un paio di femmenielli giacch si riteneva portassero buon augurio: cantavano e raccontavano barzellette. Probabilmente si tratta di qualcosa di antichissimo essendovi motivo di credere che costoro discendano dai sacerdoti di Cibele, itineranti ed eunuchi, che facevan rumoroso culto coi sistri e coi crotali cos come i femmenielli facevano musica cogli strumenti popolari descritti dallo Sgruttendio, 'o scetavajasse (destapopolane) e 'o triccaballacche (intraducibile, per esiste qualcosa del genere nell'orchestra sinfonica moderna, le bacchette di legno). Un quid, forse arcano all'origine, facevano poi i femmenielli: venivano chiamati per la riffa, la tombola popolana della quale vendevano le cartelle vascio per vascio durante la settimana per poi fare l'estrazione il sabato. Essi conoscevano il significato cabalistico di ogni numero e lo smorfiavano: costruendo, come in una sorta d'incantesimo, delle storie ex abrupto nascenti dal significato, anzi dai significati ogni volta prescelti, dei numeri; e dal loro collegamento. In altre parole, improvvisavano vere e proprie storie, apologhi. Per farmi capire con un esempio a caso: uscivano l'uno dopo l'altro il 71, l'11, il 29, il 2, il 27, il 77. Allora: N'omm' 'e mmerd' se n'jett' p' 'a via e truvaje tant' surecill', allora cacciaje 'o pat' d' 'e ccriatur' 'a for' e 'o facett' ved a nu femmenell' ca stev' assettat' 'n copp' 'o canter' e tenev' 'e ccosc' cchi bell' d' 'e ccosc' 'e na femmena!. Ossia: Un uomo positivo (vuol dire: persona che non fa chiacchiere ma agisce: 71, lo stesso numero col quale si indica 'a mmerda) scese per strada e trov tanti topolini (11), allora tir fuori il padre delle creature (il cazzo: 29) e lo fece vedere a un femmenella (2) che stava seduto sul cesso (27) e aveva delle gambe pi belle di quelle di una donna (77: 'e ccosc' d' 'e femmene).  un vero e proprio rito magico. E mi fa pensare a quanto si narra dei concerti nei quali Richard Strauss accompagnava al pianoforte i propr Lieder: tra l'uno e l'altro non faceva pausa ma improvvisava collegamenti armonici e tematici.

Invece, a proposito di maghe, ma questa volta si parla d'una falsa maga, mi torna alla mente un caso che sarebbe ridicolo se non nascesse da criminalit. La moglie dell'imprenditore della moda Gucci aveva deciso di far uccidere il marito, come poi effettualmente avvenne. All'uopo aveva reclutato una incredibile banda di spiantati della quale faceva parte una maga napoletana, certa Pina Auriemma. La banda fu vicinissima al farla franca a causa della stessa sua improbabilit; ma un magistrato requirente fu cos abile che, protratti i tempi dell'istruttoria, riusc a incastrarla. La maga, udito il protrarsi dei termini, si terrorizz e disse a uno dei suoi complici, secondo quanto risulta da intercettazione telefonica: Mi sono sentita di cioncare tutte le denocchie!. E cio: ella intendeva affermare che per la paura si era sentita rattrappirsi le ginocchia; il che in napoletano si dice cionc 'e ddenocchie; ma pur con un complice la Auriemma voleva far bella figura, toscaneggiare, onde aveva toscaneggiato il napoletano non sapendo dire la cosa in toscano.

Un personaggio dei racconti della Mellunara non posso ricordarlo senza un religioso orrore. Si tratta di Gilda 'a Padovana. Era costei una lesbica di prima della guerra: non una lesbica sposata come la maggior parte ma un fiero mascolone. Prendeva le ragazze, prometteva loro regali e le portava a ballare in una sala da ballo al Vomero, quindi di campagna: e all'uscita, tra i cespugli, le sverginava col dito medio. In napoletano il clitoride particolarmente sviluppato di alcune di queste lesbicone, una sorta di imitazione del fallo, si chiama 'o 'centrillo. 'A Padovana era a tal punto ommo 'e conseguenza che proteggeva delle puttane alle quali faceva da ricottaro. E gli altri ricottari, gli uomini, avevano paura della molletta, il piccolo e terribile serramanico, maneggiato da lei!

Giovanni mi narr di un 19 settembre, il giorno del Miracolo del Santo, del 1952. A quell'epoca buoni predicatori incominciavano, per usare un gergo blasfemo, a preparare San Gennaro in attesa che scendesse il Cardinale. Sull'altar maggiore, rivestito dei sacri paramenti, immobile, jeratico, era il vescovo ausiliare monsignor Gnarra. Attendeva, per incominciare a perorare, che giungessero i canonici di Santa Restituta. Questi tardavano. Sua Eccellenza non s'era accorta che i pecuozzi avevano gi acceso il microfono che teneva davanti alla bocca, per cui tra i denti disse: E bbide nu poco si se movono, chisti quattro guallaruse! (E vedi se si muovono, questi quattro vecchi collo scroto pendente!), ch guallara proprio ci significa. Tutta la Cattedrale ne rimbomb.

Il clero al suo interno si odia: non parliamo di quanto accade, e soprattutto accadeva, nei conventi; basta leggere I Vicer di de Roberto, un romanzo bello quanto Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e forse persino pi. Giovanni aveva sintetizzato i rapporti fra sacerdoti in un detto: S'incontrano e non si salutano; mangiano e non si invitano; muoiono e non si piangono.

Un grande predicatore era monsignor Raffaele Cinque, autore de Le opere miracolose di Sant'Anna e di Luci eucaristiche di Terrasanta. Aveva un altro fratello monsignore. Era cos devoto a Sant'Anna che una volta predicando venne preso da un empito lirico: Fortunata Napoli che possiedi il piede di Sant'Anna!.

Una volta la Mellunara and un mese in vacanza a Ischia con un sacerdote, padre Crispo. Giunti sui luoghi, padre Crispo dichiar che, essendo in vacanza, non avrebbe detto Messa. Giovanni, com' giusto, se ne scandalizz. Allora Crispo corresse il tiro e allig una mancanza di altari sui quali celebrare. Giovanni and dal vescovo, monsignor Marino (Eccellenza reverendissima, c' un santo sacerdote che si trova qui in villeggiatura e non ha ove celebrare!), e ottenne l'uso di una cappellina in campagna, per solo un'ora al giorno, dalle cinque alle sei del mattino. Cos Crispo doveva ogni giorno alzarsi alle quattro e, accompagnato da Giovanni, che fungeva da unico fedele e anche da colui che serviva la Messa, recarsi in campagna alla cappellina. I due dormivano insieme in una stanza a due letti e Giovanni mi disse che le sole parole scambiatesi tra lui e il sacerdote per un mese intero furono quelle del rito. Per trenta giorni Giovanni non vide, da parte di padre Crispo, adoperata la tovaglietta del bid. Allo scoccare del mese i due presero insieme il battello per tornare a Napoli: una volta sbarcati si girarono reciprocamente la faccia senza salutarsi e non si videro mai pi. Giovanni aveva cento canne di ragione: per io che lo conoscevo immagino il suo godimento sadico a costringere l'asino a bere (quello che il latino giuridico dice: nemo potest praecise cogi ad factum), cosa che nella vita non succede quasi mai.

'A Mellunara nutriva una passione feticistica per le cerimonie mortuarie e persino le cose pi sgradevoli che vi sono connesse. A Napoli i defunti vengono messi a putrefarsi e dissolversi nella cosiddetta terra santa, negl'ipogei delle Congreghe; dissolti che si siano, qualcuno (di solito uno schiattamuorte) li riduce e mette in una cassettina le sole ossa che poi vengono tumulate: ed  costume che i congiunti alla riduzione assistano. Giovanni s'era deciso a compiere egli stesso la riduzione per il maestro Vitale; e ogni tanto telefonava a Cetti per dire che il tempo era maturo. Giovanni, aspettiamo un altro poco!, perch evidentemente la sorella voleva rimandare un momento doloroso. Giovanni scalpitava e nella partita butt una carta decisiva. Signora Cuncetta, i' ve l'aggia dicere! M' vvenut' 'n suonno 'o Prufessore ca me diceva: Giuv, nun me fido cchi 'e st ll bbascio! (Signora Concetta, ve lo debbo dire: mi  apparso in sonno il Professore che mi diceva: Giovanni, non ce la faccio pi a stare l in fondo!).

L'Arcivescovo di Napoli, il cardinale Corrado Ursi, che io personalmente schifavo per aver egli vietato nella chiesa meravigliosa di Purgatorio ad Arco il culto popolare delle Anime del Purgatorio, da lui qualificato siccome idolatrico, a un certo momento venne deposto. Arriv la comunicazione. Giovanni era un suo ammiratore. Gli scrissi una lettera che venne pubblicata dal Mattino, cortesia fattami da Pasquale Nonno. Eminenza, reverendissima e carissima, qual nero nembo sulla fedelissima Partenope verteva la notizia, attesa e temuta a un tempo, che all'E.V. Rev.ma verrebbe per esser conceduto il meritato riposo dalle Pastorali Fatiche. Ma quando ne fummo fatti cerziori, l'umile tabaccaio vol dal suo amico Gennarino (il portiere della Curia, dal quale Giovanni si recava tutti i giorni per sapere che cosa fosse successo 'n coppa e che cosa le monache avessero cucinato al Cardinale) mescendo sospiri a sospiri, lagrime a lagrime. La Diocesi tutta pel dolore vibra, al modo istesso che venne percorsa dallo zelo infaticabile dell'Em.V. Rev.ma: s che bello parve adoperare le Parole della Scrittura Beati pedes evangelizantium in nomine Domini!. Deh, la dolcezza delle celebrazioni eucaristiche officiate dall'E.V. Rev.ma! Col Salmista ripetiamo: O quam dilecta Domine tabernacula Tua!. Di V.Em. Rev.ma affezzionatissimo figlio Giovanni D'Antonio. Sua Eminenza abbracci il tabaccaio in cattedrale.

1 La cosa da ridere  che sempre il Zazzera registra un autonomo lemma trocola con diversa etimologia: dal Greco crotalo quale, aggiungo io, metatesi, che viene tradotto siccome tabella (strumento che sostituisce le campane nei riti della settimana santa).
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CAPITOLO 6.
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Mario Praz. Una lezione di solfeggio. Mi fidanzo nell'Irlanda protestante. Indro Montanelli. Dino Ciani. Franco Ferrara. Il Parsifal e Ravello. Redenzione al Redentore e Giacomo Leopardi. Trani.

Quando ero adolescente Mamm mi regal la sua edizione, quella originale, de La carne, la morte e il diavolo di Mario Praz. Ne nacque in me un culto per questo Sommo che oggi  solo pi forte di prima. Nel 1973 usc Mnemosine. Parallelo tra la letteratura e le arti figurative. Non fu un successo: allora Praz era un nome per pochi, seppure di portata planetaria e millenaria. Egli aveva subito l'ostracismo degli antifascisti che lo costrinse all'esilio a Manchester: da ridere, l'esule  un fascista sotto il fascismo, ma purtroppo Croce e i suoi se ne fottevano che ci fosse il Regime: comandavano loro e facevano, come si dice a Napoli, Piglia 'a meglio e ffatte 'e ttoje! (Prendi il buono che te ne viene e cavane profitto!) oppure Scarta fruscia e ppiglia primmera! (Togliti le carte di nessun valore e prendi quelle per la primiera!), ovviamente allo Scopone. Dopo la guerra sub l'ostracismo dei comunisti, molti dei quali erano gli antichi crociani. All'epoca che lo conobbi viveva della sua pensione e di una collaborazione al quotidiano Il Tempo diretto da Renato Angiolillo, perch il Corriere della Sera non aveva pensato di prenderlo come elzevirista neanche pittato, dipinto. Allora mi venne l'idea di scrivere il capitolo mancante del libro, quello sulla musica. Cosa che feci; pubblicato il saggio su di una rivista glielo mandai. Non si pu credere quanto fosse affettuoso con me: m'inser subito nella lista degl'intimi. La Casa della vita, che da tutto il mondo facevano anticamera per vedere, me la mise a disposizione; mi riceveva generosamente. Da lui ho conosciuto, tra l'altro, un personaggio di prima sfera, lo storico dell'arte cubano Alvar Gonzales-Palacios ch' un uomo spiritosissimo e che, ricordo, una volta a Capri si produsse in un'esilarante imitazione del primo discorso sulla loggia di Papa Luciani. Non  vero che Praz fosse avaro; soprattutto non  vera l'infamia che fosse jettatore: ditemi che in storia della musica sono un coglione e non muover nervo, ma sulla jettatura superiorem non recognosco (formula del Diritto pubblico che, in bocca al Re, vuol dire: Non riconosco a nessuno l'essermi superiore): se lo dico io  cos. Era invece un uomo profondamente buono e sensibile, alla sua et ancora ferito dall'altrui cattiveria.

La genialit di Piero Buscaroli arriv a definire La casa della vita il pi bel libro italiano del dopoguerra. Egli non ama il romanzo; ma il parere va sottoscritto.

C' qualcosa di Praz che non sa nessuno, e che oltre me conosceva solo Alfredo Cattabiani, un grande scrittore che fu il fondatore della casa editrice libraria Rusconi: libraria, non quella dei periodici. Ce lo raccont una sera, e secondo me lo fece per la grandissima confidenza che dovevo ispirargli io. Si sapeva che aveva una figlia, Lucia, che aveva sposato un persiano: ma nulla del suo matrimonio. C'era stato uno dei terribili bombardamenti anglo-americani su Roma durante la guerra e lui aveva passato la notte a cercare la moglie inglese ch'era andata da amici a giuocare a bridge; finalmente la donna rientr a casa. Ero dal mio amante, gli disse gelidamente. Per Praz fu un colpo terribile.

Pochi ricordano la miseria, di vita, non economica, nella quale egli cadde alla fine, senza che le sue facolt di scrittore venissero tuttavia menomate. Il Giornale aveva una meravigliosa sede romana in Piazza di Pietra. La segretaria era una zitella che doveva esser stata bellissima e che ancora era una bella donna. Questa Antonietta Ledda, morta poco tempo fa, era una ragazza gentilissima e di cuore: ma poco intelligente. Il Maestro perse senilmente la capa per lei: passava le ore seduto di fronte alla sua scrivania e piangeva. Le aveva offerto di sposarla e di farla ricca; infatti, come tutti sanno, aveva dedicato la vita all'edificazione del museo neoclassico del quale ho gi parlato e che poi lasci a Palazzo Primoli: c'era persino la culla dell'Aiglon. Io le avevo detto: Antonietta, ma non vuoi entrare nella storia della letteratura universale?. Antonietta non ci voleva entrare.

Quella redazione era fatta tutta di persone anziane. Il capo della cronaca politica era un gran signore siciliano, Angelo Conigliaro: gi pensionato quando Montanelli lo assunse: Indro, Ti ringrazio per avermi dato una seconda vecchiaia!. Un altro anche lui smaniava per Antonietta, che fu costretta a ricorrere a Montanelli perch la molestava e si masturbava in sua presenza, inoltre gemendo.

Nel 1974 usc il mio I diamanti della corona. Grammatica del Rossini napoletano, il primo libro mai scritto su Rossini autore di Opere serie. Una grande novit che precorse mode divenute sempre pi scriteriate. Ma io non mi appagavo di essere insegnante e musicologo, volevo diventare critico musicale di un grande quotidiano. Ci pens Praz a farmi felice, giacch Indro Montanelli e Guido Piovene, persona meravigliosa, questo, aristocratico veneto e affettuosissimo con me, cercavano i quadri per il quotidiano il Giornale che andavano fondando. Praz mi raccomand a loro e venni preso.

Cos incominciai la mia carriera: principiando direttamente dal vertice; non avevo fatto un giorno di gavetta. Potetti dire a pap che le sue previsioni, ahi quanto giuste in linea di principio, si erano rivelate sbagliate. Oltretutto mi davano uno stipendione: paragonato a quello che ricevo adesso dal Corriere in termini di potere d'acquisto era circa il triplo, e vi aggiungevo il bellissimo stipendio di professore al Conservatorio; e non pagavo tasse immobiliari, c'era ancora pap. Il Giornale, che anche adesso ha ottime pagine culturali dirette da Alessandro Gnocchi, era allora prestigiosissimo per cultura: il critico d'arte era Marco Valsecchi, il critico cinematografico Carlo Laurenzi, il capo della Cultura il grande germanista Giorgio Zampa, per motivi geografici, essendo egli di Recanati, cultore leopardiano squisito. San Gennaro mi ha protetto anche in quella circostanza perch io incominciai a lavorare con un'improntitudine incredibile: se oggi studio ogni volta prima di aprire bocca e ristudio le partiture che conosco a memoria, allora scrivevo come se avessi conosciuto tutto e non conoscevo niente. Avevo una discreta preparazione sul Melodramma italiano, avevo scritto il libro su Rossini, non era male il mio patrimonio di cultura sul Barocco, ero un passabile wagneriano (dico passabile se riferito agli altri, non certo a quel che avrei dovuto essere); ma interi territor della musica mi erano preclusi; Verdi lo conoscevo poco (e non lo rispettavo!); per giunta la mia formazione mi portava a una presa di posizione sul Novecento di pazzesca cretinaggine: odiavo Schnberg, Berg e Webern! Davo giudiz sulle esecuzioni del tutto tranchants e non sapevo nulla; giusto non sbagliavo sul pianoforte grazie al maestro Vitale. Mi and sempre liscia: se il me stesso di oggi avesse davanti a s un ragazzino presuntuoso e bluffatore come io ero lo manderebbe al Lager.

Poco dopo il mio esordio capit un episodio. Il protagonista  Renato Bruson, un baritono dalle mediocrissime interpretazioni del quale a Milano fanno gran conto. Il maestro Siciliani definiva i suoi Fa, Fa diesis e Sol l'urlo del lupo. Quando Carlos Kleiber fece l'Otello alla Scala faute de mieux dovettero scritturare lui come Iago. Alla prima sul palcoscenico egli faceva osceni segni colla mano destra all'indirizzo del grande direttore che volevano significare: Stringi il tempo! Aveva infatti sin d'allora fiati difettosi. Dopo la recita, dietro il velario per prendere gli applausi, Kleiber per sfotterlo gli porse la bacchetta, come a dire: Sei degno di dirigerlo tu, quest'Otello!. Bruson prese la cosa alla lettera, convinto che il Maestro avesse ceduto di fronte alla manifestazione del Genio.

Carlos Kleiber era un genio con difficolt enormi nell'accettare se stesso e incontentabilit di fronte a se stesso: onde il suo repertorio degli anni nei quali si manifest quale grande, non quelli oscuri della gavetta, era assai ristretto, pur conoscendo egli tutto il repertorio. Oggi i direttori d'orchestra conoscono solo le opere che hanno dirette, e nemmeno. A tal punto era un genio che il suo gesto, che sovente sfida le buone norme, va accettato per quel che : Quod licet Jovi non licet bovi. Sovente dirigeva danzando e una delle cose che mi hanno pi colpito  che, col suo anticipo, il battere asseverativo lo faceva col culmine del levare. Quando provava era coll'orchestra d'un'incomparabile cortesia. Alle prime letture del Cavaliere della rosa alla Scala fece recapitare sul leggio di ogni orchestrale un bigliettino colle sue osservazioni effettuate a memoria sulla singola prestazione. La sua infinita raffinatezza e delicatezza pu comprendersi contemplando il video in rete delle sue prove a Monaco del Valzer di Strauss Tausend und eine Nacht: a questa composizione leggera dedica pi cure che alla Nona Sinfonia di Beethoven, e quale lezione di musica dona!

Suo padre Erich era un famosissimo direttore il quale non voleva che Carlos facesse il musicista; era uno di quei padreterni che sanno tutto e tutto fanno bene, da Mozart a Wagner e Strauss, e anche l'Opera italiana, che il maestro Siciliani gli fece dirigere al Maggio Musicale Fiorentino.

Ci fu all'Arena di Verona una Forza del destino. Dirigeva Francesco Molinari Pradelli, buon direttore ma soprattutto proprietario di una collezione di pittori di scuola barocca d'importanza planetaria che si era fatta pazientemente nei decenn della sua carriera. Bruson impersonava Don Carlo. Io scrissi che sconosceva il solfeggio, il che effettualmente fu a quella recita vero per gli errori che fece. Alla seconda recita, alla quale ero andato per portare Mamm all'Arena, nella mia cretinaggine andai a salutare Molinari Pradelli; e Bruson, annusato che io ero nei paraggi, mi raggiunse nel camerino del direttore. Mi strinse le manacce al collo e mi stava strangolando: Adesso dammi qualche lezione di solfeggio!. Venni salvato da due attrezzisti: Molinari Pradelli, cereo, cerc di fuggire aderendo alla parete sin quasi a incorporarvisi.

Sempre a Verona ne successe un'altra. La grande Fiorenza Cossotto interpret Dalila nel Sansone di Saint-Sans. Io, da vero baggiano, ritenevo che ella facesse la parte in modo volgare e scrissi la battuta che sembrava la pastasciuttara del reduce. Il marito, il basso Ivo Vinco, se la prese con me, e aveva cento canne di ragione. Poi con Vinco, ottimo Inquisitore nel Don Carlo, siamo diventati amici.

Un altro grandissimo mezzosoprano era Fedora Barbieri, la migliore Quickly che ci sia mai stata. Karajan l'ha voluta nella sua incisione del Falstaff. Purtroppo la Barbieri ha avuto la vita aduggiata dalle mene di Giulietta Simionato, che le era tanto inferiore e soprattutto, a onta del suo esser comunque una grande artista, era un'insopportabile egolatra. Mi ricordo che a una commemorazione del maestro Siciliani ella parl di s sostenendo che Siciliani si commuovesse quando la vedeva e le dicesse: Tu buona, tu pura, vinci l'invidia del mondo!. Secondo me le cose migliori la Simionato, a parte la straordinaria interpretazione di Mamma Lucia nella Cavalleria rusticana diretta dall'autore (incisione anteguerra), le ha fatte con il maestro Santini (dissero a Karajan che nella Cavalleria faceva tempi lenti. Rispose: Ho fatto quelli dell'incisione dell'autore!). Nella Semiramide della Scala  un Arsace di l da qualunque attesa. Riccardo Muti mi ha raccontato che Fedora gi molto vecchia and a casa sua a Firenze, sal le scale di corsa e cant impeccabilmente Reverenza! Il maestro Siciliani, invece, mi disse che una volta l'illustre artista gli aveva detto: Francesco, ti faccio un pompino che ti faccio risuscitare!. Il 12 agosto 2013 apprendiamo ch' morta un'altra gigantesca Quickly, Regina Resnik. Ella era stata un'ancor pi gigantesca Clitennestra e poi Carmen con Dimitri Mitropoulos.

Alla stessa commemorazione del maestro Siciliani conobbi Anita Cerquetti che da lui era stata scoperta. Era una dama di una gentilezza squisita e di grande self-understatement, capacit di non attribuire a se stessa grande importanza, e nella realt era somma: vieppi faceva contrasto colla Simionato.

Dopo il mio articolo sulla Forza del destino arriv al Giornale una lettera di Bruson a Montanelli nella quale il cantante veneto chiedeva la mia testa. Non ricordo come mai essa pervenne a me invece che al direttore. Allora il mio demonio, come dice Paolo Albiani nel Simone, mi fece prendere dal tiretto, napoletano per dire il cassetto, di Montanelli un foglio della sua carta intestata e su questo vergai con la mia grafia una lettera firmata Montanelli (ma senza che la sua firma fosse imitata) nella quale davo atto a Bruson delle sue giuste lamentele e gli dicevo che la testa di Isotta era caduta. Bruson non dubit un solo istante della natura autentica della lettera e se ne vant urbi et orbi. Un giorno Montanelli mi chiama e mi dice: Senti un po', c' un coglione di cantante che va dicendo in giro di possedere una mia lettera nella quale gli prometto la tua testa. Che c' di vero?. Io dovetti confessare. Montanelli nei cinque anni che sono stato con lui ha avuto sempre verso di me una sovrumana indulgenza. Mi disse: Dovrei mandarti via, ma non lo faccio altrimenti dicono che ho accontentato Bruson! Ma se ti tengo, diranno che hai avuto una raccomandazione cos forte che ho dovuto cedere!. Ottimista, come si vede, pieno di fiducia nella natura umana.

Di lui ricordo con profondissimo affetto la moglie (divenuta tale dopo esserne stata la compagna per una vita quando lui si trasfer a Milano) Colette Rosselli, una gran dama e bellissima donna di nascita napoletana (il suo cognome infatti era Cacciapuoti), di charme e spirito impareggiabili. Ella era una pittrice di vaglia e una delle pi care amiche del sommo Fabrizio Clerici; con gran senso del humour teneva una rubrica di galateo sotto lo pseudonimo di Donna Letizia. Anche la compagna di Montanelli quando Colette mor e che poi lo accompagn con grande affetto alla morte, Marisa Rivolta da Macherio, mi voleva molto bene. Fabrizio Clerici era un gran bell'uomo, un gran signore, una persona di grande animo e un sommo pittore. Posseggo un suo disegno da lui offertomi: delle variazioni sopra dei falli ercolanei da Winckelmann con un misuratore millimetrato della lunghezza.

Al mio secondo anno al Giornale mi capita un'esperienza bellissima: andai in Irlanda al festival di Wexford. Portai Mamm e Mimy Piovene; furono giorni incantevoli. La simpatia e l'ospitalit di quegli Irlandesi erano impareggiabili e il nostro esser cattolici ci faceva accogliere ancor meglio. L conobbi una ragazza di una famiglia Anglo-Irish, dunque protestante, Kristin. La rividi mesi dopo a Firenze: ella studiava pittura presso il maestro Colacicchi a Castello. Nacque una storia d'amore: la ragazza era vergine e io la possedetti a Vienna all'htel Sacher ove l'avevo portata per essere andato ad ascoltare il Pipistrello di Strauss diretto da Rostropovich. Io ero cos ignorante che non riuscii a capire se il grande musicista avesse o no fatto bene ma i viennesi erano scandalizzati e, credo giustamente, rimpiangevano l'interpretazione di Robert Stolz. Lo faceva impareggiabilmente Carlos Kleiber. Condussi Kristin a Capri; poi venne a stare un periodo da me a Napoli. Io avrei voluto sposarla ed ero pronto a farlo; l'avevo persino detto a Mamm: anche l intervenne San Gennaro che mi salv. Le condizioni erano che io mi trasferissi in Irlanda e io da cattolico nella loro Irlanda bene non sarei certo stato; inoltre non avevo pi l'et per imparare ad andare a cavallo e a caccia, le sole attivit da farsi laggi oltre che contemplare il manoscritto del Messia di Hndel allogato presso il Foundling Hospital di Dublino; e cospirare coi cattolici contro i protestanti. La madre di Kristin era norvegese e io nel mese di settembre me ne andai a trovare mamma e sorelle in uno sperduto luogo montano al quale si accede dal Sgne-Fiord. Il lungo viaggio in aliscafo mi rivel una costa dall'aspetto incredibilmente mediterraneo punteggiata da pini: mi sembrava di essere a Capri o a Posillipo. Su quel pizzo di montagna nacque il casus belli: la vecchia, in omaggio al marito che durante la guerra ci aveva bombardati, mi avrebbe voluto antifascista. Rientrai a Napoli. La figlia non reag. Un anno dopo ritorn in Italia e mi mand una lettera nella quale chiedeva di incontrarmi. La stracciai e gliela rimandai senza commenti: aveva voluto acquiescere quando la madre m'infastidiva e poi si comportava come se niente fosse stato.

Montanelli, come ho detto, si  sempre comportato con me in maniera meravigliosa, anche se si offese a morte quando lo lasciai per passare al Corriere. La comprensione profonda e l'affetto che mi aveva dati prima, durante e dopo, Gianni Granzotto che della societ editrice era il presidente, un toscano non poteva darmeli: egli era gi andato ultra vires e ultra petita. Per di Montanelli debbo dire il mio pensiero. Egli si comport in modo indegno con Piero Buscaroli. Aveva bisogno d'un polemista di carattere e cultura e lo invit, tuttavia solo verbalmente e senza contratto, a collaborare. Aveva paura di sporcare le sue pagine colla firma di un fascista: onde lo obblig alla vessatoria condizione di scrivere sotto pseudonimo, che fu Piero Santerno. Fui io a fare pressione su Buscaroli affinch accettasse: lasciata la direzione del Roma, intorno a lui v'era un cordone sanitario e divisavo di giungere a far restituirgli la firma. Ci riuscii perch le mie dimissioni per passare al Corriere furono per Montanelli cos inopinate che lui, per dimostrare alla sua redazione di non essere messo in crisi, e proprio perch in crisi posto era stato, dovette nominare Buscaroli sull'istante critico musicale; e io per ottenere ci dovetti avvertire Montanelli solo a cose fatte. Onde egli, fingendo di rispondere alla lettera di un lettore, diede la notizia al mondo esterno dichiarando che v'era stata una optata sostituzione meliorativa. Poi cess d'essere un grande uomo quando l'odio per Berlusconi prevalse in lui portandolo a comportamenti che giudico vili: oltretutto in Italia sparare su Berlusconi, che mi viene da ammirare quanto pi gli altri lo detestano,  la cosa pi facile del mondo, anzi  addirittura un mezzo per far carriera. Montanelli commise una cosa peggiore: abbandon il Giornale per fondare un nuovo fallimentare quotidiano, La Voce; e nel far questo esercit un ricatto morale per menare seco tanti giornalisti che restarono in mezzo alla strada quando ben presto e opinatamente La Voce chiuse, mentre per Montanelli avvenne un trionfale rientro al Corriere: vi torn da sinistra dopo esserne uscito da destra: con questo sput sulla stessa sua vita.

L'aver qui nominato Berlusconi mi induce a ricordare anche Marcello Dell'Utri, un amico carissimo che  una delle persone pi intelligenti e colte da me conosciute. Mi auguro che l'altro mio carissimo amico Massimo Krogh, il miglior penalista italiano, lo porti presto all'assoluzione che io credo si meriti. Questo scrivevo: a maggio s' visto che la Cassazione, riconoscendo l'esistenza di un reato che altrimenti smentisce, il concorso esterno in associazione mafiosa, senza uno straccio di prova, l'ha condannato a sette anni. Questa  la patria del Diritto!

E m'induce, l'aver nominato Berlusconi e Dell'Utri, a ricordare anche Fedele Confalonieri, una delle persone pi squisite mai incontrate, tra l'altro ottimo musicista: in tarda et si  diplomato in pianoforte al Conservatorio di Milano e per l'occasione ha avuto la gioia inquinata dalla presenza dell'ex magistrato Borrelli nella qualit di presidente dell'Istituzione. Ho avuto la fortuna di non conoscere personalmente il Borrelli, che invece  tra le persone esistenti una di quelle che mi piacciono meno. Il mass-mediale esser proni a costui (naturalmente la palma tocca alla Repubblica!)  una delle testimonianze dello stato nel quale versa l'informazione.

Il nome Confalonieri impone una menzione del maestro Giulio Confalonieri. Era anch'egli un genio. Ha svolto una grande attivit di critico musicale e di musicologo dopo esser stato negli anni precedenti alla Seconda guerra mondiale compositore di successo eseguito anche a Londra da Thomas Beecham. Allievo da bimbo pel pianoforte della madre (la quale aveva avuto l'insegnamento di Sigismondo Thalberg, onde questo patrizio lombardo qualche rapporto con Napoli pur aveva), eroico Alpino nella Prima guerra mondiale, si diplom in Composizione al Conservatorio di Bologna avendo a esaminatore Franco Alfano. Aveva un culto per Cherubini e gli ha dedicato il bellissimo libro Prigionia di un artista. Ma il suo capolavoro  una Storia della musica di genialit ed erudizione enormi, con certi capitoli, per esempio quello su Schubert, quello su Chopin o quello su Bruckner, che non sono mai stati superati dalla musicologia successiva, polacca, tedesca o francese che sia.

Al Giornale incominci subito la questione Abbado-Pollini. Io per la verit, soprattutto su Abbado, ch su Pollini il maestro Vitale gi mi aveva aperto abbastanza la mente, avevo del metus reverentialis: non mi sarei mai attentato a dire niente su quello che tutti consideravano un grande direttore. Peraltro il mio amico (gi allora) e con me gran signore Franco Lorenzo Arruga di Abbado faceva gran conto. Arruga, bellissima casa e biblioteca,  sposato con Franca Cella, una squisita signora ch' anche una musicologa di vaglia con i suoi lavori su Donizetti e Verdi. V'era, per la verit, un musicista con la M maiuscola mio amico, ma purtroppo per la sua bont cherubica pur potendo egli farsi un giudizio su questo personaggio non me l'aveva trasmesso. Ma Abbado e Pollini decretarono l'ostracismo dei Salotti contro il ventitreenne napoletano non per le bestialit che pensava su Verdi, Mahler e la Scuola di Vienna ma perch era contrario all'Avanguardia musicale sostenuta da loro: ossia un analfabeta musicale quale Luigi Nono; il, diciamo cos, compositore Sylvano Bussotti; e il giuocatore delle tre carte Luciano Berio, in s compositore tutt'altro che disprezzabile. (Il maestro Siciliani, quando Bussotti, nominato dal PCI direttore artistico della Fenice, inaugur la stagione con un'opera di Gian Francesco Malipiero, la paragon ai residui di cibo che restano fra i denti in una bocca non lavata). Gi allora ero in grado di capire per quali fossero i veri compositori: provavo un profondo rispetto per Franco Donatoni e Aldo Clementi, il primo dei quali era peraltro dei Salotti milanesi un perseguitato; e per Bruno Maderna, scomparso prematuramente, uomo tra i pi affascinanti che abbia conosciuti, con occhi profondissimi donde emanavano generosit e amore per il prossimo; il quale era, sebbene compositore d'avanguardia, un grande compositore e uno straordinario direttore d'orchestra: se Boulez avesse le sue qualit sarebbe uno dei grandi del secolo; egli  stato inoltre, insieme con Massimo Mila, uno dei pochi veri antifascisti e contemporaneamente grandi musicisti. (Fra le infinite benemerenze del Maderna direttore anche quella di aver riproposto l'inclassificabile capolavoro comico-satirico di Rameau, Plate. Di Rameau la musica orchestrale, per esempio quella delle Indes galantes,  d'inarrivabile eleganza e le sue meravigliose opere scritte per clavicembalo sono una delle migliori dimostrazioni che la musica clavicembalistica vada oggi eseguita dal pianoforte. D'altronde questo Sommo, col Trait de l'Harmonie e la successiva Gnration harmonique, ha inventato la musica moderna, nel senso che le ha offerto la giustificazione teorica.  stato detto che la teoria musicale nella storia  stata fondata due volte, prima da Pitagora, poi da Rameau). Il maggiore di tutti, che avrebbe avuto anche sotto il profilo della posizione teoretica tutte le carte in regola per essere l'idolo di quella Onorata Societ, dico il bresciano Camillo Togni, faceva parte del nemico. Gi: scriveva musica rigorosamente seriale ma d'una lancinante intensit lirica: altro che i teorici dei campi armonici, ossia degli aggregati di rumore, rifiuti del mondo musicale che esercitano la loro mafietta nei Conservator ove son relegati.

Mahler rappresenta una delle pi importanti palinodie della mia vita. Adesso ogni volta che ascolto una sua opera, qualunque sia, persino la meno riuscita delle Sinfonie, la Settima, egli mi appare pi grande. E ne concludo due cose: la prima  che davvero singolarmente errarono coloro i quali a lungo, nel Novecento, parlarono di Bruckner e Mahler, alla stregua della durata delle loro Sinfonie, la sola cosa, oltre all'ovvio esser wagneriani, che li unisca; la seconda  che subito dopo Strauss e Schnberg, egli  con Berg, ostakovic e Webern il pi grande compositore del Novecento. Pi avanti faccio l'elenco di quelle che secondo me sono le sublimi pagine strumentali del secolo: occorre aggiungervi il primo tempo della Nona, almeno.

Il musicista con la M maiuscola al quale sopra faccio riferimento era il sommo Dino Ciani, che purtroppo scomparve giovanissimo. Se non fosse morto la carriera di Pollini, che si trov liberato dal pi imbarazzante competitore, sarebbe stata diversa. Avevo conosciuto Ciani a Napoli a un suo concerto e mi ero pazzamente innamorato di lui: in senso artistico, intellettuale e anche carnale. Nato a Fiume e grande patriota in quanto esule dalmata, era un pianista di una tecnica prestigiosa ma di un sentire musicale addirittura eccelso; onde gli piaceva battere vie sempre nuove, studiare tanta musica anche non pianistica: aveva una conoscenza formidabile della letteratura di teatro musicale. Quante cose m'insegn! Fu con me di una grande delicatezza: mi fece capire gentilmente che non poteva corrispondere al mio amore; e i suoi argomenti erano fondatissimi, inoppugnabili, ma per un ventiduenne un po' bovarista difficili da accettare. Dino, come moltissimi uomini profondamente spirituali, aveva una concezione violenta, materiale, oggi si direbbe hard, e masochistica, del rapporto erotico. Che se ne poteva fare di me?

La cosa pi bella che di lui ricordo  che suonava per me e ogni tanto, suonando, volgeva il capo verso di me e mi sorrideva d'un sorriso d'indicibile luminosit. Nel quadro di Tiziano Venere e il suonatore d'organo l'organista compie lo stesso giro volgendosi all'indietro, giro che poi Edgar Wind ci spiega chiamarsi epistroph e avere un significato misterico da raccordarsi a Plotino: ma non sorride e io non sono Venere.

Mor in un incidente stradale il 27 marzo 1974. Aveva trentatr anni. Di lui si sarebbe potuto dire quello che dett Grillparzer quale epitaffio per il monumento funebre di Schubert, che con lui se ne andavano splendido lascito ma ancor pi belle speranze: e io sono convinto che la morte precoce di Schubert sia stata la massima sventura della storia della musica.

Riccardo Muti esord alla Scala con un concerto sinfonico nel corso del quale Dino Ciani interpretava la parte solistica della Fantasia in Do minore per pianoforte, coro e orchestra di Beethoven: un capolavoro assoluto che nessuno esegue mai. Per il trentennale del concerto il direttore napoletano ricorse a Bruno Canino. La storia, dice Marx, si verifica in forma tragica e si ripete in forma farsesca.

Per finire con Pollini, certo si tratta di una persona intelligentissima: e pertanto  vieppi incomprensibile come abbia potuto lasciarsi andare al tentativo di fare il direttore d'orchestra: attivit nella quale, incredibile se si pensa che meraviglioso musicista sia, ha collezionato risultati grotteschi. Ha avuto l'intelligenza di capire che perseverare diabolicum e ha smesso. Ma glielo hanno permesso al festival rossiniano di Pesaro, ove gli hanno messo in mano un'opera difficillima come La donna del lago, che Siciliani aveva affidato alla somma Caball e alle mani di un direttore non grande ma espertissimo, Piero Bellugi. Oltretutto farneticava essere Rossini grande quanto Beethoven: e se c' un rossiniano credo di essere io, tuttavia... Mi ricordo i servi del Corriere, gli addetti al rincalzo Abbado-Pollini.

Questi ultimi sono sempre in attivit di servizio. Adesso infatti  spuntato fuori un figlio, Daniele Pollini, ch' compositore, direttore d'orchestra e pianista: mamma mia! Il Corriere di de Bortoli gli ha dedicato a fine marzo un'intervistona e io, vistane la facies, l'ho battezzato Salute a noi...

In tema di direttori, oggi nessuno si ricorda pi di Franco Ferrara. Per gli eventuali giovani lettori dir di questo Mammasantissima. Nato a Palermo nel 1911 e morto nel 1985, egli  stato, a detta di Herbert von Karajan, il pi grande direttore d'orchestra della nostra epoca. Tutti quelli da me in tema sentiti e che ebbero la rarissima ventura di ascoltarlo dirigere furono da lui folgorati, a partire da mio padre. Io ho avuto solo il privilegio di conoscerlo, perch all'inizio degli anni Settanta si era gi ritirato, e ricordo un uomo di una gentilezza e una discrezione ineguagliabili. La tragedia di Ferrara fu questa. Egli a poco a poco sempre pi ebbe durante i concerti terribili malori: cadeva in avanti dal podio. Si avanz la tesi trattarsi del morbo sacro, l'epilessia: ma essa si mostr infondata. La scienza medica  rimasta impotente di fronte a un caso inspiegabile secondo i suoi canoni:  un'atroce beffa del Creatore aver dato a Ferrara troppo, s da bruciare il moltissimo. La chiave l'ha offerta Pietro Diliberto: posseder Ferrara entro di s un contenuto musicale tale da eccedere le capacit di sopportazione, ossia detto in cattivo italiano, di tenuta di un singolo essere umano. Il troppo ne ha fatto un monstrum. Certo che Ferrara fu costretto a vivacchiare dirigendo in sala d'incisione colonne sonore cinematografiche e facendo l'insegnante di Direzione d'Orchestra, specie a Fiesole.

Un episodio valga a dare un'idea, sotto un solo e ristretto profilo, delle qualit di che, ripeto, beffardamente, il Signore l'aveva dotato: ma anch'esso, a ben leggerlo, si profila siccome nimietas, eccesso. Me l'ha raccontato Vincenzo Vitale. Inizio anni Cinquanta, sala Scarlatti del Conservatorio di Napoli. Paul Hindemith (dico!) prova un concerto con l'Orchestra Scarlatti di Napoli, allora un complesso di altezza europea del quale Vitale era direttore artistico. A un certo punto si ferma: col suo orecchio eccezionale dice: Sento un Do. Chi lo ha fatto?. Tutti negano. Da capo. Di nuovo il Do e di nuovo tutti negano. Era cos impercettibile che lo stesso Hindemith lo coglieva ma non riusciva a individuarne la fonte. Il maestro Ferrara sedeva in fondo alla sala. Si alz e, chiedendo scusa se s'intrometteva, indic uno strumentista di viola. Questi involontariamente coll'arco sfiorava la corda Do e non se n'accorgeva egli medesimo!

Il Padreterno  avaro: troppo spesso ai doni che profonde non accompagna la capacit di metterli a profitto. Penso al caso di Anita Cerquetti: il pi grande soprano drammatico, di coloratura e non, che ci sia stato dal dopoguerra a oggi, insuperata; ma i suoi disturbi di salute hanno fatto s che la sua carriera fosse brevissima: ella si dovette ritirare. Chiss se ci sar mai pi una simile Norma.

Il maestro Karajan anche in occasione della malattia di Ferrara mostr le meravigliose sue qualit umane che nessuno gli riconosceva e tuttavia riconosce: apr con una somma da lui non precisata una pubblica sottoscrizione alla quale tutti aderimmo.

L'ultima opera del teatro musicale che Karajan diresse fu il Parsifal in forma di concerto. Era cos malato che quando lo port a Parigi dopo Salisburgo dovette spezzarlo in due serate. Wagner lo chiama Bhnenweihfestspiel, ossia Festa scenica sacra.  meno difficile del Tristano, il quale a sua volta  meno difficile dei Maestri cantori, dell'Olandese volante e soprattutto del Tannhuser. Lo stile, salvo l'inizio del III atto, Preludio e scena I,  molto pi piano:  il meraviglioso tardo stile di Wagner e sul tardo stile come caratteristica dell'artista occorre leggere quel che scrivono Sommi quali Eliot e Benn. A me il Parsifal  carissimo anche perch il II atto venne concepito a Napoli: Wagner abitava a Posillipo nella Villa Doria d'Angri. E quando egli si rec in escursione a Ravello visit uno dei luoghi pi belli del mondo, la Villa Rufolo, ed esclam: Klingors Zaubergarten ist gefunden! (Ecco il giardino incantato di Klingsor!).

L'ultimo verso del Parsifal recita enigmaticamente: Erlsung dem Erlser, ossia Redenzione al Redentore: enigmaticamente per chi non comprenda la filosofia di Wagner che sul concetto della universale Redenzione si basa, cos profonda da esser necessaria allo stesso Redentore. Fu questo, insieme con l'etica della Compassione (ad Amfortas venne predetto: Durch Mitleid wissend der reine Tor: harre sein den Ich erkor (Colui che fu reso sapiente attraverso la Compassione, il puro Idiota: attendilo, l'ho prescelto, egli, Parsifal, porter la Redenzione anche ad Amfortas), ad attirare i vili attacchi di Nietzsche che furono rintuzzati da Gabriele d'Annunzio nei celebri articoli sulla napoletana Tribuna: d'Annunzio parla anche della Rinuncia ma dimentica i Maestri cantori: il meraviglioso Preludio al terzo atto si basa sul motivo della Rinuncia (Entsagungs-Motiv).

Ebbene, sulla Redenzione al Redentore debbo citare due paragrafi dal piccolo grande libro di Mario Andrea Rigoni Il materialismo romantico di Leopardi, del 2013 (p. 45):  dunque perch non si danno Idee anteriori o superiori all'esistenza, indipendenti sia dalle cose sia da Dio, che niente pu essere stabile, necessario, universale ed eterno sulla terra;  insomma perch non vi sono ragioni o modelli assoluti che tutto precipita nel nulla, che il principio delle cose, e di Dio stesso,  il nulla.

Ho richiamato altre volte l'attenzione su questo caso sorprendente e paradossale: che forse il solo che abbia capito fino in fondo il platonismo sia stato un materialista come Leopardi. Ai suoi occhi Dio, lungi dal salvare il mondo, avrebbe bisogno di essere salvato lui stesso insieme col mondo: tale salvezza potrebbe venire solo dalle Idee platoniche, ma esse non esistono, esse sono purtroppo soltanto una favola. Ecco dunque due sommi filosofi affrontare in modo opposto lo stesso tema, quello della Redenzione al Redentore.

Thomas Stearns Eliot ha scritto fra l'altro un capolavoro assoluto del Teatro drammatico, Assassinio nella cattedrale, dedicato a San Tommaso Becket, del quale grazie a esso sono diventato devoto: persino Pizzetti su questa Tragedia  riuscito a scrivere un capolavoro. Il musicista, regista e traduttore lirico Anton Gronen Kubitzki mand una volta una lettera al maestro Siciliani: c'era scritto: Facciamo alla Scala l'opera di Pizzetti, questa volta chiamata Lo straniero. Su San Tommaso esiste un bellissimo romanzo di Conrad Ferdinand Meyer: Il santo. Subito dopo l'assassinio sorse nei suoi confronti una devozione enorme; intensissima anche in Italia, come dimostrano le tante chiese a lui dedicate, a cominciare da Padova e Verona. La Tragedia di Eliot  sublime. Una delle cose pi alte sono le apparizioni dei Tentatori: il quarto dei quali insinua nel Santo la tentazione del martirio. Egli deve vincerla giacch il suo martirio sar, appunto, d'un Santo che l'accetta e non una manifestazione di volont di potenza, che sarebbe cosa infernale. E i Cori sono degni della Tragedia antica.

Torno alla relativa facilit del Parsifal e adopero le parole del mio Maestro, che aveva un'incredibile capacit di arrivare al nocciolo, come diciamo a Napoli di stregnere 'o bbrodo (stringere il brodo): Nel Parsifal ci stanno i cori, e dove ci stanno i cori una mano lava l'altra anche se tutt'e due non lavano la faccia!. Per il Parsifal procede a passo lentissimo, quel passo lentissimo che pu permettersi solo il direttore capace di sostenere il tempo. A questo proposito, citato come esempio serio il tempo lentissimo che Klaus Tennstedt adotta nelle Sinfonie di Mahler, ricorder come esempio giocoso l'aneddoto di Barenboim che va dal maestro Klemperer e si vanta di aver preso certi tempi di lui: Klemperer andava celebre per la lentezza, anche eccessiva. Guardi che questi tempi li posso fare io, non Lei!.

Incidente accaduto una volta a Salisburgo: nell'Interludio del I atto vi sono delle meravigliose campane che debbono suonare con dinamica variata per rendere il senso della distanza (l'eroe dal lago marcia verso il Monastero ove si svolge la Sacra Agape) e, scritto com' il Parsifal espressamente per Bayreuth, sono concepite per quella buca, onde il dovere per il direttore, se a Bayreuth non sia, di adattare a quelli di Bayreuth dinamica e timbro. Claudio Abbado, avendo orecchiato che il Parsifal rampolla anche da fondamenti spirituali buddhisti, poi ben vero sussunti dal sincretismo cristiano della Redenzione, confonde il Buddhismo con lo Zen; a Salisburgo si fa costruire un'immensa campana orientale e la colloca fuori buca ai margini dell'orchestra. E costui, orecchiante in tutto, passava per essere il direttore di cultura; infatti, quando lo presi in giro per la storia dello Zen, immediatamente giunse il pronto soccorso e, com' ovvio, dallo stesso Corriere. Adesso il pronto soccorso sul Corriere esiste persino per il maestro Daniele Gatti.

Io vivo a Napoli e a Milano mi reco per lavoro o per vedere gli amici e le bellezze artistiche della citt. Per aver attaccato Abbado, Nono e Pollini (la cosa pi schifosa fu la prima esecuzione assoluta di una porcheria di Nono intitolata Al gran sole carico d'amore che il povero Paolo Grassi dovette per amor di Abbado patrocinare: e il ridicolo timpanista americano dell'orchestra della Scala, da me soprannominato Sor Pampurio, s'era messo una fascia rossa in fronte) sono la bestia nera della pi ricca e pi esclusiva societ milanese: i membri della quale, ovviamente, sono anche comunisti; meglio, sono i rappresentanti dei Salotti. Ruotano attorno alla celebre Inge Feltrinelli. Un mio amico fa parte di questa cerchia. Una volta venne a Napoli e io l'invitai a colazione al Circolo insieme con la sua compagna. Eravamo alla fontana di Santa Lucia sulla quale d il cancelletto; a fianco v' il portale del Circolo Rari nantes. La ragazza guarda e legge la scritta Rari nantes in gurgite vasto: si rivolge al compagno e domanda: Amore, ma a Nantes c' il mare?. La stessa snobbissima ragazza una volta si trovava con me e il Dottore delle Orecchie a Martina Franca. Invitavo a cena alla trattoria casareccia Martino sotto i portici. Il bravissimo Martino ci serve dell'ottimo Primitivo sfuso. La ragazza l'assaggia e storce il naso. Mi porti la carta dei vini!. Che carta poteva tenere il povero Martino? Lei la legge e ordina: Una birra!. Da allora il Dottore non ha pi voluto incontrare la coppia.

Giovanni da Trani  un muratore intelligentissimo e simpaticissimo che vive a Milano ed  anche lui una bestia nera dei Salotti perch a una cena, alla quale era presente il Marchesino che me l'ha raccontato, mand a quel paese una certa Monique, un'abbadiana itinerante, dura e pura, titolare di una rivendita di tappeti a Cassinetta di Lugagnano, che cominci a inveire contro Muti e, si parva licet, contro di me; e non la finiva pi. Ricordarlo mi obbliga a dire qualcosa su questa citt.  meravigliosa, sul mare; con un fantastico centro antico. La Cattedrale  una delle pi belle del mondo. Romanica, ha le fondamenta quasi nel mare;  tutta in pietra bianca, appunto l'impareggiabile pietra di Trani nella quale tanti edifici antichi in Puglia son costrutti. Si erge maestosissima; i doccioni con demon e mostri dell'Alto Medioevo assomigliano a quelli di Ntre-Dame, ma con ductus pi libero ed elegante.  uno dei luoghi nei quali torno periodicamente.

Da Trani  possibile fare una transizione tematica a Massafra. La citt pugliese ha dato i natali a monsignor Cosimo Damiano Fonseca, che mi onora della sua amicizia.  questi un grande storico medioevale, paleografo, studioso di storia dell'arte, che ha dato anche un fondamentale contributo alla conoscenza dell'arte rupestre: ed  stato tutta la vita un barone universitario nel senso migliore del termine. Fu ordinato sacerdote a soli ventidue anni con dispensa pontificia dopo aver compiuto a Napoli gli stud teologici. Ha coltivato gli stud gioachimiti, ossia dedicati al calabrese abate Gioacchino da Fiore, che tanto ha influito sulla posizione teologica di Dante. Ed  stato anche ideatore e condirettore dell'Enciclopedia fridericiana della Treccani. L'ho conosciuto ormai alquanti anni fa al festival di Martina Franca:  infatti un musicofilo che trapassa quasi (absit iniuria) nel musicologo: frequenta il festival colla pi intelligente e aperta comprensione anche delle pi squisite rarit che vi vengono ammannite. Ovviamente quando celebra per s lo fa in latino.  esattamente l'opposto del sacerdote mondano del quale parlo nel capitolo III di questo libro.

Al festival di Martina Franca il quale, per la combinazione dell'interesse musicale con la bellezza del luogo e l'accoglienza degli abitanti,  l'appuntamento pi gradito dell'anno, niente a che vedere con Salisburgo, Bayreuth o Aix, ed  presieduto da un politico lungimirante divenuto ormai un amico del cuore, Franco Punzi, ho conosciuto ormai da vent'anni una coppia di Bari (proprietaria di una casa bellissima) composta da Daniele Amoruso e Maria Grazia Porcelli detta Maruzzella (Lumachina) perch cos la chiamava la nonna napoletana: bench sia una bellissima donna, ma si tratta di un nomignolo affettuoso. Lui  un grande clinico che ha appena scoperto un metodo per una pi precoce diagnosi del diabete, professore di Radiologia al Policlinico barese; lei  una raffinata francesista: e fanno parte degli amici del cuore.

Il festival martinese venne fondato quarant'anni fa grazie all'impulso di Paolo Grassi, grande uomo di teatro e soprintendente della Scala; con lui, che mi stimava molto, fui amico ma purtroppo non intimamente. Tra i direttori artistici vi fu il grande musicologo Rodolfo Celletti col quale, e colla moglie del quale, ebbi una carissima amicizia. Per il festival incominciai a frequentarlo solo nel 1994, cos tardi a seguito delle vicende al Corriere della Sera che narro pi innanzi. Allora il direttore artistico era il musicologo piemontese Sergio Segalini, divenuto parigino di adozione. Negli anni, sempre confortato dall'amicizia di Pasquale D'Arcangelo, vero martinese che regge l'ufficio stampa, ho visto tanti spettacoli importanti per la mia formazione, dal Paisiello francese a Ippolito e Aricia di Tommaso Traetta, dal Massenet (che considero un genio e che solo i musicologi che vogliono farsi credere intelligenti alla Bortolotto disprezzano; costui ha scritto una voce infame su di una delizia come Le portrait de Manon nel Dizionario dell'Opera della Baldini e Castoldi diretto da Piero Gelli) ferrigno di Roma al Re di Giordano.
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CAPITOLO 7.
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Pippo Patan. Umberto Giordano. Giuseppe Martucci. Sigismondo Thalberg. Teatri. Riccardo Bacchelli. Il San Carlo.

Un grandissimo direttore d'orchestra che mi ha offerto il dono di un'intima amicizia  stato Giuseppe Patan, detto Pippo. Mor nel 1989 a cinquantasette anni sul podio del Nationaltheater di Monaco di Baviera mentre dirigeva il Barbiere. Mor nel momento per lui pi sbagliato giacch dopo anni di equivoci era stato capace di fare il cosiddetto salto di qualit presso la coscienza del pubblico italiano: e forse questo avvenne dopo una sublime Forza del destino da lui diretta alla Scala nel 1978. Pippo aveva qualit tali che queste finirono col nuocergli, nel senso che la sua enorme facilit, solo episodicamente disgiunta dall'approfondimento, veniva dai cretini e, o servi, scambiata per superficialit. Dicono che io non provo abbastanza, ma vi sono cose che non provo perch le otterr automaticamente col gesto all'esecuzione, altre che con quest'orchestra non otterr mai!. Aveva uno dei gesti pi belli che si siano mai visti, sinteticamente circolare e trascinatore, di un'autorit straordinaria. Uomo spiritoso e scherzevole, da vero napoletano, sul podio il suo viso assumeva una profonda seriet e concentrazione che mi commuovevano. Possedeva l'intero repertorio a memoria, anche quello sinfonico; conosceva le partiture a tal punto che mentre provava, se al pianoforte non sedeva lui (accompagnava qualsiasi titolo a memoria, ed era un grande pianista) si divertiva ad aggiungere quello della partitura di essenziale che nella riduzione canto e piano non era stampato. Se non suonava lui, girava le pagine guardando il dorso del volume della riduzione canto e piano. Conosceva la posizione del giro di pagina sulle parti d'orchestra. Molti dirigono a memoria; a memoria lui concertava qualunque Opera, qualunque Sinfonia. Conosceva le differenze delle edizioni; rifiutava alcune sedicenti edizioni critiche, e fece questo pure con l'ultima, il Barbiere, che incise poco tempo prima di morire. Lo prendevano, ripeto, per superficiale, ed era un bibliofilo: nella sua villa di Dumenza aveva luogo la sua famosa biblioteca (non so quale fine abbia fatto) che conteneva, letteralmente, l'intero scibile musicale anche fuori repertorio. Campeggiavano gli opera omnia di Bach, di Hndel, di Purcell, di Couperin, di Rameau; ricordo Charpentier, non solo quello delizioso della Louise ma anche quello, secentesco, del Te Deum; Gluck, Palestrina, Orlando, Gesualdo; Frescobaldi, Carissimi, Corelli, Vivaldi, Scarlatti padre e figlio; l'Orfeo di Rossi; Monteverdi, Madrigali, Opere e musica sacra: giustamente diceva essere la Messa a sei voci il suo capolavoro polifonico, pi ancora dei Madrigali: e tra questi prediligeva, come me, il Quarto Libro.

Una volta ricevette da Vienna una scrittura telegrafica per dirigere Knig fr eine Nacht (Re per una notte), senz'altra precisazione. Lui si presenta alla prima lettura orchestrale avendo preparato Si j'etais roi (Se fossi re) di Adam; trattavasi invece di Un giorno di regno o il finto Stanislao di Verdi (che, ricordo, esiste in un'incisione diretta da un altro grande, Lamberto Gardelli). Se ne accorge: non volendolo far capire all'orchestra dice: Oggi  il primo giorno, vi voglio dare riposo. Il giorno dopo si presenta con la partitura di Verdi memorizzata durante la notte.

Il padre di Pippo era stato un famoso direttore d'orchestra. Si chiamava Franco. Secondo il figlio era superiore a lui: gli bastava percorrere collo sguardo una volta una partitura per memorizzarla automaticamente. Non aveva sfruttato i doni che il Signore gli aveva profusi: si era rovinato tutta la vita per le donne. Me lo diceva la vedova Giulia, una gran dama ch'ebbe il terribile dolore di vedere la morte di Pippo. Il maestro Franco quando a Napoli c'erano gli Americani passava la giornata in una sala biliardi di via Santa Brigida. Il San Carlo funzionava come un cinematografo notte e giorno: facevano recita dalla mattina. Lo mandavano a chiamare l e, qualunque Opera si dovesse eseguire, lui saliva sul podio e la dirigeva a memoria. Non si faceva nemmeno informare preventivamente sul programma. Una volta il Commendatore gli disse: Maestro Patan, ce stann' 'e guagliun' d' 'a portaerei, s' ann' a ritir ampress', vedit' 'e stregnere! (Maestro Patan, stasera ci sono i ragazzi della portaerei, si debbono ritirare presto, vedete di stringere!); e lui strinse la Butterfly!

Nel 1975 Pippo dirigeva a Palermo l'Eugenio Oneghin di Cajkovskij. Le ultime due o tre recite doveva riprenderle un direttore brasiliano. Costui, scrupolosissimo, era con la partitura in mano a ogni recita per annotarsi tutti i particolari: come staccasse il tale tempo, se in due o in quattro, e cos via. Pippo decise di rendergli la vita impossibile: mi strizz l'occhio sinistro tenendo l'indice della destra sotto il destro (tipico gesto napoletano d'intesa) per farmelo capire e a ogni recita cambiava tutto, tanto qualunque cosa egli facesse l'orchestra gli andava dietro magneticamente.

Ora che alla Scala  stato fatto un vergognoso Ballo in maschera, al di sotto di qualunque aggettivo, vieppi voglio ricordare quello diretto da Pippo al San Carlo nel 1981. Francesco Maria Colombo mi dice che il Ballo da lui ascoltato al Metropolitan era ancora superiore. E allora quale Norma, quale Macbeth, quale Boccanegra, quale Trovatore, quale Notte di Natale di Rimskij-Korsakov, quale Lohengrin, quale Messa di Requiem, quale Andrea Chnier e quale Fedora di Giordano, quale Sansone e Dalila di Saint-Sans, quale Trittico di Puccini, quale Iris di Mascagni, ho ascoltati sotto la sua bacchetta, alcuni dal vivo, gli altri in incisioni! E si pensi che una volta ancor molto giovane esegu la Nona Sinfonia di ostakovic alla presenza dell'autore che ne rest ammiratissimo e gli spieg il programma autentico (i vaneggiamenti d'un ebbro) di questa ch' un Poema sinfonico!

Qui debbo fare una parentesi. Umberto Giordano dalla Cultura viene disprezzato e incompreso:  un musicista e soprattutto un drammaturgo musicale di incredibili originalit e modernit. Ho scritto pi volte che la Fedora ha un taglio particolare e unico, tanto nel primo atto con tutte quelle figurine e figurette poliziesche, quanto nei successivi, che si pu chiamare solo cinematografico; ma il cinematografo all'epoca della Fedora non esisteva ancora: l'ha inventato tra gli altri, e non fra gli ultimi, proprio Giordano. L'Andrea Chnier  uno dei capolavori del teatro musicale di tutti i tempi. L'orchestrazione ne  straordinaria; del pari la rielaborazione della musica popolare e rivoluzionaria francese; i personaggi sono delineati con un bulino degno del miglior Verdi. Ma tutto di Giordano  geniale, fino all'ultima Opera, il futurista Il Re, del 1929. Anche all'autore dell'opera pi rappresentata del Novecento l'Enciclopedia musicale Utet non dedica una voce autonoma.

Citer un dettaglio comico. Patan ebbe per un periodo a compagna un soprano bulgaro, Galina Savova, una dignitosa professionista, che aveva fatto cantare nel Ballo. I ragazzi dell'orchestra, allora tutti napoletani, l'avevano battezzata 'a Patanova. Quando si lasci con la Patanova Pippo mi disse sorpreso che lei aveva accettato la situazione senza protestare. Non protest perch intanto svuotava il conto corrente che lui aveva aperto a doppia firma. Pippo si trov d'improvviso senza nemmeno pi gli occhi per piangere.

Una delle grandi interpretazioni verdiane di Patan fu un Macbeth al Teatro dell'Opera di Roma, purtroppo con Bruson. Accadde che Shirley Verrett si ammalasse a poche ore dalla prima cos gravemente da non poter cantare, lei ch'era una Lady insuperabile. Occorreva un pronto soccorso. Arriv da Napoli, ove cantava al San Carlo, scortata da una gazzella dei Carabinieri, la grande e cara Ghena Dimitrova. Ella and in scena senza nemmeno aver potuto ripassare la parte; non sapeva dove fossero le uscite dal palcoscenico: doveva cercarle a tentoni. Fece una meravigliosa interpretazione. La Verrett  una dama squisita: le fece trovare in camerino cento rose rosse col biglietto Grazie! Shirley.

Patan ebbe a subire la bassezza di Courir. Costui era in condizione di sfogarsi solo con gl'indifesi o quelli che non potessero nuocere. Pippo indifeso non era; se avesse voluto ben avrebbe fatto ascoltare le sue ragioni; ma figuriamoci, napoletano com'era, quanto se ne doveva fottere! Cos mi ricordo che il caro Giorgio Vidusso gli fece dirigere con l'Orchestra della RAI di Milano un concerto wagneriano: tra l'altro v'era il Preludio e morte dal Tristano. L'orchestra era rapita dall'ammirazione giacch Pippo era un wagneriano quanto un verdiano: resta tra l'altro un suo meraviglioso Siegfried fatto con Radio France. Courir lo demol prendendolo pure in giro in quanto wagneriano napoletano, quasi il pi grande wagneriano europeo di fine Ottocento non fosse stato il napoletano Martucci. Chi ci stette male fu Vidusso, perch con quell'articolo i Salotti avevano parlato: Non passa lo straniero!

Un altro episodio mi  stato ricordato dal direttore Pier Giorgio Morandi che di Patan  stato allievo, seguace e assistente. Pippo dirigeva alla Scala un Elisir d'amore di Donizetti con Luciano Pavarotti. Alle prove Pavarotti arranca: soprattutto non riesce ad andare insieme coll'arpa e col fagotto nella Furtiva lagrima. Allora va personalmente dall'arpista e le dice che lei lo deve seguire. Patan s'infuri e gli ricord che il direttore era lui e che per qualunque cosa a lui si rivolgesse. Pavarotti si ritir dalle prove. In Direzione artistica tentarono di mediare. Il Maestro disse: Quando tutto manca, facciamo venire il mio amico Pasquale!. Finalmente chiesero a Pippo chi fosse questo Pasquale: e lui disse: Bona!. Infatti il manuale elementare di solfeggio da noi adottato  il famoso Pasquale Bona. Anche per Pavarotti il solfeggio  sempre stato un problema terribile.

Dico adesso di Martucci. Nato a Capua nel 1856, morto a Napoli nel 1909 da direttore del Conservatorio,  stato il pi grande compositore della Scuola napoletana della seconda met dell'Ottocento: non dico della Scuola napoletana assolutamente perch ci sono i Mammasantissima settecenteschi e ci sono Giordano e Cilea.  stato anche uno dei pi grandi direttori d'orchestra della storia, e basta percorrere la sua biografia per saperlo. A Napoli il Principe d'Ardore aveva creato apposta per lui un'orchestra la quale esegu l'intero repertorio classico-romantico comprese le ultime novit, persino coi russi, i cechi e gli scandinavi. A Bologna egli aveva diretto la prima esecuzione italiana del Tristano e Isolda e sul livello di questa possediamo la testimonianza di Richard Strauss, che l'ascolt per caso trovandosi in Italia in Grand Tour di formazione restandone ammiratissimo. Martucci diresse, a Napoli, anche la prima esecuzione italiana del Crepuscolo degli Dei. Queste due sono le sole volte che sal sul podio per un'opera di teatro musicale.

 stato anche uno dei pi grandi pianisti mai vissuti, da paragonarsi a Liszt, che l'ammir. Era allievo di Beniamino Cesi, a sua volta allievo del sommo Sigismondo Thalberg, il pi grande pianista dell'Ottocento insieme con Chopin e Liszt e fondatore della scuola pianistica napoletana. In Russia venne portato tredicenne e il grande Rubinstein rimase estasiato quando l'ascolt (della Pinacoteca del Conservatorio di Napoli fa parte un ritratto del tredicenne, bellissimo: opera di Filomeno De Mita; non l'ho visto pubblicato). Ha scritto due Concerti per pianoforte e orchestra, due capolavori assoluti, il secondo dei quali eseguitosi la prima volta alla Scala sotto la direzione di Toscanini: fino all'arrivo del compositore, che lo interpretava, questi non poteva credere che un pezzo di tale difficolt fosse per essere eseguito cos com'era scritto. Da allora Toscanini divenne uno dei pi devoti martucciani della storia. Ha scritto anche due meravigliose Sinfonie: la Seconda  tale da essere all'altezza delle Sinfonie di Brahms ma da superarle sotto il profilo dell'orchestrazione. Anche queste vennero interpretate da Toscanini per tutta la vita e da lui incise. Ha poi scritto pezzi per pianoforte e per orchestra, tra cui il celebre Notturno, che testimonia della massima assimilazione delle armonie del Tristano di Wagner nella musica europea. E tra cui un brano chiamato modestamente Marcia e intitolato Colore orientale ch' il pi bel Poema sinfonico esotistico di tutta la musica europea. Riccardo Muti ha diretto il Secondo Concerto a Filadelfia eseguito da Carlo Bruno; a Chicago deve interpretare le Sinfonie e dirigere lo stesso Concerto, ripreso l'anno scorso con Gerhard Oppitz, che mi auguro possa ascoltarsi eseguito da uno dei pi grandi pianisti viventi, il leccese Francesco Libetta, appena quarantacinquenne, il quale  tra l'altro, perito com' nel latino e nel greco a testimonianza di quella cultura pugliese di che la Scuola napoletana  materiata, uno studioso di Marinuzzi.

Appena meno bello e perfetto di quello di Martucci  il Concerto in Sol minore per pianoforte e orchestra di Giovanni Sgambati (1880). Nato nel 1841 e morto nel 1914, questi fu uno dei pi grandi pianisti dell'Ottocento, allievo di Liszt a Roma. Wagner ud sue composizioni e raccomand all'editore Schott, il suo, di pubblicarle; e fu uno degli artefici della rinascita in Italia della musica strumentale. Fu direttore d'orchestra e scrisse anche una bellissima Sinfonia. Il Concerto fu inciso da Tito Aprea, uno dei migliori pianisti del Novecento, romano di origine e scuola napoletana: nel 1962 da lui interpretato ascoltai il Secondo Concerto di Martucci per la prima volta.

'O Surecillo, Francesco Nicolosi,  il pianista al mondo pi dedicatosi a Sigismondo Thalberg. Thalberg  infatti autore anch'egli di Parafrasi pianistiche, non da Wagner, sibbene da Rossini e Bellini, che rispetto a quelle di Liszt sono d'uno stile assai pi puro e non introducono armonie estranee allo stile degli autori originar. Ha scritto Concerti per pianoforte, tanti pezzi pianistici tra i quali una grande Sonata e una meravigliosa raccolta intitolata Soire de Posillipe. Nato nel 1812, studi Contrappunto con Simon Sechter, lo stesso insegnante di composizione di Lachner, Vieuxtemps e molti altri fra i quali Bruckner, e mor a Napoli nel 1871. Nella sua citt d'elezione possedette una meravigliosa villa a Posillipo, ch'era stata del grande basso rossiniano Lablache, del quale egli aveva sposato la figlia; e una casa invernale, una villa al Calascione, vicolo della zona di Monte di Dio dal quale si ha un'impareggiabile veduta di Posillipo, una Napoli senza Vesuvio. Thalberg fu il fondatore della Scuola pianistica napoletana: suo allievo fu il sommo Beniamino Cesi; onde la tradizione giungeva direttamente al maestro Vitale, il quale fu un thalberghiano non meno che lisztiano.

Il violoncellista Enzo Altobelli mi raccont un episodio fantastico. Coi calzoni corti, quindicenne, sedeva nell'orchestra sancarliana. Il grande direttore d'orchestra Franco Capuana, pesarese ma cresciuto come interno al Conservatorio di San Pietro a Majella (condivideva celletta e unico comodino con Antonino Votto), dirigeva il Secondo Concerto di Martucci. Interprete la sorella, una virtuosa, Celeste Capuana. Se non che, il terzo tempo  cos difficile che persino Celeste entr in crisi: e come succede quando uno  in difficolt, incominci a correre. Il Maestro, dal podio: Celest, nun correre!. Niente. Celest, t'agg ditt', nun correre!. Niente nemmeno questa volta. Allora il Maestro, spazientito: Celest, curre solo tu e futtetenne! (Celestina, corri da sola e fottitene!).

Torno a Patan. Egli mor d'infarto. Fumava moltissimo,  vero, ma secondo me la causa fu anche un'altra. Sensualissimo, grande chiavettiere (parola napoletana tratta dal verbo chiavare, universale, che vuol dire amatore) ma anche coglione, giacch s'innamorava (negli ultimi anni ebbe una affaire pazzesca con una violinista sedicenne!), l'ultima storia della sua vita fu quella con una ragazza di Monaco molto bella, Petra. Petra era bella ma la storia fu bruttissima. Costei aveva disegni egemonici e si vendeva quale interprete della Penthesilea di Kleist. Per tenerlo legato si alle con la sorella Claudia: le due avevano un continuo movimento di bisbigl, di telefonate, di convegni; di sicuro Pippo doveva chiavare anche con Claudia, e forse tutti i giorni pensare alle due. Queste avevano un orrendo sottobosco di mezze figure, di cantanti, di comprimar (non i comprimar amici di Pippo, come il glorioso Tullio Pane), di personaggi dall'incerto mestiere: tavola aperta per tutti. Non poteva durare e non dur.

Come ho gi detto, Patan mor nel momento sbagliato. Non solo stava per fare il salto di qualit, lo stava gi facendo, ma questo salto s'incarnava nel fatto che Francesco Siciliani avesse deciso di occuparsi di lui. Allora Siciliani era presidente dell'Accademia di Santa Cecilia: sotto di lui l'orchestra era davvero ci che vorrebb'essere oggi, una delle pi prestigiose d'Europa. Mi ricordo di un concerto con uno strepitoso Don Juan di Strauss e una bellissima Italiana di Mendelssohn. L'ultimo che Patan diresse in Italia comprendeva la Quarta di Brahms, una delle interpretazioni pi struggenti che avessi mai ascoltate, lentissima, alla Celibidache. V'era anche il Concerto per violino di Sibelius suonato da Uto Ughi; e ricordo i continui gesti di fastidio di Pippo durante l'esecuzione per tutte le libert che costui, l'intonazione del quale peraltro lasciava a desiderare, si prendeva col testo musicale. La morte di Pippo fu una fortuna per molti...

Una cosa atroce furono i funerali nella Cattedrale di Luino. Prima della cerimonia la cassa era esposta sul sagrato della villa. Al suo fianco s'erano collocate da un lato la moglie Rita, la madre delle due figlie, dall'altra le due sorelle. Costoro levavano dalla bara i fiori deposti da Rita; ella, a sua volta, toglieva i loro e rimetteva i suoi. Poche volte in vita mia m'era capitato qualcosa d'altrettanto penoso. La moglie aveva ragione, ovviamente, per avrebbe potuto anche soprassedere: quelle due arpie di fronte alla storia non erano nulla e in poco tempo ci si sarebbe chiarito. A un certo momento io urlai, rivolto alle due trincee: Basta, siamo di fronte alla morte!, e ottenni una tregua momentanea.

Quando l'esequia (modo napoletano di definire le esequie) termin io ricevetti un'altra grande lezione. Bisogna sapere che il maestro Karajan aveva fatto uno sbaglio: aveva inciso la Turandot di Puccini con protagonista Katia Ricciarelli. Costei, che la vita aveva gi espulsa poich affetta dalla sventura (non saprei come altrimenti chiamarla) d'avere il vizio del giuoco, era d'animo generosissimo, e io ancora non lo sapevo: appresi infatti ch'era giunta fin l da Milano, in taxi, portando seco una vecchia ex agente paralizzata. L'incisione faceva pena: la Ricciarelli, gi grande Li, forse non avrebbe potuto essere Turandot nemmeno nei momenti di splendore. Io avevo scritto un articolo severissimo, ai limiti della querela. Dopo la cerimonia mi ero nascosto dietro un pilastro singhiozzando dirottamente. A un certo momento mi sento carezzare con delicatezza infinita, era la Ricciarelli: Maestro, non faccia cos! Pippo ne soffrirebbe!.

Tutto questo parlare del San Carlo mi obbliga a fare una pausa a esso dedicata. Si tratta del luogo pi caro al mio cuore.  il pi bel teatro del mondo senza possibilit di paragoni. La Scala  tetra e affetta da gigantismo oltre ad avere cattiva acustica: se dobbiamo parlare di teatri enormi, bellissimi sono il Ponchielli di Cremona (dedicato a un grande e sottovalutato operista) e il Bellini di Catania; e il pi bello di tutti  il Coln di Buenos Aires. Di quelli di medie dimensioni meraviglioso  il Comunale di Bologna del Bibiena. Piccoli stupendi sono il margraviale di Bayreuth e quello di Corte a Monaco, detto Cuvillis dal nome dell'architetto: specch, lampadar; vi ascoltai per la prima volta nella mia vita Capriccio di Strauss diretto dal giovanissimo Gustav Kuhn, un direttore di grande talento che era stato vicino a Karajan essendo un fantastico skipper, cosa che faceva sullo yacht del Maestro. La regia era del grande Rudolf Hartmann, che cos potetti vedere in carne e ossa, quindi la stessa regia della prima esecuzione assoluta. Il Massimo di Palermo  un gioiello liberty; per venne chiuso per lunghissimo tempo (e poi surrettiziamente riaperto da Leoluca Orlando alla prima sindacatura senza che i lavori fossero conclusi: donde lunghissima polemica che fece avere fastid infiniti a Ferruccio de Bortoli, alla prima direzione); cos alcune delle pi belle memorie legate a Pietro Diliberto vanno collocate nel Politeama Garibaldi. Al Massimo prima della chiusura  legato uno dei miei pi bei ricordi. Avevo vent'anni quando si fece l'Elisabetta Regina d'Inghilterra di Rossini: tenne la conferenza sull'Opera Riccardo Bacchelli, un Mammasantissima come scrittore e come uomo. A lui si deve il pi bello, il pi penetrante fra i libri scritti su Rossini: nessuno ha saputo indagare come lui nel tormento della nevrosi che port questo gigante all'impotenza fisica e creativa e a sofferenze strazianti. Fu grazie a Bacchelli che io compresi essere la Petite Messe solemnelle, l'ultimo capolavoro del Cigno di Pesaro, i suoi veri e propri Mmoires d'outre-tombe.

Gustav Kuhn  vissuto anche a Napoli avendo avuto responsabilit artistiche al San Carlo: cos che ho avuto occasione di uscire per mare con lui. Adesso ha fondato un festival nella deliziosa Erl, nel distretto di Kufstein in Tirolo, ove ogni sei anni si rappresenta dal Seicento la Passione.

Il San Carlo venne costruito per la prima volta nel 1737: immenso e, pare, di cattiva acustica. San Gennaro l'ha fatto distruggere da un incendio nel 1816 e ricostruire sotto Ferdinando (divenuto) I nel 1817. Si deve a un genio dell'architettura, il Niccolini, il quale rivestiva del San Carlo la carica di scenografo. Il re aveva fatto voto a San Francesco di Paola di erigergli una basilica se avesse ricuperato il Regno: e cos noi abbiamo, nel Largo di Palazzo, che oggi inverecondamente si chiama Piazza del Plebiscito in omaggio a uno dei monstra della nostra storia, la splendida chiesa neoclassica progettata dall'architetto luganese Pietro Bianchi, la quale gode anche di un imponente ipogeo dovuto allo stesso geniale ingegnere. La basilica ha un colonnato berniniano e riproduce all'interno il Pantheon. Ai due lati, due imponentissimi palazzi che contribuiscono a fare della Piazza un abbagliante luogo neoclassico.

Il San Carlo neoclassico di Antonio Niccolini  molto grande ma straordinariamente leggiadro. Le decorazioni dei palchi, con meravigliosi putti, sono differenti per ogni ordine, fino al sesto. Sulla loggia reale, una gigantesca corona che ricorda essere stata a quell'epoca Napoli una capitale all'altezza solo di Vienna, Parigi e Londra. Sopra il palcoscenico, un orologio semovente mentre una figura femminile punta il dito a segnare le ore. Il soffitto  un Parnaso del grande pittore Giuseppe Cammarano insieme coi congiunti Antonio e Giovanni; altro Parnaso, dovuto a Giuseppe Mancinelli e Salvatore Fergola,  il dipinto che chiude il palcoscenico quando non si fa l'Opera. L'acustica  la migliore del mondo: il Niccolini dot i palchi d'una camera di risonanza collocando nelle pareti divisorie delle mmummare, ossia anfore, vuote. Era stato costruito anche un impianto d'aria condizionata per l'estate: un giuoco di correnti d'aria sul modello di quelli delle ville romane funzionante in estate. Il San Carlo  tutta la mia vita ed  triste per me constatare che i tempi non gli consentano di riprendere la primazia d'una volta; anche se la Scala per come  gestita adesso insegue al ribasso il peggio.

Questo libro dovrebbe, come suol dirsi, volare alto, e quindi non contenere riferimenti a cose e persone abbiette; non sono capace di attenermi alla regola aurea giacch l'indignazione da me provata per la gestione del San Carlo  troppo forte. Dir di quel ch' avvenuto a dicembre del 2013 e nella primavera di quest'anno. S'inaugura la stagione con un'Aida; ci vado: dopo qualche giorno la soprintendente (si chiama Rosanna Purchia, che sia additata) osa mandare a me un messaggio sul telefono: Caro Maestro, La ringrazio per le gentili parole dedicate alla nostra Aida. Io le rispondo collo stesso mezzo: Lei si deve solo vergognare per aver autorizzato il coro e il suo direttore a fare il quadro di ringraziamento dopo il secondo atto invece che alla fine dell'opera. Era accaduto ci: costei ha consentito al coro di spogliarsi al terzo atto in modo da poter andare a casa dopo il quarto senza fare quadro: per le sue convenienze. Ebbene, ella mi risponde: Maestro, Lei deve sapere che il coro nel terzo e quarto atto dell'Aida ha solo un interno e non appare in scena. In effetti io dovevo apprenderlo da questa donna. La stessa cosa  accaduta con l'Otello, sempre diretto da un Nicola Luisotti che mandava baci al coro e all'orchestra, la quale adesso sta rapidamente declinando (esiziale il solo dei contrabbassi!) mentre fino a circa un anno fa era ancora ottima. Il coro  allo sbando, e io l'ho scritto sovente. Ma Riccardo Muti, dopo aver diretto al San Carlo il 21 dicembre 2010 lo Stabat Mater di Rossini, disse all'ex contabile che non sarebbe tornato al San Carlo se non fosse stato cambiato il maestro del coro; e costei ha preferito rinunciare a Muti che alle, ripeto, sue convenienze.

Non  finita. Nel maggio 2014 do a Muti un'autentica pugnalata: cos egli l'ha definita. Gli dico che, passando fuori del teatro, vedo ch' stato rimosso il manifesto annunciante un concerto sinfonico diretto da tale Noseda (uno dei peggiori direttori che mi sia capitato di ascoltare e vedere); e in suo luogo v' l'annuncio che in giugno il Requiem di Mozart verr rappresentato in forma di balletto. Un direttore d'orchestra che si adatta a partecipare a qualcosa di siffatto  davvero un povero disgraziato. N basta. Nel corso del mese di giugno la stessa Rosanna Purchia ha reso noto che nel San Carlo  stato installato un maxi-schermo per seguire le partite di calcio dei campionati mondiali in concomitanza colle recite. Enunciata, questa notizia potrebbe parere una spiritosa invenzione:  vera.

Negli ultimi anni il San Carlo  stato retto da un commissario ministeriale, un certo Nastasi. Costui ha fatto effettuare imponenti lavori di ripulitura che hanno reso la sala brillante come non era da decenn; anche se miope  stato nella ricostruzione dei cessi, sul che l'ho attaccato sul Corriere della Sera: per uno scrupolo moralistico e davvero piccolo-borghese non ha ricostruito gli orinatoi a muro, vastissimi prima, che consentivano lo smistamento della minzione maschile, facendo bagni chiusi ai quali si  costretti a code interminabili: e in tutti i grandi teatri europei  un fatto di civilt ch'esistano gli orinatoi. Ma il Nastasi ha fatto molto peggio: ha impedito un'occasione unica che sarebbe stata possibile giacch i lavori prevedevano il totale rifacimento della tappezzeria. Il San Carlo del Niccolini aveva i colori borbonici, azzurro e argento: alleanza cromatica d'incomparabile eleganza che se ripristinata avrebbe reso il teatro ancor pi unico al mondo. Io feci una campagna in tal senso quando tutto era ancora possibile ed ebbi ogni adesione da parte dei veri esperti: questo impiegatuccio non s'interrog nemmeno sul progetto.

Un sol teatro  bello come, e forse persino un ette di pi, del San Carlo: quello, piccolo, della Reggia di Caserta, ossia il pi bel palazzo reale del mondo (molto bello  anche quello molto pi piccolo di Portici). Venne costruito direttamente dal Vanvitelli, onde anche una sua primazia per essere l'unico teatro del sommo architetto. I colori sono bianco, oro e azzurro: un trionfo del Neoclassico. Chiss se il dottor Nastasi l'ha mai visto.

Per amor di verit debbo dire che delizioso, pur se non cos bello,  anche il teatrino della Villa Reale di Monza, costruito dall'architetto Luigi Canonica; la quale Villa Reale  a sua volta una realizzazione neoclassica del Piermarini che mi pare architettonicamente pi significativa della Scala.
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FINE Parte 1.